Da anni in Italia si commette lo stesso errore: mettere tutti gli Azzurri nello stesso calderone e decretare, in blocco, che valgono poco. Non è così: ci sono giocatori di spessore che la critica fatica a vedere perché nessuno riesce davvero a valorizzarli. La tesi che intendo portare avanti nel prosieguo di questo pezzo è che, con ogni probabilità, il problema non è l’assenza di talento ma la mancanza di quelle tre o quattro stelle attorno alle quali farlo emergere.
In tempi non sospetti sostenevo che l’Italia avesse ottimi calciatori di complemento, in tutte le fasi che hanno preceduto le mancate qualificazioni ai Mondiali. E proprio non riuscivo a digerire il modo in cui venivano giudicati: tutti inadeguati, tutti nello stesso calderone. Mi lasciava basito leggere che nessun giocatore di oggi fosse all’altezza di quelli dei primi anni Duemila, che qualunque portiere della Nazionale, tolto naturalmente l’inarrivabile Buffon, fosse superiore a Donnarumma e che un qualsiasi centrocampista titolare di allora fosse necessariamente migliore delle riserve del 1998, del 2002 o del 2006.
Kolarov, ex calciatore delle due squadre romane, sostiene che il tifoso medio non capisca nulla di calcio. È una dichiarazione forte, persino tranchant, ma non del tutto campata per aria. Il problema è che giudizi così netti non arrivavano soltanto dagli spalti, ma spesso anche da ex calciatori. Vale a dire da persone che avrebbero dovuto avere qualche strumento in più per distinguere un giocatore mediocre da uno semplicemente mal utilizzato.
Sono bastate alcune prove positive dell’Italia di Mancini bis (sette punti nelle tre gare di Nations League successive alla pessima gara d’esordio contro il Belgio) per risvegliare facili entusiasmi in alcune firme storiche e tra i tifosi. Ma la narrazione secondo cui in Italia non vi sarebbe talento continua a tenere banco. Il sottoscritto sostiene invece che il problema venga da molto più lontano, almeno dalla fine degli anni Novanta. Lo ricordava anche il compianto Mariolino Corso, che già nel 1998 avvertiva come i francesi fossero avanti di decenni. Il Mondiale del 2006 fu il raccolto straordinario di un lavoro svolto negli anni precedenti, ma sotto la superficie la crisi era già visibile. E i giovani di vero valore usciti tra il 2000 e il 2010 si contano, obiettivamente, sulle dita di una mano.
Oggi, però, qualcosa sembra muoversi. I risultati, il gioco e soprattutto il percorso dell’Under 21 di Baldini (splendida, sublime, straripante) suggeriscono che il periodo più buio, almeno sul piano del talento disponibile, possa essere alle spalle. Resta da capire quanto ci vorrà per trasformare questa nuova abbondanza in una Nazionale adulta competitiva. Ma la materia prima, forse, sta finalmente tornando. Questa materia prima, però, non è spuntata dal nulla con i ragazzi di Baldini. Era già lì anche nelle annate più nere, soltanto che abbiamo preferito non vederla. Piaccia o no, Bastoni, Barella e Dimarco, diventati spesso capri espiatori delle disfatte azzurre, hanno vinto scudetti e raggiunto due finali di Champions. Donnarumma la Champions l’ha addirittura vinta. Una finale l’ha raggiunta anche Calafiori. Tonali è stato valutato oltre cento milioni. Qualche anno prima Jorginho, brasiliano di nascita ma italiano calcisticamente, aveva vinto da protagonista la Champions, l’Europeo ed era arrivato terzo al Pallone d’Oro. Eppure, dopo il rigore sbagliato contro la Svizzera che contribuì a mandare l’Italia fuori dai Mondiali del 2022, una parte della critica ha finito per ricordarlo quasi soltanto per quello.
Qui entra in gioco un altro difetto della nostra memoria calcistica. I nostalgici continuano a ripetere che non esistono più Baggio, Totti e Del Piero. Inappuntabile. Ma non esiste più nemmeno il calcio nel quale quei giocatori erano immersi. I grandi talenti oggi occupano spesso altre zone del campo: basta guardare le stelle di Francia e Spagna, sempre più frequentemente esterni o giocatori capaci di partire lateralmente per incidere dentro il campo. E anche le nostre giovanili sembrano essersi adeguate. Non abbiamo ancora giocatori fatti e finiti, ma nel gruppo di mister Baldini i profili più interessanti sono proprio gli esterni. Se non arriveranno disgrazie particolari, è ragionevole pensare che qualche frutto possa maturare nei prossimi anni.
