Nel calcio giovanile il vero costo non è sempre quello che si paga. A volte è quello che non si potrà più recuperare.
Oggi assistiamo a un fenomeno sempre più diffuso: le società calcistiche, comprese quelle che operano nei settori giovanili, aumentano le rette. È giusto che una società abbia dei costi, che debba sostenere strutture, personale, materiali e organizzazione. Nessuno pretende che tutto sia gratuito, né che il lavoro delle persone non abbia un valore economico.
Ma c’è una domanda che ritengo doveroso porsi: all’aumento dei costi corrisponde necessariamente un aumento della qualità della formazione?
Perché il punto, secondo me, non è quanto una famiglia spenda per far giocare il proprio figlio. Il punto è che cosa riceva quel ragazzo in cambio del tempo, delle energie e delle opportunità che sta investendo.
I soldi possono andare e venire. Si possono recuperare, guadagnare nuovamente, amministrare diversamente. Il tempo, invece, no. E il tempo di un giovane non è una risorsa infinita: è una finestra di crescita, di apprendimento, di esperienze e di sviluppo che non possiamo permetterci di trattare con superficialità.
Quando parliamo di calcio giovanile, parliamo di futuro. Ma se il futuro è il nostro obiettivo, come possiamo accettare che la formazione venga valutata principalmente attraverso ciò che costa, anziché attraverso ciò che costruisce?
Un ragazzo può trascorrere anni in un ambiente senza ricevere stimoli adeguati, senza essere accompagnato nella comprensione del gioco, senza sviluppare autonomia nelle scelte. Può ripetere esercizi, partecipare a tornei, indossare una divisa prestigiosa e vivere esperienze apparentemente importanti. Ma tutto questo, da solo, non garantisce che stia realmente imparando.La qualità non si misura soltanto attraverso il numero degli allenamenti, la bellezza degli impianti, il nome della società o il costo della retta. Si misura anche nella competenza di chi insegna, nella capacità di contestualizzare le proposte, nella progressione degli apprendimenti e nella possibilità di trasformare un’esperienza in una competenza utilizzabile in campo.
E soprattutto si misura in ciò che rimane al ragazzo quando quell’esperienza finisce.Non è una critica a chi lavora seriamente, né a chi cerca di costruire società sostenibili. È una riflessione sulla responsabilità che accompagna chi decide di occuparsi della formazione dei giovani.
Perché esiste una differenza sostanziale tra gestire un’attività sportiva e costruire un percorso di crescita.
Il calcio giovanile non dovrebbe essere soltanto un servizio che una famiglia acquista. Dovrebbe essere un ambiente educativo nel quale il ragazzo trova persone preparate, obiettivi coerenti e opportunità reali per sviluppare le proprie capacità, indipendentemente dal fatto che diventi un professionista.
Ed è qui che nasce la domanda più scomoda: se chiediamo alle famiglie di investire sempre più risorse economiche, quale responsabilità ci assumiamo noi nei confronti del tempo che i ragazzi ci affidano?
Perché un errore economico può essere corretto. Un investimento sbagliato può essere recuperato. Ma gli anni trascorsi senza un percorso adeguato non possono essere restituiti.
Un ragazzo non può tornare indietro per recuperare un’occasione di apprendimento mancata, un’esperienza non vissuta o una fase della crescita affrontata senza la necessaria attenzione.
E attenzione: non sto dicendo che ogni ragazzo debba diventare un calciatore di alto livello. Sarebbe una visione limitata e persino ingiusta. Il compito di chi forma è offrire strumenti, sviluppare capacità e aiutare ogni giovane a esprimere il proprio potenziale, rispettando tempi, caratteristiche e differenze individuali.
Il risultato sportivo è soltanto una parte del percorso. La qualità della formazione si vede anche nella capacità di pensare, scegliere, collaborare, comprendere e affrontare situazioni nuove.
Per questo credo che la domanda non debba essere soltanto quanto costa una società, ma quale valore produce. Non quante attività organizza, ma quanto siano coerenti con gli obiettivi dichiarati. Non quanti ragazzi riesce a coinvolgere, ma quanta attenzione riesce realmente a dedicare alla loro crescita.
Il futuro di un giovane non è una voce di bilancio. È una responsabilità.
