«Dobbiamo tornare alla difesa e contropiede e insegnare la tecnica di base nei settori giovanili».
Quante volte abbiamo sentito dire cose del genere? Probabilmente tante. E, a pensarci bene, non c’è nemmeno nulla di strano. Al bar, tra una partita e l’altra, è normale parlare di calcio, ricordare i tempi passati e cercare spiegazioni semplici a problemi che, in realtà, sono molto più complessi.
Il discorso cambia, però, quando certe affermazioni arrivano da allenatori, dirigenti e persone che lavorano ogni giorno nel calcio e hanno responsabilità nella formazione dei giovani. Perché, in quel caso, non siamo più soltanto davanti a un’opinione. Siamo davanti a un modo di leggere il problema e, di conseguenza, a un’idea di come provare a risolverlo. Ed è proprio qui che, secondo me, dovremmo fermarci a riflettere.
Davvero il calcio italiano è in difficoltà perché ha abbandonato la difesa e contropiede? Davvero basta tornare a quel modello e insistere sui fondamentali tecnici per colmare il divario con il calcio internazionale? Io credo che il problema sia un altro. E che continuare a guardare indietro, alla ricerca di risposte già pronte, rischi di allontanarci ancora di più dalla soluzione.
Il calcio è cambiato. Sono cambiati i ritmi, gli spazi, le pressioni, le modalità di costruzione del gioco e le competenze richieste ai calciatori. Nel frattempo, noi sembriamo ancora alla ricerca della formula che ci permetta di ritrovare i successi del passato. Ma forse la domanda da porsi non è come tornare a giocare come una volta. È capire perché quel calcio funzionava, quali condizioni ne favorivano l’efficacia e che cosa, oggi, non siamo più capaci di fare altrettanto bene.
Il passato funzionava. Ma siamo sicuri di aver capito perché?
Quando sento invocare il ritorno alla difesa e contropiede, mi viene spontaneo pensare a tutto quello che c’era prima ancora che un ragazzo entrasse in un settore giovanile. Penso ai cortili, agli oratori, alle strade, ai campetti di periferia. Penso a quei pomeriggi passati a giocare fino a quando non diventava buio, alle partite improvvisate, alle sfide tra ragazzi di età diverse, ai palloni contesi e alle soluzioni trovate senza che ci fosse necessariamente un adulto a spiegare cosa fare.
Non voglio idealizzare quel periodo. Non tutto era migliore e non tutti i ragazzi diventavano giocatori. Ma credo che in quelle esperienze ci fosse qualcosa che oggi rischiamo di sottovalutare: si giocava tanto, si sperimentava tanto e si imparava a risolvere problemi direttamente sul campo. Un ragazzo doveva capire come proteggere il pallone, quando dribblare, come liberarsi di un avversario e come trovare una soluzione quando tutto sembrava chiuso. Doveva arrangiarsi, osservare, provare e riprovare. E, soprattutto, doveva prendere decisioni. Nessuno gli suggeriva continuamente quale fosse la scelta giusta. Spesso doveva scoprirlo da solo, anche sbagliando. Era una scuola di calcio spontanea, certamente imperfetta, ma capace di offrire un’enorme quantità di esperienze.
Ecco, credo che questo sia un punto fondamentale del discorso.
I giocatori di allora non arrivavano agli allenamenti soltanto con le abilità che avevano acquisito durante le sedute organizzate. Portavano con sé anche un bagaglio di situazioni vissute, di problemi affrontati e di soluzioni sperimentate giocando. Su quella base gli allenatori potevano costruire l’organizzazione tattica, il lavoro collettivo e i principi del proprio modello di gioco.
La difesa organizzata e il contropiede potevano funzionare anche perché i calciatori avevano sviluppato, attraverso tante ore di gioco, capacità tecniche, sensibilità e intuito che permettevano loro di interpretare le situazioni. Naturalmente, non tutto si spiega con il calcio di strada e non bisogna pensare che il passato fosse automaticamente migliore. Ma ignorare il peso di quelle esperienze significa perdere un pezzo importante del ragionamento.
Possiamo riproporre oggi gli stessi principi tattici, ma siamo sicuri che i ragazzi arrivino a interpretarli con lo stesso bagaglio di esperienze?
Se le occasioni di gioco spontaneo diminuiscono, se il tempo trascorso con il pallone tra i piedi si riduce e se ogni attività viene organizzata, diretta e corretta da qualcuno, il percorso di apprendimento inevitabilmente cambia. E allora non basta dire che dobbiamo tornare a giocare come una volta. Dobbiamo chiederci come permettere ai ragazzi di acquisire quelle esperienze che un tempo maturavano più naturalmente. Perché il punto non è riprodurre il calcio di ieri. È recuperare ciò che di formativo c’era in quel modo di giocare, adattandolo alla realtà di oggi.
La tecnica è fondamentale. Ma non basta ripeterlo. C’è un’altra frase che sentiamo ripetere continuamente: «Ai giovani manca la tecnica di base».
