IL RINVIO DEL PORTIERE MODERNO -9- VALUTARE LA DISTRIBUZIONE: QUANDO IL PASSAGGIO RIUSCITO NON RACCONTA TUTTA LA PRESTAZIONE

C’è una domanda che ogni allenatore dei portieri dovrebbe porsi quando analizza una partita: come faccio a capire se il mio portiere sta realmente migliorando nella distribuzione? La risposta più immediata è osservare quanti passaggi completa, quanti palloni perde, quante volte trova il compagno e con quale precisione riesce a giocare corto o lungo. Sono informazioni utili, naturalmente, ma se ci fermiamo a questi numeri rischiamo di descrivere soltanto una parte della prestazione, perché un passaggio può essere tecnicamente corretto ma tatticamente inutile, così come un pallone apparentemente perso può essere il risultato di una scelta coerente con il modello di gioco e con il rischio che la squadra ha deciso di assumersi.

Il problema, quindi, non è raccogliere dati, ma capire quali dati servono davvero per interpretare il comportamento del portiere. Nell’analisi del rinvio moderno, la percentuale di precisione non può essere considerata l’unico indicatore di efficacia, perché non ci dice se il portiere abbia riconosciuto la soluzione migliore, se abbia giocato nel momento opportuno, se abbia superato una linea di pressione oppure se abbia semplicemente mantenuto il possesso senza produrre un vantaggio per la squadra. Per valutare correttamente una prestazione dobbiamo ricostruire il contesto nel quale il gesto è stato eseguito e comprendere la relazione tra la situazione iniziale, la decisione presa, la qualità dell’esecuzione e ciò che è accaduto immediatamente dopo.

Questa prospettiva è coerente con il lavoro di analisi sviluppato da FIFA, che considera la distribuzione del portiere all’interno della costruzione collettiva e distingue differenti modalità di progressione, come giocare intorno alla pressione avversaria, attraversarla con un passaggio, servire un compagno in una zona intermedia oppure superare direttamente la linea difensiva. Il valore di queste categorie non consiste soltanto nel classificare il tipo di passaggio, ma nel permettere di comprendere quale problema tattico la squadra stesse cercando di risolvere attraverso quella giocata.

Il primo errore: confondere la precisione con l’efficacia

Immaginiamo due portieri che, al termine di una partita, abbiano completato lo stesso numero di passaggi e registrato la medesima percentuale di precisione. A prima vista, le loro prestazioni potrebbero sembrare equivalenti, ma osservando le immagini potremmo scoprire che il primo ha giocato prevalentemente verso compagni liberi, senza pressione, mentre il secondo ha trovato ripetutamente soluzioni capaci di superare la prima linea avversaria, permettendo alla squadra di avanzare e creare superiorità numerica nella zona successiva. Il dato quantitativo sarebbe identico, ma il contributo alla costruzione del gioco sarebbe differente.

Potremmo anche trovarci nella situazione opposta, nella quale un portiere completa quasi tutti i passaggi ma, per evitare qualsiasi rischio, restituisce continuamente il pallone al difensore da cui lo ha ricevuto, senza modificare la struttura della pressione avversaria. Non significa che il passaggio di ritorno sia sbagliato: può essere la scelta corretta quando lo spazio in avanti è chiuso e la squadra deve ricominciare la costruzione. Diventa però un limite quando rappresenta una risposta automatica, utilizzata senza verificare se esistano altre possibilità.

È proprio questa distinzione che dobbiamo introdurre nella valutazione: un passaggio riuscito descrive l’esecuzione, mentre la sua efficacia tattica richiede di analizzare anche ciò che quel passaggio ha permesso alla squadra di fare.

FIFA, attraverso le analisi sulla distribuzione nelle competizioni internazionali, ha evidenziato l’importanza di considerare non soltanto il volume dei passaggi, ma anche la capacità di superare le linee avversarie e la varietà delle soluzioni utilizzate. In un’analisi della FIFA U-20 Women’s World Cup 2022, per esempio, le statistiche sulla distribuzione mostravano differenze significative tra portieri che effettuavano un numero simile di passaggi ma con percentuali di riuscita differenti; la stessa analisi considerava inoltre i passaggi capaci di rompere le linee di pressione.

Questo non significa che dobbiamo sostituire la percentuale di precisione con un unico nuovo indicatore, perché il problema rimarrebbe lo stesso. Significa, invece, che dobbiamo costruire una valutazione multidimensionale, nella quale ogni dato venga interpretato in relazione al comportamento che vogliamo sviluppare.

Dalla raccolta dei dati alla lettura della situazione

Quando analizzo la distribuzione di un portiere, partirei da alcune domande che considero più importanti del semplice conteggio dei passaggi: prima di ricevere il pallone, il portiere aveva osservato ciò che accadeva intorno a lui? La sua posizione offriva al compagno una linea di passaggio realmente utile? Aveva riconosciuto la direzione della pressione? La scelta effettuata era coerente con gli spazi disponibili e con le intenzioni della squadra? Dopo aver giocato il pallone, si era riposizionato per offrire nuovamente sostegno oppure era rimasto fuori dall’azione?

