Dovevamo assistere a una rivoluzione. Ci siamo ritrovati, invece, davanti a un copione gattopardiano che il calcio italiano conosce fin troppo bene: quello delle relazioni personali, delle eccezioni e dei piani che cambiano strada senza mai cambiare davvero destinazione. Così, parafrasando Venditti, certi amori fanno giri immensi e poi ritornano. Giovanni Malagò, da poco insediato alla presidenza della FIGC, ha infine imposto la propria linea, riportando sulla panchina azzurra Roberto Mancini, l’uomo che negli anni è stato insieme croce e delizia della Nazionale.
Al di là del nome scelto, nessuno esce davvero indenne da questa vicenda. La gestione della successione al commissario tecnico ha restituito l’immagine di una Federazione priva di una direzione univoca, oscillante tra suggestioni e piani alternativi. La nomina di Paolo Maldini come direttore tecnico e di Leonardo nel ruolo di advisor lasciava intuire una strategia precisa: affidare la Nazionale a un profilo di caratura mondiale, capace di rappresentare anche simbolicamente una rifondazione.
Se per Ancelotti c’è stato un semplice pourparler senza contatti ufficiali, diverso è il discorso relativo a Pep Guardiola. In questo caso la Federazione ha realmente provato a giocarsi tutte le proprie carte. Il tecnico catalano ha accettato di incontrare Maldini e Leonardo, segno che un dialogo c’è stato. Poi, per usare un’espressione cara allo stesso Malagò, “non si è quagliato”.
Nei giorni successivi qualcuno ha attribuito il mancato accordo a presunte richieste economiche vicine ai venti milioni di euro. Una spiegazione riduttiva, se non fuorviante. Più verosimilmente Guardiola ha ritenuto che questo non fosse il momento giusto per raccogliere una sfida tanto complessa. L’Italia di oggi non è una Nazionale da rifinire ma una Nazionale da ricostruire dalle fondamenta. E, quando queste fondamenta vacillano, anche il migliore degli architetti sa che il problema non si risolve limitandosi a cambiare il progettista.
Il nome sul quale Paolo Maldini e Leonardo avevano deciso di puntare era Andrea Pirlo. Una scelta che, però, non aveva mai realmente convinto nessuno degli altri protagonisti della vicenda. Non convinceva Giovanni Malagò, non convinceva buona parte della stampa, non convinceva una grossa fetta del mondo del calcio. Eppure era lui il candidato individuato dal nuovo direttore tecnico e dal suo advisor. Già a metà luglio il nome dell’ex regista di Milan e Juventus aveva preso consistenza. Una settimana fa Maldini e Leonardo avevano fissato persino una scadenza: il nuovo commissario tecnico sarebbe stato annunciato entro domenica. Sembrava tutto apparecchiato. Poi, quando Pirlo appariva ormai a un passo dalla panchina azzurra, è esploso il caso Fonbet, la società russa di scommesse di cui è testimonial.
I legali dell’ex campione del mondo hanno provato a circoscrivere la vicenda, ribadendo che si trattava esclusivamente di una collaborazione commerciale legata all’immagine sportiva. Ma il tema è rapidamente diventato politico e mediatico. Nel frattempo la Lega continuava a spingere per Antonio Conte, mentre Giovanni Malagò maturava una convinzione sempre più netta: il matrimonio con Pirlo non si sarebbe celebrato. Lo stesso Pirlo, affidando a Instagram poche parole amare, ha spiegato che la collaborazione con Fonbet aveva natura esclusivamente commerciale e sportiva. Ma ormai la decisione era stata presa. Domenica sera la trattativa è definitivamente saltata e, poche ore dopo, è arrivata la presa d’atto dello stesso tecnico: «Ho appreso di non essere più il candidato».
Che cosa è successo davvero? La risposta sembra piuttosto semplice. A un certo punto Giovanni Malagò ha deciso di assumere personalmente la regia dell’intera operazione. Il progetto tecnico costruito attorno a Maldini e Leonardo è stato rapidamente accantonato, fino alle dimissioni dei due. Da quel momento il presidente della FIGC ha ripreso in mano il dossier, tornando a valutare i nomi di Claudio Ranieri e, soprattutto, di Roberto Mancini, che per tutta la durata della vicenda ha mantenuto un profilo basso, evitando polemiche e attendendo pazientemente l’evoluzione degli eventi.
Non è credibile ritenere che il vero motivo dell’esclusione di Pirlo sia stata la collaborazione con Fonbet. Quel rapporto commerciale era noto da tempo e non rappresentava certo una scoperta dell’ultima ora. Se davvero fosse stato ritenuto incompatibile con la guida della Nazionale, la candidatura avrebbe dovuto essere fermata fin dal principio, non quando l’accordo sembrava ormai definito. È per questo che la spiegazione ufficiale convince poco, per usare un eufemismo. Più che la causa della rottura, è sembrata il pretesto con cui giustificare una decisione che, in realtà, era già stata presa altrove. Pirlo è stato accantonato non per il suo ruolo di testimonial, quanto perché il suo nome non godeva della fiducia del nuovo presidente federale.