Su questo non ho difficoltà a essere d’accordo. Saper controllare il pallone, passare, calciare, dribblare e proteggerlo è indispensabile. Senza una buona base tecnica diventa difficile affrontare le richieste del calcio moderno. Ma anche qui credo che il rischio sia fermarsi alla constatazione senza andare abbastanza a fondo. Dire che bisogna insegnare la tecnica è corretto. La domanda è: quale tecnica stiamo insegnando, come la insegniamo e, soprattutto, a quale scopo?
Un conto è eseguire un controllo orientato senza avversari, con tutto il tempo necessario per sistemarsi il pallone. Un altro è riuscire a controllarlo in una situazione di pressione, individuando nello stesso momento lo spazio da attaccare e la soluzione successiva. Un conto è fare un passaggio preciso in un’esercitazione prestabilita. Un altro è riconoscere quando quel passaggio può superare una linea avversaria, liberare un compagno o cambiare il ritmo dell’azione.
Il gesto tecnico è fondamentale, ma cambiano il contesto, le informazioni da elaborare e la decisione da prendere. È qui che, a mio avviso, dovremmo concentrare maggiormente la nostra attenzione. Non possiamo accontentarci di formare ragazzi che sappiano eseguire correttamente determinati gesti. Dobbiamo aiutarli a capire quando utilizzarli, perché farlo e come adattarli a quello che succede in campo.
La tecnica non è qualcosa da insegnare prima di cominciare a giocare. È uno strumento che deve svilupparsi e soprattutto migliorare nella relazione con il gioco. Questo non significa rinunciare a interventi analitici o al lavoro specifico sui fondamentali. In determinate situazioni sono utili e possono essere necessarie. Il problema nasce quando diventano il centro del percorso formativo e rimangono scollegate dalle situazioni nelle quali il ragazzo dovrà poi utilizzare quelle abilità.
Se vogliamo che un giovane migliori nel controllo, dobbiamo anche metterlo nelle condizioni di capire dove orientarlo. Se vogliamo che impari a passare, dobbiamo aiutarlo a riconoscere quale passaggio può essere più efficace. Se vogliamo che sappia dribblare, dobbiamo lasciargli lo spazio per capire quando affrontare l’avversario e quando, invece, scegliere una soluzione diversa. Perché un giocatore non diventa completo soltanto quando sa fare tante cose con il pallone. Diventa più completo quando riesce a scegliere la cosa giusta nel momento giusto. E questo ci porta a un punto che considero decisivo: tecnica e tattica non sono due mondi separati. La tecnica permette di realizzare una scelta, mentre la comprensione del gioco aiuta a individuare quella più efficace.
Non dobbiamo scegliere tra insegnare la tecnica e insegnare a giocare. Dobbiamo insegnare la tecnica attraverso il gioco e per giocare meglio. Il problema non è tattico. È innanzitutto culturale e metodologico
Il calcio internazionale non è rimasto fermo. Si è evoluto, ha sviluppato nuovi modi di occupare gli spazi, di costruire dal basso, di pressare e di superare la pressione avversaria. Oggi una squadra deve saper difendere e ripartire, certo. Ma deve anche saper costruire, mantenere il possesso quando serve, attirare gli avversari per liberare spazi e riconoscere quando è il momento di accelerare.
Non esiste un solo modo di giocare e non credo che si debba inseguire ogni nuova tendenza tattica come se fosse necessariamente migliore della precedente. La difesa e contropiede possono essere efficaci anche oggi. In determinati momenti della partita e contro determinati avversari possono rappresentare una scelta intelligente. Il problema nasce quando una soluzione tattica diventa una risposta universale, quasi una ricetta da applicare a ogni difficoltà.
Se facciamo fatica a costruire il gioco, a superare una pressione organizzata o a trovare giocatori capaci di prendere decisioni sotto pressione, tornare a difendere bassi e ripartire può essere una scelta legittima sul piano tattico. Ma non risolve, da sola, il problema della formazione. E soprattutto non ci esonera dal chiederci perché facciamo fatica a sviluppare quelle competenze. È una distinzione importante, perché rischiamo altrimenti di confondere il modo in cui una squadra affronta una partita con il modo in cui un calciatore viene formato negli anni.
Un sistema di gioco può nascondere alcune carenze, valorizzare determinate caratteristiche e mettere una squadra nelle condizioni di competere. Ma il percorso di crescita di un giovane deve essere più ampio delle esigenze immediate di una singola partita. Un ragazzo deve imparare a difendere, ma anche a costruire. Deve saper attaccare la profondità, ma anche riconoscere quando è utile consolidare il possesso. Deve saper eseguire un compito tattico, ma anche comprendere ciò che accade quando la situazione cambia. In altre parole, dobbiamo formare giocatori capaci di adattarsi, non a eseguire. E questo richiede un lavoro che parte dai contenuti dell’allenamento, passa attraverso la preparazione degli allenatori e coinvolge l’intera cultura calcistica.