E chi lavora nel calcio giovanile dovrebbe ricordare che, ogni volta che un ragazzo entra in campo, non ci sta affidando soltanto la sua voglia di giocare. Ci sta affidando una parte del suo tempo, della sua fiducia e delle sue possibilità di crescita.
Possiamo discutere di rette, sostenibilità e modelli organizzativi. Dobbiamo farlo, perché anche le società hanno il diritto e il dovere di stare in piedi economicamente.
Ma non perdiamo di vista la priorità.
I soldi girano. Il tempo passa. Il futuro si costruisce nel presente.
E allora mi chiedo: se la competizione giovanile dovrebbe servire a preparare il futuro, come possiamo accettare di sottrarre ai ragazzi proprio ciò che dovremmo aiutarli a costruire?
Non rubiamo loro i soldi. Quelli, prima o poi, si possono recuperare. Non rubiamo loro il futuro, confondendo il prezzo di un servizio con il valore della formazione.
Perché un giorno quei ragazzi cresceranno. E forse non ricorderanno quanto costava la retta. Ma ricorderanno le persone che li hanno aiutati a crescere, quelle che hanno creduto in loro e quelle che, pur avendo la responsabilità di accompagnarli, non hanno saputo dare valore al loro tempo.
È su questa differenza che, secondo me, dovremmo iniziare a misurare la qualità del nostro calcio giovanile.

BIO: Paolo Lontani, allenatore qualificato CONI/Figc e UEFA B.
Con un percorso che abbraccia quasi due decenni, ha costruito la sua carriera passo dopo passo, guidato dalla volontà di formare giovani talenti e crescere professionalmente in ogni aspetto del gioco.
La sua avventura in panchina inizia 18 anni fa nella squadra del suo paese, dove si è dedicato ai Piccoli Amici, la categoria base del calcio giovanile. Da lì, con metodo e impegno, Paolo ha scelto consapevolmente di lavorare in tutte le categorie giovanili, convinto che la comprensione delle diverse tappe formative fosse essenziale per diventare un allenatore completo.
Questa filosofia gli ha permesso di acquisire un bagaglio di esperienze unico: dall’allenare bambini che muovono i primi passi nel calcio, alla guida di squadre giovanili in fase di sviluppo, fino ad arrivare alla gestione delle Prime Squadre, affrontando così le sfide della competizione e della performance ad alti livelli.
Negli ultimi anni, Paolo ha portato le sue competenze e il suo entusiasmo nel calcio professionistico femminile, dove attualmente opera come allenatore. Il suo approccio, che unisce passione, competenza tecnica e attenzione alla crescita mentale e fisica delle atlete, lo rende un punto di riferimento nel panorama calcistico femminile.
La sua filosofia si basa sulla convinzione che il calcio sia prima di tutto un percorso di crescita, non solo per gli atleti ma anche per chi li guida. Paolo si distingue per il suo approccio metodico e discreto, sempre attento a mettere al centro il valore umano, oltre a quello tecnico, in ogni contesto in cui opera.











Una risposta
Riflessione condivisibile al 100%, Paolo. 👏👏
Hai centrato il punto focale della questione: nel calcio giovanile i soldi si possono recuperare o meglio , amministrare diversamente, ma il tempo dei ragazzi è un’opportunità irripetibile e non possiamo permetterci di sprecarlo o “rubarlo”.
Condividendo pienamente il tuo pensiero, mi sorge però una domanda spontanea e fondamentale per chi vive il campo ogni giorno:
come possiamo misurare concretamente la qualità del lavoro degli allenatori per assicurarci che quel tempo sia valorizzato al massimo?
Oggi la vera sfida è uscire dal giudizio sommario o dalla sola “pagella del weekend” per introdurre una misurazione oggettiva della metodologia, dei carichi e della crescita reale della rosa.
È proprio da questa esigenza che nasce il Rating V.I.T., che insieme a Pablo Cattaneo e alla piattaforma Final Third stiamo testando e affinando in diverse società sportive.
L’obiettivo è proprio questo: fornire uno strumento scientifico e trasparente che supporti i tecnici nel loro lavoro quotidiano, certifichi la qualità del percorso formativo e garantisca che il tempo trascorso dai nostri ragazzi sul campo sia un investimento sul loro futuro, e mai tempo perso.
Un caro saluto e complimenti ancora per la profondità dell’analisi!
Lorenzo