QUESTIONE DI TESTA, HA RAGIONE RABIOT

Paradossale il sentiment dei tifosi dopo Milan-Atalanta: come se avessero visto “Animals”, film avvincente e ben costruito per un’ora, poi frana in un pasticcio che ne abbassa le stelle e il gradimento. Rabiot ha sollevato il problema dopo il 3-2 di domenica scorsa: non basta giocare bene, bisogna saper attraversare anche i momenti difficili, gestire le situazioni perché la maturità di una squadra si manifesta soprattutto quando la partita cambia faccia. Se funzionano recitazione, sceneggiatura e regia, non puoi scrivere un finale sbagliato. Nel cinema come nel calcio.

Può una vittoria lasciare l’amaro in bocca? Certo che sì: se ti preclude comunque un traguardo che avevi a portata di mano o se, nonostante i 3 punti, continui a scoprire difetti atavici che già si erano manifestati 7 giorni prima contro il Sassuolo e che, in quel caso, avevano causato il pareggio in una fase di assoluto controllo dei rossoneri. Rabiot non ha cercato attenuanti, non si è rifugiato nella soddisfazione per il risultato: ha parlato di mentalità manifestamente, di concentrazione perduta, di un’ultima mezz’ora capace di cancellare quanto di buono era stato costruito prima. La sua non è soltanto la reazione di un leader, di un giocatore che non sopporta di vedere la propria squadra soffrire: è un richiamo a una questione che riguarda il Milan ben oltre i 90′ minuti di San Siro, l’abisso che separa il giocare bene a calcio e governare una partita. Gestire momenti e situazioni.

Se non hai le caratteristiche della grande squadra, mai contenta e mai del tutto al sicuro, il vantaggio di 3 gol (dopo un quarto annullato e un rigore fallito, per di più) può diventare una trappola fatale. Ci si sente al sicuro, si abbassa il livello di attenzione, si smette di aggredire gli spazi e si lascia all’avversario il tempo di credere nell’impresa. Arriva infatti il primo gol bergamasco, cambia l’inerzia, cresce il nervosismo e ciò che sembrava impossibile diventa improvvisamente plausibile a te e soprattutto agli avversari.

È esattamente in quel momento che si misura la mentalità, la maturità di una squadra. Non quando tutto funziona, il pressing produce risultati e gli avversari faticano a uscire dalla propria metà campo. Ma quando il piano iniziale non basta più, il pubblico comincia a preoccuparsi e gli errori rischiano di moltiplicarsi. La mentalità vincente non è soltanto fame di gol, aggressività o voglia di imporsi: è anche capacità di leggere il contesto, conservare lucidità, scegliere quando accelerare e quando proteggere il risultato. Soprattutto, è la capacità di non confondere la sicurezza con la presunzione e la prudenza con la paura.

Dopo l’1-1 con il Sassuolo avevo personalmente puntato l’indice anche contro lo stesso Rabiot: è da lui, da Modric e dai più esperti che mi aspetto tengano la palla lontana dalla difesa e frustino i compagni affinché non smettano di giocare. Può darsi però che non senta, non veda cosa accada in campo e giudichi senza tutti gli strumenti necessari. È un fatto che il francese abbia toccato un altro nervo scoperto: la responsabilità di chi entra dalla panchina. I subentrati devono aggiungere energia, non ereditare passivamente il nervosismo di chi è in campo, né dare l’impressione di una passerella festosa a risultato acquisito. Le prestazioni da subentrati di Loftus-Cheek e in particolare Estupinan, le palle perse da Jashari (il quale paraltro nel finale è protagonista di un recupero esemplare che smorza definitivamente le velleità atalantine), il calo repentino di Hutchinson – partito bene, poi costretto ad arretrare si è smarrito – sono segnali inquietanti. 

È questa la lezione più importante: le grandi squadre non sono quelle che non soffrono mai. Sono quelle che, quando cominciano a soffrire, non smarriscono sé stesse. Ed è così in un ambiente dove le pressioni sono conclamate, reiterate, conosciute, dove le prestazioni – lo dice Modric – finiscono in un’ora e mezza e la prossima è un altro esame, anche se hai 40 anni. È così in un club che non ha mai avuto l’ambizione di partecipare, ma di vincere. Per questo adesso ci sono i mental coach, i match analyst, gli assistenti: il ruolo della mente è fondamentale. Il fatto, però, è che a un certo punto del cammino il tutor ti sgancia e devi arrangiarti da solo, nel vuoto dell’agonismo. Devi arrivare da solo ad avere tutti gli strumenti necessari per gestire te stesso all’interno della competizione e trasmettere il tuo equilibrio, la freddezza, la lucidità, al resto del gruppo.

Rabiot ha lanciato il messaggio. Ora la risposta non può arrivare da un’altra intervista: deve sgorgare dal campo come lo zampillo in una fontana.

BIO: Luca Serafini è nato a Milano il 12 agosto 1961. Cresciuto nella cronaca nera, si è dedicato per il resto della carriera al calcio grazie a Maurizio Mosca che lo portò prima a “Supergol” poi a SportMediaset dove ha lavorato per 26 anni come autore e inviato. E’ stato caporedattore a Tele+2 (oggi SkySport). Oggi è opinionista di  Sportitalia e direttore della Fiera digitale dello sport . Ha pubblicato numerosi libri biografici e romanzi.

2 risposte

  1. Sono d’accordo con il messaggio che Rabiot ha lanciato, ma non penso che lo stesso Rabiot possa davvero diventare un leader in campo. Se lo fosse sarebbe forse riuscito a trasmettere quel messaggio durante la partita.
    E’ un ottimo giocatore, ma in carriera (PSG, Juve, Marsiglia, nazionale francese) è sempre andato a fasi alterne, alternando picchi a lunghi momenti di assenze, a volte all’interno della stessa partita (in fondo ha parlato di cose che conosce bene). In quelle squadre è sempre stato un giocatore di complemento (sia a livello di leadership che a livello tecnico-tattico) con limiti caratteriali.
    Poi non si sa mai, i giocatori hanno ovviamente il diritto di cambiare e migliorare.
    Ma io nel caso specifico del Milan tendo a vedere il lato negativo : cioè se diventa cosi importante nel Milan attuale vuol dire che c’è una profonda mancanza di leadership.

  2. ….”La mentalità vincente non è soltanto fame di gol, aggressività o voglia di imporsi: è anche capacità di leggere il contesto, conservare lucidità, scegliere quando accelerare…“
    Questo è Vangelo Luca! Chapeau!
    Di meglio, in quanto a leadership, (Modric a parte) abbiamo solo Rabiot, ed in lui con pregi e difetti, da vecchio milanista, credo, spero e confido!
    Buona giornata!

    Massimo 48❤️🖤

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