Dobbiamo chiederci quanto spazio lasciamo alla creatività, quanto stimoliamo la capacità di osservare e decidere e quante opportunità offriamo ai ragazzi per sperimentare soluzioni diverse. Dobbiamo anche avere il coraggio di valutare criticamente le nostre abitudini. Non perché tutto quello che abbiamo fatto finora sia sbagliato, ma perché nessuna metodologia può essere considerata valida per sempre, indipendentemente da come cambia il gioco.
Il punto non è rinnegare la nostra tradizione. È evitare che diventi un limite alla nostra capacità di evolverci. Se i ragazzi giocano meno, dobbiamo ripensare il modo in cui li facciamo giocare. C’è un aspetto che considero particolarmente importante: spesso parliamo delle carenze dei giovani come se fossero responsabilità esclusivamente loro.
Diciamo che hanno meno fantasia, che non sanno dribblare, che non prendono iniziative o che fanno fatica a leggere le situazioni. Ma quanto ci interroghiamo sulle esperienze che offriamo loro? Se un ragazzo ha meno occasioni per giocare liberamente rispetto alle generazioni precedenti, non possiamo limitarci a rimproverargli ciò che non ha imparato. Dobbiamo domandarci come aiutarlo ad acquisire quelle competenze. Se vogliamo giocatori più creativi, dobbiamo lasciare loro la possibilità di sperimentare. Se vogliamo giocatori autonomi, dobbiamo evitare di suggerire continuamente ogni soluzione. Se vogliamo che sappiano prendere decisioni, dobbiamo costruire allenamenti nei quali decidere sia davvero necessario.
Sembra semplice, ma non sempre è così scontato nella pratica.
A volte, nel tentativo di organizzare tutto, finiamo per togliere ai ragazzi proprio quelle occasioni che permettono loro di sviluppare autonomia. Ogni movimento viene indicato, ogni errore corretto immediatamente, ogni soluzione suggerita dall’esterno. L’allenatore diventa così il protagonista di un processo nel quale il giocatore dovrebbe invece imparare gradualmente a essere protagonista. Naturalmente, guidare, correggere e dare indicazioni è parte del lavoro dell’allenatore. Non si tratta di lasciare i ragazzi a se stessi o di pensare che basti giocare per imparare tutto. Si tratta di trovare un equilibrio tra insegnamento, guida e libertà di sperimentare.
Un allenatore preparato non è soltanto quello che sa spiegare bene cosa fare. È anche quello che sa creare le condizioni affinché i giocatori imparino a capire cosa fare. Per questo credo che il nostro obiettivo debba essere quello di progettare allenamenti nei quali i ragazzi siano chiamati a osservare, interpretare, scegliere e verificare le proprie decisioni. Non basta aumentare il numero delle esercitazioni tecniche. Dobbiamo ragionare sulla qualità delle esperienze che proponiamo e sulla loro capacità di trasferirsi nel gioco.
E dobbiamo ricordarci che non tutti i ragazzi apprendono nello stesso modo e con gli stessi tempi. Formare un calciatore richiede competenza, pazienza e la capacità di adattare le proposte alle sue caratteristiche. Se il contesto è cambiato, anche il nostro modo di lavorare deve sapersi adattare. Non possiamo ricreare esattamente le condizioni di venti o trent’anni fa. Possiamo però studiare ciò che rendeva formative quelle esperienze e trovare modi nuovi per offrire ai ragazzi opportunità altrettanto significative. La tradizione è una risorsa, non una risposta già pronta.
Il calcio italiano ha una storia importante. Ha prodotto grandi calciatori, allenatori di altissimo livello e una cultura tattica che per molto tempo è stata un punto di riferimento internazionale. Non abbiamo motivo di vergognarcene e non dobbiamo dimenticarlo. Ma proprio perché abbiamo una storia così ricca, dovremmo essere i primi a capire che la tradizione non può trasformarsi in nostalgia permanente. Il fatto che un modello abbia funzionato in passato non significa che possa essere riproposto oggi senza modifiche. Il contesto cambia, cambiano i giocatori, cambiano le richieste del gioco e devono cambiare anche le nostre risposte.
Possiamo recuperare principi preziosi dalla nostra storia calcistica. Possiamo continuare a valorizzare l’organizzazione difensiva, l’attenzione tattica, la capacità di leggere le partite e l’efficacia nelle transizioni. Ma dobbiamo farlo senza pensare che questi elementi possano sostituire tutto il resto.
La difesa è fondamentale. Il contropiede è fondamentale. La tecnica di base è fondamentale. Eppure, nessuno di questi elementi, preso singolarmente, può risolvere problemi che riguardano l’intero processo di formazione del calciatore. Abbiamo bisogno di allenatori preparati, di metodologie coerenti con le esigenze del gioco contemporaneo e di percorsi nei quali i ragazzi possano sviluppare insieme competenze tecniche, tattiche, cognitive e decisionali. Abbiamo bisogno di società che investano sulla qualità del lavoro quotidiano, non soltanto sul risultato della prossima partita.
E abbiamo bisogno, forse più di ogni altra cosa, della disponibilità a mettere in discussione ciò che crediamo di sapere. Perché aggiornarsi non significa inseguire le mode. Significa studiare, osservare, sperimentare e capire quali soluzioni siano davvero utili per migliorare il percorso di formazione. È un lavoro meno immediato rispetto al richiamo nostalgico a un calcio che conosciamo bene. Ma è anche l’unica strada che può permetterci di affrontare il problema in modo serio.