Va da sé che, per assurdo, se Pep Guardiola fosse stato immortalato a una cena con Benjamin Netanyahu o Itamar Ben-Gvir, difficilmente qualcuno in Federazione si sarebbe improvvisamente scoperto custode della morale. È un ragionamento volutamente paradossale, anche perché Guardiola è da sempre uno dei più convinti sostenitori della causa palestinese. Ma proprio il paradosso serve a mettere in luce la debolezza della giustificazione addotta per Andrea Pirlo. Le motivazioni ufficiali, semplicemente, non convincono. Naturalmente si può discutere sull’opportunità di affidare la panchina azzurra a un altro campione del mondo che, da allenatore, non ha ancora dimostrato di poter incidere a certi livelli. Sarebbe stata una scommessa, forse persino un salto nel vuoto. Ma questo è un altro discorso.
Perché allora ho intitolato questo articolo “Siamo all’ammazzacalcio”? L’espressione, a onor del vero, non è mia. Dopo le dimissioni di Paolo Maldini e Leonardo avevo commentato un post di Andrea Rurali, sopraffino autore di questo blog, scrivendo: «Siamo all’ammazzacaffè». Lui mi rispose: «No, siamo all’ammazzacalcio». Gli ho rubato quella definizione perché descrive perfettamente ciò a cui abbiamo assistito.
Il punto, infatti, non è Roberto Mancini. Nel 2017 prese una Nazionale distrutta dal fallimento di Ventura, le restituì entusiasmo, costruì una delle serie di risultati utili più lunghe della nostra storia e conquistò un Europeo esprimendo, probabilmente, il calcio più piacevole visto in maglia azzurra dai tempi della grande Italia degli anni Ottanta e Novanta, pur senza poter contare su fuoriclasse di quel livello. È vero, poi arrivò la clamorosa mancata qualificazione al Mondiale, figlia anche di una pericolosa leggerezza con cui furono affrontate partite considerate scontate, dalla fase a gironi fino allo spareggio con la Macedonia del Nord. Ed è altrettanto vero che Mancini, successivamente, lasciò la Nazionale per accettare la ricchissima offerta dell’Arabia Saudita.
Ma nemmeno questo è il punto. Il problema è il modo in cui la Federazione continua a prendere decisioni. Se Giovanni Malagò aveva sempre considerato Mancini il candidato ideale, avrebbe dovuto nominarlo fin dal primo giorno. Se invece si sceglie di affidare il progetto tecnico a un direttore tecnico come Paolo Maldini e a un advisor come Leonardo, allora quelle figure devono avere autonomia, credibilità e una reale comunione d’intenti con il presidente. Diversamente, diventano soltanto comparse.
Personalmente ritengo che Malagò abbia fatto bene a bloccare la candidatura di Pirlo, se davvero non lo riteneva l’uomo giusto. Un presidente ha il diritto, e forse il dovere, di assumersi la responsabilità delle decisioni più importanti. Ma allora doveva farlo subito, senza mettere in moto una macchina destinata inevitabilmente a incepparsi. Il pasticcio, prima ancora della scelta finale, è tutto qui.
Pensavamo di aver toccato il fondo con la presidenza Tavecchio. Poi sono arrivati gli anni di Gravina. Oggi, con questa vicenda, il calcio italiano aggiunge un’altra figuraccia internazionale a una collezione che continua ad allungarsi. Le responsabilità non appartengono a un solo uomo, ma a un intero sistema. D’altronde il nostro calcio continua a somigliare fin troppo al Paese che lo esprime. Parafrasando Francesco Guccini, si vive in «questo benedetto, assurdo Bel Paese» dove troppo spesso si va avanti perché si è amico di… più che perché si condivide una visione. Il tentativo di arrivare a Guardiola è stato, in questo senso, una lodevole eccezione. Ma è rimasto soltanto questo: un’eccezione che non cambia una regola.

BIO: VINCENZO DI MASO
Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.
Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia.
Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.
Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.
Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.











Una risposta
C’è un sistema gestito dalla Lega Calcio, a sua volta gestita da Marotta, De Laurentiis e Cairo, che rifiuta ogni cambiamento. La Nazionale deve rimanere una vetrina per provare a piazzare i propri prospetti, spesso scarsi e ipervalutati. Un Pirlo avrebbe potuto rispondere con un NIET alle pressioni per portare in Azzurro riserve da rivendere, come Frattesi, o giovani maghi improvvisati, Oristanio (?).