FROSINONE, LA SORPRESA CHE NON VUOLE SMETTERE DI ESSERLO

Tredici punti in sette giornate, quarto posto in classifica e un attaccante in testa alla classifica marcatori. Per il Frosinone appena promosso dalla Serie B, sono numeri che somigliano a un errore di battitura. E invece sono la fotografia esatta della miglior partenza della storia del club in Serie A.

C’è un modo di raccontare le neopromosse che si ripete ogni anno, ed è quello della squadra che attraverso una “lotta collettiva”, passo dopo passo, possa raggiungere una tribolata salvezza. Il Frosinone, per ora, ha deciso di scrivere un’altra storia ed infatti, la vittoria per 4-2 sul Sassuolo allo Stirpe, con tripletta di Raimondo, ha consegnato ai ciociari il quarto posto (momentaneo) e ha trasformato quella che doveva essere una stagione di sofferenza in qualcosa di molto diverso.

Il premio di Coach of the Month di agosto e settembre è andato a Massimiliano Alvini, consegnato allo stadio proprio prima della partita contro i neroverdi e proprio nella sfida ad un altro dei tecnici maggiormente attenzionati in questo primo scorcio di campionato, Alberto Aquilani (si tratta di due dei migliori allenatori dello scorso campionato cadetto). Le parole dell’amministratore delegato della Lega, Luigi De Siervo, descrivono bene ciò che si vede in campo: una rosa composta da molti giovani talenti italiani che seguono con convinzione le idee del proprio allenatore, con «un calcio intenso capace di fare risultato e al contempo offrire spettacolo e divertimento».

Per capire cosa c’è di notevole in questo premio, bisogna tornare indietro di tre anni e mezzo. Nel 2022 Alvini arrivò in Serie A alla guida della Cremonese, e quella stagione si trasformò in un calvario. Diciotto partite, undici sconfitte, nessuna vittoria: l’esonero arrivò nel gennaio 2023, dopo il ko interno con il Monza, e ogni ricostruzione di quella vicenda si apre con la stessa frase, cioè che è ricordato come l’allenatore che non vinse mai una partita in Serie A e che apparve a tutti come un uomo di grande spessore, ma come un allenatore non preparato per la massima serie.

Il punto interessante è la lettura che di quella esperienza si è data col tempo. Il salto improvviso in Serie A, portò Alvini a snaturare il proprio gioco e a scendere a compromessi che non pagarono. Prima di allora era stato un allenatore che vendeva suole per calzature nell’azienda di famiglia mentre allenava nelle categorie minori, e che aveva costruito una gavetta lunghissima: Tuttocuoio, Pistoiese, Albinoleffe, la Reggiana portata in Serie B, il Perugia. Poi Spezia, Cosenza e persino una retrocessione in Serie C.

Il Frosinone è stato il punto di ripartenza, e la differenza si vede. Il tecnico che due anni fa scendeva sotto la curva a prendersi i fischi dei suoi tifosi oggi gestisce una squadra che gioca con coraggio, che non rinuncia a costruire dal basso e che ha trovato nei giovani la propria energia. È lo stesso allenatore, con un’altra idea di sé e un altro contesto: a Frosinone ha ritrovato la retta via partendo per una salvezza tranquilla e finendo per dominare la Serie B.

C’è anche un elemento umano che vale la pena raccontare. Alvini è un uomo di provincia, di Fucecchio, cresciuto tra Spalletti e Sarri sui campi della Toscana minore, e si porta dietro il linguaggio di chi ha fatto la gavetta vera. Il suo calcio è intenso, verticale, mai rinunciatario. A Cremona fu costretto a piegarlo per difendersi; a Frosinone ha potuto finalmente applicarlo senza compromessi. E il risultato, per ora, gli sta dando ragione.

I ragazzi terribili

Il nome che sta sulla bocca di tutti è quello di Raimondo: sette gol in sette partite, capocannoniere della Serie A, e un premio come Rising Star of the Month per agosto e settembre. Non è un caso isolato, ma il vertice di un gruppo che comprende anche Palmisani, protagonista assoluto della vittoria per 2-0 sul Como, e Bracaglia.

Il dato che vale la pena sottolineare è un altro: nella Top 11 dei giovani italiani under 23 stilata dalla Lega di B, il club con più calciatori era proprio il Frosinone. È il segno di un progetto, non di una coincidenza, specialmente in un calcio italiano che da anni discute di come far giocare i giovani, il Frosinone ha semplicemente smesso di discuterne e ha cominciato a farlo.

Accanto a loro c’è un nome che merita un discorso a parte, anche perché non è italiano e non è un ragazzo appena affacciato al professionismo: Giorgi Kvernadze, ala mancina georgiana classe 2003, arrivata dal Kolkheti Poti nell’estate del 2023 prima in prestito e poi riscattata per meno di un milione di euro. Nella stagione della promozione ha trovato continuità con Alvini, con 5 gol e 5 assist in 36 presenze, e in questa prima parte di Serie A ha già messo insieme 5 reti e 2 assist tra campionato e Coppa Italia.

Il suo rendimento non è passato inosservato, tant’è che stando alle ricostruzioni di mercato, Napoli e Roma lo stanno monitorando da vicino, con gli azzurri che avrebbero inviato un osservatore allo Stirpe per la gara con il Como; la Fiorentina sarebbe alla finestra e dall’Inghilterra si parla di un possibile inserimento dell’Hull City a gennaio. Il paragone con Kvaratskhelia, suo amico e connazionale, è diventato quasi un luogo comune, e i numeri di questa partenza lo rendono meno azzardato di quanto sembrasse sole poche settimane fa.