Non dobbiamo tornare indietro. Dobbiamo tornare a capire il gioco Alla fine, credo che il punto sia tutto qui. Il calcio italiano non ha bisogno di rinnegare il proprio passato, ma nemmeno di continuare a cercare nel passato risposte valide per il presente. Ha bisogno di recuperare il valore del gioco, di offrire ai giovani più occasioni per sperimentare e di sviluppare una formazione capace di unire tecnica, tattica, autonomia e capacità decisionale.
Ha bisogno di allenatori che non si limitino a trasmettere soluzioni, ma sappiano aiutare i giocatori a comprenderle. Di settori giovanili nei quali il risultato non soffochi il processo di crescita. Di una cultura calcistica che consideri l’evoluzione una necessità, non una minaccia alla tradizione.
Non sarà sufficiente cambiare un sistema di gioco, introdurre qualche nuova esercitazione o tornare a insistere sui fondamentali. Servirà un lavoro più profondo, che coinvolga il modo in cui pensiamo il calcio e organizziamo la formazione. Perché il problema non è che difesa e contropiede non funzionino più. Il problema è pensare che tornare a utilizzarli possa risolvere difficoltà che nascono molto prima della partita. La nostalgia può aiutarci a ricordare ciò che abbiamo fatto bene. Non può dirci, da sola, cosa dobbiamo fare domani.
E allora la domanda che dovremmo porci non è se dobbiamo tornare a difendere e ripartire. La domanda è se siamo ancora capaci di comprendere come sta cambiando il calcio e se siamo disposti a cambiare anche noi, mettendo in discussione le nostre convinzioni e il nostro modo di lavorare. Perché formare un calciatore non significa soltanto insegnargli a eseguire un gesto, a rispettare una posizione o a seguire un’indicazione tattica. Significa metterlo nelle condizioni di giocare, pensare, scegliere e trovare soluzioni anche quando la partita gli propone qualcosa che non aveva previsto. Il calcio italiano non ha bisogno di tornare indietro. Ha bisogno di recuperare la cultura del gioco, ricostruire le condizioni della formazione e ritrovare il coraggio di evolversi.
Perché il problema non è che il calcio sia cambiato.
Il problema è rischiare di continuare a cercare le risposte di ieri alle domande di oggi.












7 risposte
Ne discussi a lungo anni fa in un corso UEFA b, quando ancora giocavamo i mondiali. Il problema non è tornare a difendere, ma come si difende.
Il problema vero, diciamocelo una volta per tutte, è la velocità con cui si muove la palla in Italia, oltre a talenti cristallini.
Nei corsi si propongono idee, ma in realtà si dovrebbero trasmettere i principi
Caro Gigi, intanto grazie per il contributo. Condivido molto la tua riflessione, soprattutto quando distingui il fatto di difendere dal modo in cui si difende. Perché non è il principio della difesa e contropiede a essere superato, ma l’idea che possa rappresentare, da solo, una risposta ai problemi del calcio italiano.
Sono d’accordo anche sulla velocità di circolazione della palla, che non è soltanto una questione di rapidità nell’esecuzione, ma coinvolge la qualità dei controlli, i tempi di gioco, la capacità di anticipare ciò che potrebbe accadere e di scegliere la soluzione più efficace. La velocità della palla, infatti, è strettamente legata alla capacità dei giocatori di comprendere le situazioni, anticipare gli sviluppi e prendere decisioni efficaci in tempi brevi.
Mi soffermerei, però, sulla tua ultima osservazione: nei corsi si dovrebbero trasmettere principi, non semplicemente proporre idee. È un passaggio importante, ma credo che anche il verbo “trasmettere” meriti una riflessione. Il rischio è continuare a immaginare la formazione come un processo in cui qualcuno possiede una conoscenza e qualcun altro deve riceverla, quasi che conoscere un principio sia sufficiente per saperlo applicare. Ma non è così. Un allenatore può conoscere un principio di gioco senza riuscire a comprenderne le implicazioni nelle diverse situazioni, così come un giocatore può conoscere una soluzione senza essere capace di individuare quando utilizzarla.
Il problema, quindi, non riguarda soltanto che cosa trasmettiamo, ma anche l’idea di apprendimento che si nasconde dietro questo verbo. Se pensiamo che formare significhi trasferire conoscenze, rischiamo di sostituire alle vecchie ricette tattiche nuove ricette metodologiche, senza modificare davvero il nostro modo di allenare. I principi sono fondamentali, ma devono diventare strumenti per comprendere e affrontare il gioco, non contenuti da apprendere e riprodurre meccanicamente.
