MALAGÒ E MALAGHERÀ

Una eccellente sintesi di coniugazione verbale di ” Propaganda Live” di acrobazia istituzionale.

Ci sono storie che, se non riguardassero il calcio italiano, farebbero sorridere. E ce ne sono altre che, dopo averti strappato un sorriso, ti lasciano addosso un senso di profondo sconcerto. La vicenda di Giovanni Malagò appartiene decisamente alla seconda categoria.

Proviamo a mettere in fila i ruoli, perché il rischio di perdersi nel labirinto delle cariche è concreto.

Malagò, presidente del CONI, è stato alla guida dell’istituzione chiamata a vigilare sull’ordinamento sportivo e ha approvato, nel suo percorso istituzionale, norme statutarie che oggi rappresentano parte del quadro di riferimento della vicenda. Poi c’è Malagò presidente eletto, o comunque designato a guidare il percorso verso la presidenza della FIGC. E infine c’è Malagò nella prospettiva di un commissariamento: il presidente chiamato a preparare il terreno per l’elezione del nuovo presidente federale, questa volta con tanto di tesseramento.

Insomma, un percorso nel quale le casacche cambiano, le funzioni si sovrappongono e le domande aumentano. Altro che calcio moderno: qui siamo alla specialità olimpica del cambio di ruolo, con tanto di medaglia per la capacità di restare al centro della scena.

Naturalmente, ricoprire incarichi diversi non significa automaticamente trovarsi in una situazione di incompatibilità, né basta una coincidenza di ruoli per parlare di conflitto d’interessi. Le regole, le procedure e le responsabilità vanno verificate con precisione. Ma proprio per questo, quando si tratta di governare il calcio italiano, non dovrebbe bastare che tutto sia formalmente possibile: dovrebbe anche essere evidente che tutto sia istituzionalmente opportuno.

Ed è qui che comincia il problema.

Perché il punto non è soltanto chi possa fare cosa, ma quale idea di governance si voglia trasmettere. Chi ha avuto responsabilità nel sistema che stabilisce le regole può diventare anche il protagonista del percorso che porta a scegliere chi quel sistema dovrà guidare? E se ciò avviene attraverso procedure formalmente legittime, chi si preoccupa di fugare ogni dubbio sull’opportunità, sull’imparzialità e sulla credibilità dell’intero processo?

Nel calcio, evidentemente, la geometria è una materia elastica. Le linee di confine si spostano, le caselle si ricompongono e le coincidenze istituzionali diventano, a seconda delle necessità, perfettamente comprensibili. Tutto regolare, magari. Tutto opportuno, però, è un’altra questione.

E così, mentre il pallone continua a rotolare, la politica del pallone sembra giocare una partita tutta sua, nella quale la capacità di occupare il centro del campo conta almeno quanto la capacità di spiegare perché ci si trovi proprio lì.

La sensazione è che il calcio italiano abbia sviluppato una straordinaria tolleranza per le proprie contraddizioni. Ci si indigna per un rigore, si invocano riforme dopo una sconfitta, si chiedono rivoluzioni dopo l’ennesimo fallimento della Nazionale. Ma quando il dibattito riguarda gli equilibri del potere, le regole della rappresentanza e la credibilità di chi deve guidare il sistema, la passione sembra improvvisamente raffreddarsi. Si discute, si polemizza, si fanno dichiarazioni. Poi, spesso, tutto torna al suo posto.

O meglio: ai posti giusti.

Forse è proprio questa la vera anomalia. Non tanto la singola figura, non soltanto il nome di Malagò, ma un sistema che sembra avere una capacità infinita di reinventare le proprie soluzioni senza mettere davvero in discussione i propri meccanismi.

Perché una federazione non si governa soltanto con gli statuti, le candidature e le procedure. Si governa anche con la fiducia. E la fiducia non nasce dalla semplice assenza di violazioni formali: nasce dalla trasparenza, dalla chiarezza dei ruoli e dalla percezione che le regole valgano per tutti allo stesso modo.

Altrimenti il rischio è che la governance sportiva assomigli sempre più a un gioco di prestigio: il pubblico guarda il pallone, si distrae un momento e, quando torna a guardare, i protagonisti sono ancora lì. Magari con una carica diversa, ma sempre sul palcoscenico.

E allora, più che chiedersi se Malagò possa essere l’uomo giusto per una nuova fase del calcio italiano, bisognerebbe domandarsi se il calcio italiano sia davvero disposto a cambiare le logiche che lo hanno portato fin qui.

Perché le riforme non si misurano dal numero di nomi che cambiano, ma dalla capacità di cambiare le regole del gioco, i rapporti di potere e soprattutto la cultura con cui vengono esercitati.

E allora la domanda finale è inevitabile: vuoi vedere che tutto ciò se lo possono permettere proprio perché il mondo del calcio è sensibile soltanto quando si perde e quando si vince, mentre tutto il resto — regole, poltrone, opportunità e credibilità delle istituzioni — interessa davvero a pochi?

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