Ci sono sconfitte che fanno male. E poi ci sono decisioni che fanno molto peggio.
Il problema del calcio italiano non è l’ennesima mancata qualificazione, una partita persa o un ciclo tecnico sbagliato. Il problema è un sistema che sembra incapace di imparare dai propri errori. Un sistema autoreferenziale, chiuso, dove il cambiamento viene evocato nei comunicati stampa ma puntualmente soffocato nelle stanze del potere.
La FIGC ha richiamato Roberto Mancini sulla panchina della Nazionale, ossia simbolo perfetto di questo immobilismo.
Nel 2023 Mancini lasciò l’Italia nel momento più delicato, scegliendo un’altra strada, quella dei soldi arabi, e costringendo la Federazione a rincorrere una soluzione d’emergenza. Una scelta molto discutibile dal punto di vista professionale, che rappresentò una frattura profonda con il progetto azzurro. Oggi riproporlo significherebbe certificare una realtà tanto amara quanto evidente: nel calcio italiano la memoria dura il tempo di una conferenza stampa.
Non importa cosa sia accaduto ieri. Non importa quali conseguenze abbiano avuto certe decisioni. L’importante è continuare a muoversi all’interno dello stesso recinto, tra volti già noti, equilibri consolidati e compromessi che sembrano contare più della credibilità.
È questa la vera sconfitta.
Da anni si parla di rifondazione, di programmazione, di meritocrazia. Parole bellissime. Ma restano parole se, nei momenti decisivi, si torna sempre a percorrere le stesse strade.
Il calcio italiano è diventato il regno dell’usato garantito. Si cambia tutto affinché non cambi nulla. Si sostituiscono gli interpreti, ma il copione resta identico.
In questo panorama grigio emerge una figura che, piaccia o meno, rappresenta un’eccezione: Paolo Maldini.
Da calciatore è stato un simbolo mondiale di eleganza, leadership e appartenenza. Da dirigente ha dimostrato la stessa schiena dritta. Ha lavorato con competenza, ha costruito un progetto, ha riportato il Milan ai vertici italiani vincendo uno Scudetto e riportandolo tra le grandi d’Europa. E quando gli è stato chiesto di rinunciare ai propri principi, ha preferito rinunciare alla poltrona.
In un calcio dove troppo spesso si resta aggrappati alle cariche, Maldini ha scelto la dignità.
È forse per questo che oggi appare quasi fuori posto. Perché l’integrità, in certi ambienti, sembra diventata un difetto invece che un valore.
Il tifoso italiano non pretende miracoli. Accetta la sconfitta quando nasce da un progetto serio. Perdona gli errori quando vede competenza, coraggio e idee.
Quello che non può più accettare è assistere all’eterno ritorno delle stesse dinamiche, degli stessi protagonisti e degli stessi compromessi.
E allora la domanda è inevitabile.
Perché dovremmo continuare a credere nel calcio italiano?
Perché dovremmo investire tempo, passione ed emozioni in un movimento che sembra incapace di mettere in discussione sé stesso?
Il calcio italiano non ha bisogno dell’ennesimo uomo solo al comando. Ha bisogno di una rivoluzione culturale. Ha bisogno di dirigenti che rispondano ai risultati, non agli equilibri di palazzo. Ha bisogno di una Federazione che scelga il futuro invece della nostalgia.
Perché il rischio non è soltanto perdere un’altra partita o un altro Mondiale.
Il rischio è perdere definitivamente la fiducia della sua gente.
E quando un tifoso smette di indignarsi e comincia a voltarsi dall’altra parte, non è lui ad aver tradito il calcio.
È il calcio ad aver tradito i suoi tifosi.

BIO: Michele Chiariello è nato a Barletta l’ 08 aprile 1979. Cresciuto con il Milan nel cuore, ha calcato i campi da calcio sino all’Eccellenza, ma all’età di 27 anni ha dovuto smettere perché colpito da Sclerosi Multipla. Negli ultimi anni si è dedicato al giornalismo freelance e all’opinionista in trasmissioni sportive.
Nell’ estate del 2022 la sua grande passione per i colori rossoneri l’ha portato a fondare, insieme ad altri soci il ” Milan Club Paolo Maldini di Barletta “
Ha pubblicato numerosi libri autobiografici dove tutto il ricavato lo devolve all’ Aism.











Una risposta
Tutto talmente giusto che, sostituendo «calcio italiano» con «sistema Italia» e «tifoso» con «cittadino elettore», l’analisi calza a pennello per tutta la nazione, non solo per la Nazionale. E qui casca l’asino, perché il cittadino elettore medio continua a essere un tifoso, parte integrante di un sistema Italia malato da tempo, ma che si rifiuta di provare a cambiare attraverso un voto che rappresenti un reale desiderio di novità, alimentando così le stesse storture qui raccontate.