Ed è qui che, secondo me, si collega il discorso iniziale: non basta proporre ai ragazzi le soluzioni corrette, così come non basta trasmettere agli allenatori i principi giusti. Dobbiamo creare le condizioni perché entrambi imparino a comprendere le situazioni, a prendere decisioni e ad adattarsi a un gioco in continua evoluzione, nel quale non tutto può essere previsto e le soluzioni non sono mai stabilite una volta per tutte. L’obiettivo della formazione non dovrebbe essere ottenere persone capaci di ripetere ciò che è stato loro trasmesso, ma persone capaci di utilizzare ciò che hanno appreso per elaborare risposte proprie.
In fondo, il salto di qualità non sta soltanto nel passare dalle idee ai principi, ma nel ripensare una concezione della formazione ancora troppo legata alla trasmissione di contenuti, per investire maggiormente sui processi attraverso cui si impara a comprendere il gioco, a decidere e ad agire intenzionalmente, contribuendo attivamente a determinarne lo sviluppo.
Tante considerazioni, veramente molto interessanti, che dovrebbero aprire discussioni e non arroccamento sulle proprie posizioni. Su alcune non sono d’accordo. Lei dice: “Il problema è rischiare di continuare a cercare le risposte di ieri alle domande di oggi”. Secondo me invece, come si dice, si è buttato via il bambino con l’acqua sporca. Sono ormai venti-venticinque anni che nei settori giovanili si privilegia il gioco e si è ridotta quasi a zero l’attività individuale. Parlo di attività individuale, non di tecnica, che significa affinamento del dominio del pallone, capacità di controllo/ricezione fine e di calcio con tutta la superficie del piede (abbiamo notato che nessuno calcia più con l’esterno o tira in porta dai 20-25 metri…?), conoscenza dei movimenti di smarcamento, postura e posizionamento nella marcatura e nel duello, ecc. Quando (poco) questa attività si fa, la si fa spesso come completamento al di fuori della seduta di allenamento, come lavoro accessorio, facendo passare il messaggio che non è poi così importante. Poi però vedo, per esempio, i duelli individuali di Mancini e Tonali nella partita contro il Belgio in occasione dei gol subiti e qualche domanda me la pongo.
Poi dice: “guidare, correggere e dare indicazioni è parte del lavoro dell’allenatore. Non si tratta di lasciare i ragazzi a se stessi o di pensare che basti giocare per imparare tutto. Si tratta di trovare un equilibrio tra insegnamento, guida e libertà di sperimentare”. Completamente d’accordo con questa affermazione, però, in realtà, se il principio alla base è che “il gioco insegna a giocare”, la conseguenza è che l’allenatore prepara esercitazioni con spazi, numeri di partecipanti, obiettivi e, muto, lascia fare ai ragazzi. Ma c ‘è di più perché quel che accade nei settori giovanili, è ancora peggio. Tantissimi allenatori passano settimane intere a preparare gare, a studiare l’avversario, a organizzare le palle inattive (squadre under 15 e 16 che marcano a zona sui calci d’angolo…). Si sfruttano le qualità del ragazzo per vincere le partite e lanciarsi magari per una carriera di livello più alto. Non esagero, nella mia attività di allenatore/istruttore di 25 anni, l’ho visto accadere un’infinità di volte.
Una delle cose buone del passato, che ho vissuto, è che nei settori giovanili allenavano ex calciatori, campioni che avevano centinaia di partite in serie A e addirittura fatto i mondiali. Penso a Morrone, Benetti, Spinosi, Maldera, Rampanti e decine di altri a cui noi, ragazzi di 14-15 anni, che sognavamo con le figurine Panini, guardavamo come dei semidei e che ascoltavamo cercando di carpire qualche segreto. Non è una parte indifferente della crescita.
Inoltre afferma: “c’è un aspetto che considero particolarmente importante: spesso parliamo delle carenze dei giovani come se fossero responsabilità esclusivamente loro”. E’ vero, non è responsabilità (solo) loro, ma il problema è che bisogna riportare al centro di tutto la figura del tecnico/allenatore/istruttore, centralità che ha progressivamente perso, per vari motivi, e mantiene soltanto nel momento in cui fa la formazione. Negli ultimi anni, mi è capitato sempre più spesso di vedere ragazzi che chiedevano al preparatore atletico notizie e spiegazioni sui dati GPS, e mai chiedere ai tecnici, ad esempio, in che modo potevano migliorare il piede non dominante.
Mi fermo qui, ma ci sarebbe molto altro da dire sui metodi e soprattutto su tutto quello che gravita, non sul piano tecnico, intorno al mondo dei ragazzi che giocano a calcio.