Sono domande che obbligano l’allenatore ad andare oltre il singolo contatto con il pallone e ad analizzare il comportamento che precede e segue il passaggio. Nella proposta di allenamento pubblicata da FIFA sul tema della costruzione dal basso, Dean Santangelo insiste proprio sulla necessità che il portiere osservi continuamente a destra e a sinistra prima della ricezione, scelga una posizione funzionale rispetto allo spazio e ai compagni, apra angoli di passaggio sicuri e sappia riposizionarsi quando il possesso viene perso. La distribuzione, in questa prospettiva, non è un gesto isolato, ma una sequenza di comportamenti collegati tra loro.

Per questo motivo, nell’analisi video utilizzerei una griglia capace di distinguere almeno cinque dimensioni: lettura della situazione, scelta della soluzione, esecuzione tecnica, risultato tattico e comportamento successivo. Non si tratta di attribuire necessariamente un punteggio a ogni elemento, ma di evitare che l’allenatore giudichi l’intera prestazione attraverso un solo risultato visibile.

La lettura riguarda la capacità del portiere di raccogliere informazioni pertinenti prima e durante l’azione; la decisione riguarda la soluzione scelta rispetto alla pressione, agli spazi e alle possibilità offerte dai compagni; l’esecuzione comprende la precisione, la forza, la traiettoria, il piede utilizzato e la qualità del controllo quando il pallone arriva da un compagno; il risultato tattico descrive se la giocata abbia mantenuto il possesso, superato una linea avversaria, trovato un compagno in condizioni favorevoli o costretto la squadra a difendere nuovamente; infine, il comportamento successivo permette di capire se il portiere sia rimasto coinvolto nella costruzione oppure abbia saputo prepararsi alla possibile perdita del pallone.

Questa griglia non deve trasformarsi in un sistema rigido, perché le situazioni di gioco non sono mai perfettamente sovrapponibili. Il suo valore consiste piuttosto nel fornire all’allenatore un linguaggio comune per descrivere gli episodi e individuare con maggiore precisione ciò che deve essere migliorato.

Il rischio va interpretato, non semplicemente eliminato

Uno degli aspetti più delicati nella valutazione riguarda gli errori. Quando un portiere perde il pallone durante una costruzione dal basso, la reazione immediata può essere quella di considerare sbagliata la scelta di giocare corto e di suggerire una soluzione più prudente. È una conclusione che può essere corretta, ma soltanto dopo aver ricostruito l’episodio, perché non tutte le perdite di possesso hanno la stessa origine e non tutte richiedono lo stesso intervento allenante.

Se il portiere aveva riconosciuto correttamente una linea di passaggio, ma ha sbagliato il peso del pallone, il problema può riguardare l’esecuzione tecnica. Se invece il passaggio è stato giocato verso un compagno già schermato dall’avversario, dobbiamo indagare la lettura e la decisione. Se la soluzione era corretta, ma il compagno ha controllato male, non possiamo attribuire automaticamente la responsabilità al portiere. Se, infine, la squadra ha scelto consapevolmente di attirare la pressione per liberare uno spazio più avanzato, dobbiamo valutare anche il comportamento collettivo e non soltanto l’esito immediato del passaggio.

La distinzione è fondamentale perché, se ogni perdita di possesso viene trattata come un errore da evitare a qualsiasi costo, rischiamo di allenare un portiere che preferisce sempre la soluzione più sicura, anche quando la partita richiederebbe di assumersi un rischio ragionato. Al contrario, se premiamo soltanto il passaggio verticale o la giocata che supera più avversari, possiamo favorire decisioni ambiziose ma poco funzionali al contesto.

FIFA, nelle proprie analisi sulla distribuzione, sottolinea che il portiere deve saper scegliere tra differenti modalità di gioco in funzione della pressione e della struttura avversaria, considerando anche il pallone lungo come una soluzione tattica efficace quando permette di superare una pressione alta o di raggiungere direttamente uno spazio vantaggioso. La qualità della distribuzione, quindi, non coincide con la preferenza per il corto o per il lungo, ma con la capacità di riconoscere quale soluzione sia più adatta alla situazione.

Da allenatore, questo significa che non correggerei un portiere semplicemente dicendogli di non rischiare più, ma cercherei di comprendere se il rischio fosse necessario, se fosse stato riconosciuto correttamente e se l’esecuzione avesse rispettato le esigenze della scelta. Solo dopo questa analisi deciderei quale contenuto inserire nella seduta.

La valutazione deve arrivare fino al campo

L’analisi video diventa davvero utile quando produce una conseguenza concreta nell’allenamento. Se osservando una partita emerge che il portiere fatica a riconoscere la pressione laterale e continua a giocare verso il compagno schermato, non è sufficiente organizzare una serie di passaggi tecnici tra due giocatori. Dobbiamo costruire una situazione nella quale il portiere possa ricevere informazioni differenti, osservare il comportamento degli avversari, riconoscere le linee disponibili e scegliere tra più soluzioni, mantenendo una difficoltà adeguata al suo livello.