Per il Frosinone, Kvernadze rappresenta un patrimonio sportivo ed economico insieme. È il calciatore su cui è costruito il gioco offensivo e, allo stesso tempo, l’asset che potrebbe finanziare il futuro del club: si legge di una richiesta intorno ai 25 milioni di euro per lasciarlo partire. È il rovescio della medaglia di ogni favola di provincia: quando un progetto funziona, i suoi protagonisti diventano merce pregiata sul mercato, e la capacità di resistere alle offerte diventa essa stessa un risultato.

Il fuoco di paglia: un rischio da non sottovalutare

Qui però il racconto deve farsi più freddo, perché la Serie A ha una memoria lunga e una casistica precisa. Le neopromosse che partono forte e poi si spengono sono un genere narrativo ricorrente, quasi una tradizione del nostro campionato.

L’esempio più vicino nello spazio e nel tempo è proprio la Cremonese, dove nella scorsa stagione i grigiorossi partirono col botto, con una vittoria strappata a San Siro contro il Milan e, dopo nove giornate, nove punti di vantaggio sulla zona retrocessione. Sembravano una favola. Poi è arrivata una serie di quindici partite senza vittorie, il cambio di allenatore dopo un 1-4 interno con la Fiorentina, e infine la retrocessione maturata all’ultima giornata.

È la trappola in cui il Frosinone deve evitare di cadere, e il paradosso è che si tratta di una trappola costruita dal suo stesso successo. In un girone d’andata così ci sono tre fattori che possono tradursi in un crollo.

Il primo è l’effetto sorpresa. Nessuno prepara l’incontro con il Frosinone come si prepara quello con altre big del nostro campionato, e questo può regalare punti nelle prime settimane.

Il secondo è la dipendenza dai singoli. Un attaccante che segna sette gol in sette partite prima o poi si ferma, e la tenuta della squadra dipenderà da quanto il sistema reggerà anche senza il suo terminale. C’è poi il fronte Kvernadze: un gennaio di mercato vissuto sotto assedio, con offerte importanti sul tavolo, può diventare un elemento di distrazione difficile da gestire in una piazza che non è abituata a certe pressioni.

Il terzo è la tenuta mentale. Una piazza che si abitua a vincere fatica ad accettare la prima serie negativa, e la pressione che ne deriva può trasformare una striscia di tre sconfitte in una spirale. Il vero tema, ora, non è se il Frosinone possa salvarsi. A questo ritmo la salvezza è un obiettivo già ampiamente alla portata. La domanda è un’altra, e ha due facce: fino a dove può spingersi questa squadra, e riuscirà a restare lassù quando le grandi torneranno a fare la voce grossa?

Qui però il discorso si allarga, e diventa più importante di una singola stagione. Perché il Frosinone è uno dei pochissimi club italiani che possono contare su uno stadio di proprietà. Lo Stirpe è stato inaugurato nel 2017, è il terzo impianto moderno di proprietà di un club in Italia dopo l’Allianz Stadium della Juventus e la Dacia Arena di Udine, e la società ne ha ottenuto il diritto di superficie per quarantacinque anni. In un campionato in cui quasi tutti giocano in stadi comunali, questo non è un dettaglio: è la base materiale su cui si costruisce la sostenibilità di un progetto.

A questo si aggiunge un cambio di passo societario avvenuto nell’estate 2026. Il fondo Clara Vista ha rilevato l’80% del club e il 51% della società che gestisce le infrastrutture, per un valore complessivo di 41,5 milioni di euro, con Maurizio Stirpe che resta presidente e alla guida operativa almeno fino al 2028, anno del centenario del club frusinate. Gli obiettivi dichiarati sono chiari: rafforzare il centro sportivo e il settore giovanile e consolidarsi stabilmente ai vertici del calcio italiano.

Il punto è che Stirpe lo ha detto in modo quasi brutale: il problema del Frosinone non è mai stato arrivare in Serie A, è stato restarci. Tre promozioni in massima serie dal 2015, e mai una permanenza che sia durata più di una stagione ed è esattamente lo step che questa società deve compiere adesso, e le condizioni per farlo sembrano finalmente esserci tutte: un impianto di proprietà, una proprietà solida, un direttore sportivo esperto come Angelozzi, un allenatore che ha trovato il proprio equilibrio e una generazione di giovani che sta crescendo insieme alla squadra.

La risposta, sul piano del campo, non dipende dai numeri di Raimondo, ma da due cose molto meno visibili. La prima è la solidità difensiva, perché 9 gol fatti e 7 subiti in 6 partite raccontano una squadra equilibrata, non solo una macchina offensiva. La seconda è la capacità di Alvini di mantenere la propria identità quando i risultati inizieranno a girare storto: è esattamente il passaggio in cui, a Cremona, si era perso.

Per una piazza che ha conosciuto in pochi anni la Serie B e la Serie A, il fatto stesso di potersi porre questa domanda è già una piccola vittoria. Ma è proprio qui che il fuoco di paglia diventa il rischio da evitare a tutti i costi. Se il Frosinone resta, se trasforma questa partenza in una permanenza lunga, allora smette di essere una favola e diventa una realtà del nostro calcio: un club di provincia strutturato, con uno stadio proprio e un modello di gestione replicabile. Il tipo di società che in Serie A ce ne sono poche, e che servirebbe ce ne fossero di più.

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