Ciao Alessandro, ti ringrazio sempre per i tuoi interventi. Abbiamo però una percezione diversa almeno per la prima parte delle tue considerazioni: tu dici che sono 20-25 anni che nei settori giovanile si privilegi il gioco rispetto al lavoro individuale, io dico che siamo rimasti a ciò che si faceva un tempo: ripetizioni di gesti fuori dal contesto del gioco, tecnica individuale con un pallone per ciascun giocatore per non parlare poi di quei bambini che poi si avvalgono dei cosiddetti”maestri della tecnica”(. Ci si ritrova così con giocatori che sanno eseguire il gesto correttamente (ma c’è un gesto corretto se non è efficace?) ma poi nella realtà del gioco non sanno scegliere e risolvere la situazione in cui si trovano. Il lavoro individuale di cui parli ha, sempre dal mio punto di vista, valore perchè aiuta il giocatore ad avere una migliore percezione del proprio corpo e ne accresce la sensazione di autoefficacia (a questo può servire il lavoro con il maestro della tecnica). Ecco perchè è necessario che gli allenamenti ripropongano ciò che accade nel gioco, nella partita, nella contrapposizione con gli avversari e nella collaborazione con i compagni. Non sono io a dirlo, sono studi, ricerche, sperimentazioni e pratiche a cui ho accennato in un altro articolo in questo blog. Ho avuto anch’io maestri importanti ma se pensassi che ciò che ho fatto con loro debba essere ripetuto con i giovani calciatori di oggi sarebbe un errore. Uscire dalla nostra comfort zone ci fa paura ma è necessario farlo per offrire loro una formazione adeguata. Riguardo l’utilizzo dei gps ritengo siano uno strumento utile ma ti dico anche che nel nostro percorso (Milan e Parma, per una sola stagione) non si lavorava “a secco” senza comunque avere carenze dal punto di vista condizionale.
Caro Alessandro, la ringrazio per il commento, che trovo molto interessante e che offre diversi spunti di riflessione. Credo, però, che ci sia qualche aspetto del mio ragionamento che meriti di essere precisato, perché probabilmente non sono riuscito a trasmettere fino in fondo il senso di ciò che volevo dire.
Parto da un punto sul quale mi sembra ci sia una differenza di interpretazione. Il mio articolo non vuole sostenere che, negli ultimi venti o venticinque anni, si sia fatto tutto bene nei settori giovanili, né che il lavoro individuale sia diventato superfluo o possa essere sostituito dal gioco. Anzi, condivido molte delle sue osservazioni sulla necessità di recuperare un insegnamento tecnico più specifico, sistematico e competente. Il controllo, la ricezione, l’utilizzo delle diverse superfici del piede, il piede non dominante, il dribbling, il tiro, la postura, la marcatura e il duello individuale sono contenuti fondamentali della formazione di un calciatore. E sono d’accordo sul fatto che, quando vengono trascurati o relegati a un’attività accessoria, si rischia di compromettere lo sviluppo del ragazzo.
La questione, però, è un’altra: non credo che il problema si risolva semplicemente tornando a fare più tecnica, così come non credo che basti far giocare i ragazzi per essere certi che imparino a giocare. È proprio questa contrapposizione che vorrei superare. La tecnica va insegnata, allenata e affinata, anche attraverso esercitazioni specifiche, ma deve poi trovare nel gioco il contesto in cui acquisire significato ed efficacia. Un conto è saper eseguire correttamente un controllo o un passaggio; un altro è riuscire a farlo sotto pressione, dopo aver letto la situazione e individuato la soluzione più efficace. Non vedo una contraddizione tra queste due esigenze, ma una necessaria integrazione.
Quando scrivo che non dobbiamo scegliere tra insegnare la tecnica e insegnare a giocare, intendo proprio questo. Non penso affatto a un allenatore che prepara un’esercitazione, definisce spazi e regole e poi rimane in silenzio lasciando che i ragazzi imparino da soli. Il gioco, da solo, non garantisce l’apprendimento, così come la ripetizione di un gesto, da sola, non garantisce la capacità di utilizzarlo in partita. Il lavoro dell’allenatore consiste anche nel riconoscere gli errori, correggere i dettagli, proporre soluzioni, stimolare la riflessione e individuare le esigenze specifiche di ciascun ragazzo. La differenza sta nel non sostituirsi continuamente al giocatore nelle decisioni, ma nell’aiutarlo a diventare progressivamente capace di prenderle in autonomia.
Su questo punto, peraltro, il suo commento mi trova molto vicino alle sue considerazioni. La perdita di centralità dell’allenatore, che lei descrive attraverso l’esempio dei ragazzi interessati ai dati GPS ma poco propensi a chiedere come migliorare il piede non dominante, è un tema importante. La preparazione fisica, i dati e le nuove tecnologie sono strumenti utili, ma non possono far passare in secondo piano la competenza calcistica di chi accompagna il percorso di crescita del ragazzo. L’allenatore deve conoscere il gioco, saper riconoscere ciò che il calciatore è in grado di fare e ciò che deve ancora imparare, e assumersi la responsabilità di costruire un percorso coerente.
Anche la sua riflessione sulla preparazione delle partite nei settori giovanili mi trova d’accordo. Quando lo studio dell’avversario, le palle inattive e l’organizzazione tattica diventano prioritari rispetto alla formazione, si rischia di utilizzare le qualità dei ragazzi per ottenere un risultato immediato, anziché svilupparle in funzione del loro futuro. È una delle contraddizioni che considero più problematiche: chiediamo ai giovani di crescere, ma spesso li abituiamo a risolvere soltanto i problemi che servono a vincere la prossima partita. Un sistema di gioco può valorizzare determinate caratteristiche e nasconderne altre, ma non dovrebbe mai diventare un alibi per rinunciare a formare un calciatore più completo.