Se il problema riguarda la precisione del passaggio lungo, invece, il lavoro può richiedere una fase tecnica più specifica, nella quale intervenire sulla coordinazione del gesto, sull’organizzazione del corpo, sul piede d’appoggio e sulla gestione della traiettoria, per poi verificare se il miglioramento rimanga presente quando il portiere deve decidere sotto pressione. Se emerge una difficoltà nel riposizionamento dopo la distribuzione, dovremo includere anche la transizione negativa, perché il portiere deve essere pronto a difendere la porta nel caso in cui la squadra perda il possesso.

È questa la logica che collega analisi, progettazione e verifica. Nel percorso UEFA GK A di Coverciano, la prova finale comprende l’analisi video di una situazione di gioco e la successiva proposta di una seduta attraverso il metodo PAGS, articolato in Play, Analitico, Globale e Squadra. Il principio è particolarmente pertinente anche per il lavoro sulla distribuzione: osservare un problema reale, individuare un obiettivo, costruire un percorso di apprendimento e verificare il trasferimento del comportamento nel contesto collettivo.

La valutazione, inoltre, non dovrebbe concludersi alla fine della seduta. Se il portiere ha lavorato sulla capacità di superare una linea di pressione, dobbiamo verificare nelle successive partite se riconosce più frequentemente le occasioni favorevoli, se sceglie con maggiore coerenza e se riesce a eseguire la soluzione richiesta. Non è necessario pretendere un miglioramento immediato in ogni indicatore, perché le prestazioni dipendono anche dagli avversari, dal modello di gioco, dalla qualità dei compagni e dalle condizioni della partita; è però necessario verificare se il comportamento che abbiamo allenato stia diventando più stabile e adattabile.

Il portiere non è un numero

Dopo più di vent’anni sul campo, considero l’analisi una delle opportunità più importanti per migliorare il nostro lavoro, a condizione che non venga utilizzata per sostituire l’osservazione con una serie di statistiche. I numeri possono mostrarci dove cercare, ma raramente spiegano da soli perché un portiere abbia scelto una soluzione, quali informazioni abbia percepito o quale alternativa avrebbe potuto riconoscere.

Per questo motivo, quando preparo una valutazione, non mi interessa soltanto sapere quanti passaggi il portiere abbia completato, ma voglio capire quali opportunità abbia riconosciuto, quali abbia lasciato passare, quanto le sue scelte siano state coerenti con il gioco della squadra e se, attraverso la distribuzione, abbia contribuito a creare condizioni migliori per l’azione successiva. Voglio distinguere l’errore tecnico dall’errore decisionale, la scelta prudente dalla scelta passiva, il rischio necessario da quello evitabile, perché ognuna di queste situazioni richiede una risposta allenante diversa.

Il dato diventa davvero utile quando ci aiuta a formulare una domanda migliore, e la domanda diventa utile quando ci permette di progettare un’esperienza di allenamento più vicina alle esigenze della partita. È in questo passaggio che l’allenatore dei portieri smette di limitarsi a correggere un gesto e comincia a lavorare sul comportamento complessivo del giocatore.

Il rinvio moderno, quindi, non dovrebbe essere valutato soltanto attraverso la precisione del piede, la distanza raggiunta o la percentuale di passaggi completati, perché nessuno di questi elementi, preso singolarmente, restituisce la complessità della prestazione. La valutazione più significativa nasce dalla relazione tra ciò che il portiere percepisce, ciò che decide, ciò che riesce a eseguire e ciò che la squadra può costruire a partire da quella scelta.

La domanda conclusiva non è quanti passaggi abbia sbagliato il portiere, ma quanto sia diventato capace di riconoscere la soluzione giusta, nel momento giusto, per la propria squadra.

BIO: ANTONIO FERRARO

Allenatore dei portieri con oltre vent’anni di esperienza nel calcio, maturata in contesti professionistici e dilettantistici ad alto livello. Nel corso della carriera ha operato all’interno del settore giovanile professionistico del Torino Calcio, affiancando allo sviluppo tecnico una costante attenzione agli aspetti percettivo-decisionali della prestazione del portiere.

In possesso di Laurea Magistrale in Scienze Motorie, integra competenze accademiche e metodologiche con l’esperienza di campo, sviluppando modelli di allenamento basati sull’evoluzione del ruolo nel calcio moderno.

È abilitato UEFA A e specializzato come Allenatore dei Portieri con qualifica UEFA Goalkeeper B (UEFA GKB), titoli che certificano una preparazione avanzata nella gestione e nello sviluppo della prestazione specifica.

Nel corso del proprio percorso ha lavorato in diverse categorie, dalla Serie C ai campionati di Eccellenza e Promozione, confrontandosi con contesti competitivi differenti e contribuendo alla crescita di portieri in tutte le fasi del loro sviluppo.

L’attività è orientata allo studio e all’applicazione di modelli prestativi innovativi, con particolare riferimento ai processi di scanning, anticipazione e preparazione motoria, elementi chiave nel ruolo del portiere nel calcio contemporaneo.

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