Per questo faccio fatica ad accettare che Tonali venga trattato come un centrocampista qualsiasi, Bastoni come un difensore mediocre e Donnarumma come un portiere non all’altezza. Qui entrano in gioco diversi bias che, nel calcio, fanno danni più di quanto siamo disposti ad ammettere. C’è il bias di ancoraggio, per cui la prima impressione su un giocatore diventa una sentenza difficile da modificare. C’è il bias di conferma, che porta a cercare soltanto ciò che dimostra la teoria già acquisita: «il calcio italiano è in crisi, dunque non escono più campioni». E c’è il bias di disponibilità, per cui gli episodi più clamorosi e facilmente ricordabili (un errore, un rigore sbagliato, una partita disastrosa) finiscono per pesare molto più di cento prestazioni precedenti.
Aggiungerei anche un errore ancora più elementare: quello di attribuire tutto all’individuo e troppo poco al contesto. Se una squadra funziona male, il giocatore viene giudicato mediocre; se funziona bene, improvvisamente lo stesso giocatore diventa valido. Come se il calcio fosse uno sport individuale.
Così finiscono tutti nel calderone, in quello stucchevole esercizio che accomuna una parte della critica tradizionale ai personaggi da social: si prende un giudizio, lo si trasforma in verità e poi si cercano soltanto le prove che lo confermino. Ancora una volta torniamo alla complessità: i calciatori crescono, maturano, cadono, si rialzano, vengono valorizzati, mortificati, esaltati o depressi anche in funzione di chi hanno accanto, dell’allenatore che li guida, del ruolo che occupano e della squadra nella quale giocano.

BIO: VINCENZO DI MASO
Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.
Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia.
Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.
Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.
Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.











2 risposte
Giusto.
Per quanto riguarda le critiche nei confronti dei vari Barella, Bastoni e Dimarco, credo che siano sopratutto dovute alle promesse disattese : 4 o 5 anni fà erano calciatori giovani con un potenziale di crescita che pareva altissimo. Alla fine sono cresciuti poco rispetto al talento iniziale che avevano e uno come Barella è pure regredito. Le sue prestazioni migliori le ha fatte nell’ormai lontanissimo 2021.
Il fatto di giocare l’intera carriera con lo stesso modulo 352 è stato un freno alla loro crescita. Con l’arrivo di Chivu speravo di veder giocare l’Inter in un modo diverso. Invece questi giocatori sono sempre rimasti nella loro comfort zone.
Da una decina di anni la materia prima per le varie nazionali under non manca mai, purtroppo poi ci tocca guardare una serie A dove Milan, Udinese, Venezia, Lecce e Como giocano con 11 stranieri in campo (o quando va bene al massimo un italiano in campo) più tanti altri club che giocano con appena 2 o 3 italiani titolari (un numero che sembra tristemente altissimo rispetto a quelli che giocano con 0 italiani).
Ciao Giak,
credo che, per tutti e tre, le aspettative siano state in buona parte cucite addosso dalla critica e dal pubblico, talvolta andando oltre quello che potevano realmente offrire.
Dimarco è partito dal basso e, nello scacchiere di Inzaghi, è diventato uno dei fattori di quella Inter capace di raggiungere due finali di Champions. In Nazionale, però, non è riuscito a riprodurre lo stesso rendimento.
Barella ha avuto diversi picchi, uno dei quali nel 2021, con la vittoria dell’Europeo. È stato anche titolare nell’Inter che si è giocata la Champions, ma gli è sempre mancato quello scatto ulteriore per diventare un centrocampista di livello mondiale. Rimane un ibrido: non è Gattuso, non è Zanetti, non è Nainggolan. Ha qualità proprie ma non possiede fino in fondo le caratteristiche distintive di nessuno di questi profili.
Bastoni, invece, è effettivamente in parte vittima del 3-5-2. Ha dato il meglio di sé accanto a un gestore della linea difensiva come Acerbi. Se in Nazionale avesse avuto al fianco un Bonucci o un Materazzi, magari giocando a quattro, credo che il suo percorso avrebbe potuto prendere una piega diversa.
Bastoni e Barella restano comunque calciatori competitivi: non top mondiali, ma elementi capaci di affrontare un Mondiale a livelli più che decorosi. Dimarco, invece, è un giocatore costruito per fare l’esterno nei cinque di centrocampo. Se fosse cresciuto dentro i dettami più rigidi di un tecnico del 4-3-3, magari si sarebbe sviluppato maggiormente come ala, con caratteristiche e prospettive diverse.