Trovo interessante anche il suo ricordo degli allenatori provenienti dal calcio giocato. Avere davanti persone che avevano disputato centinaia di partite ad alto livello poteva rappresentare un’esperienza formativa importante, non soltanto per ciò che insegnavano, ma anche per quello che incarnavano e trasmettevano attraverso il proprio vissuto. La conoscenza del gioco, la sensibilità per i dettagli e la capacità di riconoscere certe situazioni sono patrimoni preziosi. Naturalmente, essere stati grandi calciatori non significa automaticamente essere grandi allenatori, perché insegnare richiede competenze specifiche. Ma sarebbe altrettanto sbagliato pensare che la metodologia, la programmazione e l’organizzazione dell’allenamento possano prescindere da una conoscenza profonda del calcio e delle sue esigenze.
Credo, quindi, che una parte delle nostre posizioni sia meno distante di quanto possa sembrare. Lei sottolinea il rischio che, nel privilegiare il gioco, si sia finito per trascurare il lavoro individuale e la funzione educativa e tecnica dell’allenatore. Io sottolineo il rischio che, di fronte alle difficoltà del calcio italiano, si cerchi una risposta tornando a un modello tattico del passato, senza interrogarsi sulle condizioni che permettono a un calciatore di sviluppare le competenze necessarie per affrontare il gioco contemporaneo.
Sono due prospettive diverse, ma non necessariamente incompatibili. Anzi, potrebbero descrivere aspetti differenti dello stesso problema: la difficoltà di costruire percorsi formativi capaci di integrare il lavoro tecnico individuale, la comprensione del gioco, la capacità decisionale e la guida competente dell’allenatore.
Quando scrivo che non dobbiamo cercare nel passato le risposte alle domande di oggi, non intendo dire che il passato non abbia nulla da insegnarci. Al contrario, credo che la nostra tradizione contenga principi e valori che meritano di essere recuperati. Penso proprio al valore dell’insegnamento, alla cura dei fondamentali, alla conoscenza del gioco e alla capacità dell’allenatore di trasmettere un sapere maturato attraverso l’esperienza. Ma recuperare questi elementi non significa necessariamente riproporre i modelli di allora senza modificarli, così come innovare non dovrebbe significare abbandonare tutto ciò che appartiene alla nostra storia.
Forse, allora, la domanda da cui partire non è se dobbiamo fare più tecnica o far giocare di più i ragazzi. È come costruire un percorso nel quale il lavoro individuale sia intenzionale, sistematico e guidato da allenatori competenti, ma trovi nel gioco il contesto in cui sviluppare efficacia, significato e capacità di adattamento.
È su questo terreno che, secondo me, dovremmo confrontarci, senza contrapporre scuole di pensiero e senza pensare che una sola metodologia possa risolvere problemi così complessi. Perché formare un calciatore significa certamente insegnargli a controllare, passare, calciare, difendere e attaccare. Ma significa anche metterlo nelle condizioni di capire quando, come e perché utilizzare ciò che ha imparato.
In definitiva, non penso che il calcio italiano debba scegliere tra recuperare il valore dell’insegnamento individuale e sviluppare una formazione più vicina alle esigenze del gioco contemporaneo. Penso che debba riuscire a fare entrambe le cose, restituendo all’allenatore la responsabilità di integrarle in un progetto formativo serio e coerente.
La ringrazio ancora, perché il suo contributo permette di approfondire proprio questo aspetto. Ed è anche il senso con cui ho scritto l’articolo: non proporre una verità definitiva, ma stimolare una riflessione su ciò che facciamo, su ciò che abbiamo perso e su ciò che possiamo migliorare. Il confronto, quando parte da esperienze e convinzioni diverse, può aiutarci a comprendere meglio il problema, anziché limitarci a difendere le nostre posizioni.
Il vero problema del calcio giovanile non è la mancanza di strumenti, ma la superficialità dei contenuti.
Leggendo i continui dibattiti sul futuro del nostro calcio, tra chi invoca il ritorno al passato e chi sposa l’ultima moda tattica, emerge una costante pericolosa: la tendenza a perdersi in elucubrazioni teoriche astratte, lontane dalla realtà del campo.
Parliamo continuamente di “metodo”, di “principi” e di “formazione”, ma spesso chi è chiamato a scrivere i programmi e a trasmettere la conoscenza ai ragazzi dai 6 ai 18 anni produce contenuti superficiali. Ci riempiamo la bocca di parole complesse, dimenticando che un giovane non ha bisogno di dogmi da ripetere meccanicamente, ma di esperienze concrete che stimolino la sua capacità di osservare, scegliere e decidere.
Se la base di chi insegna resta superficiale, se riduciamo la tecnica a un esercizio slegato dal contesto o la tattica a un copione da mandare a memoria, nessun sistema di allenamento potrà mai produrre giocatori autonomi e creativi.
Il punto non è discutere se dobbiamo fare più tecnica o più gioco. Il punto è pretendere rigore da chi i contenuti li crea. Il calcio italiano ha bisogno di meno teorie da salotto e di una qualità formativa che torni a mettere al centro la testa e i piedi di chi scende in campo.
Cavolo; tra lo scritto di Raffaele e le risposte, tutte interessanti; ci sarebbe da buttare giù una specie di “Guerra e pace”! Dirò la mia. Portando solo ed esclusivamente il mio pensiero e la mia opinione; non pensando di avere la verità in tasca. A mip modesto parere, c’è un errore ricorrente nelle parole di Raffaele e di alcuni utenti che hanno risposto: “insegnare la tecnica” o:”insegnare a giocare”. Per come la vedo io e l’ho già detto molte e molte volte; noi non possiamo insegnare proprio niente. Tantomeno la tecnica. Che come detto bene da Filippo, altro non è(parlo proprio da un punto di vista etimologico)se non “eseguire con efficacia”. Quindi non esiste un gesto tecnico ideale. Non esiste la possibilità di trasfonderlo in un altro individuo. Questo è il mio pensiero. Per come la vedo io; tutto ciò che possiamo fare come allenatori(non mi piace il termine “formatori” e detesto “istruttori”), è semplicemente creare dei contesti che facilitino e semplifichino l’apprendimento-ovviamente spontaneo e non lineare-del gruppo che alleniamo. L’ho già detto molte volte, ma se fosse possibile insegnare un gesto tecnico ideale, tutti i componenti del gruppo che alleniamo dovrebbero eseguire quel gesto in modo grossomodo simile, se non identico ed invece non è così. Perché poi ognuno si porta dietro le proprie capacità coordinative; motorie; biomeccaniche; cognitive etc. Nella mia esperienza di calciatore, ho giocato per 3 settori giovanili professionistici e ho avuto vari allenatori ex-calciatori di Serie A e non penso che mi abbiano dato qualcosa di particolarmente più profondo o qualitativamente migliore, rispetto agli allenatori che avevo avuto prima, quando, fino ai 13 anni, giocavo in squadre dilettantistiche. Anche questo è un falso mito. Anzi, l’avere avuto un passato illustre tende spesso a far credere che tutto debba essere esperito ed eseguito in quel modo che si ritiene giusto; corretto e universalmente efficace. E non voglio dire niente contro i miei allenatori, che ricordo con affetto e la consapevolezza che hanno fatto tutto ciò che ritenevano fosse giusto in quel momento. Però penso che dobbiamo uscire da questi paradigmi, così come emanciparci dalla stigmatizzazione dell’utilizzo di mezzi allenanti che contemplino aspetti cognitivi globali e collettivi. Anche basta con questa demonizzazione. Non dico che tutti debbano sposare quella causa, ma sentire critiche ed essere guardati con diffidenza e sospetto e dall’alto in basso per questa scelta-che, personalmente, viene fatta nel caso, solo nell’interesse delle persone che alleniamo-anche no. E pure il discorso sui:”programmi da stilare”, ho molti dubbi. Io la penso così: partiamo da un’idea di proposta e come perseguirla, tenendo conto le caratteristiche-attenzione, NON tecniche-degli elementi che compongono il gruppo che andremo ad allenare. Da lì sviluppare un approccio metodologico e non una metodologia. Adattare in base alla caratteristiche caratteriali ed emotivo/emozionali delle persone che alleniamo. Perché non ha senso andare come treni con un approccio, se al gruppo questo risulta totalmente indigesto. Guardiamo alle capacità motorie e coordinative. Introduciamo l’allenamento della prossemica, soprattutto con gruppi più piccoli. Non dimentichiamo l’aspetto ludico e giocoso. Personalmente mi annoiava moltissimo stare in fila per fare uno slalom tra i paletti. E tanti compagni che facevano fatica con quei mezzi allenanti, si sono distaccati dal calcio proprio perché si sentivano inadeguati. E facciamo distinzione tra i contesti. Se alleno i “Piccoli Amici” non ha senso che si parli in certi termini, così come in prima elementare non ha senso far leggere Beckett o Orwell. Ma se siamo al Liceo Classico sì eccome e non ha molto senso cercare di far scrivere una lettera con calligrafia eccelsa. Così se alleno i Giovanissimi di un club professionistico, non credo abbia molto senso parlare di “tecnica di base” e se si verifica il caso, ci sono dei problemi a monte. Ripeto; apriamoci e cerchiamo di capire. Anche i colleghi. Io non amo la copertura del campo con materiale tecnico, in generale; ma se vedo dei colleghi che lo fanno, il mio primo pensiero è che forse hanno un motivo per farlo e non che stiano cercando di fare i “fenomeni” e farsi belli. Poi è chiaro che se qualcuno appronta sessioni per fare impressione su chi guarda, è ovvio che stia allenando il suo ego e non la squadra. E quindi sta facendo male il suo lavoro. Ma facciamo un passo indietro. E cerchiamo di non pensare che esista un modo giusto o sbagliato di allenare. Spero di essere stato chiaro in ciò che volevo dire. Grazie a tutti per la condivisione ed un abbraccio