“Eravamo nell’età illusa. Volarono anni corti come giorni…..
L’inganno ci fu palese”. (FINE DELL’INFANZIA di Eugenio Montale dalla raccolta OSSI DI SEPPIA)

Questo frammento di partita coglie l’istante che precede di pochissimo il goal al 106’ nella finale che porterà la Spagna a vincere il Mondiale 2026 sull’Argentina: Lamine Yamal riceve, passa a Pedro Porro che effettua un cross profondo per Nico Williams, sponda di testa verso il centro dell’area e Ferran Torres di sinistro calcia sotto la traversa l’1-0. Rappresenta anche la sintesi delle idee sparse che troverete qui sotto. Nonostante il prologo, non sarà un report sul talentuoso giocatore spagnolo ma suggestioni, idee, considerazioni per le nostre scuole calcio, collezionate durante questa stagione mondiale di calcio.

EGO YAMAL
Trascrivo fedelmente stralci di articoli dei giorni dei Mondiali e che riguardano un giovane giocatore allora quasi diciannovenne. Per scelta ometto il nome dei frettolosi scarsamente avveduti giornalisti, facilmente rintracciabili.
“In questo Mondiale, al quale è arrivato dopo un infortunio, ha un po’ deluso per quelle che erano le aspettative. Un po’, però, me lo aspettavo che non avrebbe dominato come invece ha fatto, per esempio, all’Europeo di due anni fa. Passati due anni avrebbe dovuto essere migliorato. Sembra invece ingabbiato nel gioco molto ordinato della Spagna.
«Non è un problema tattico, almeno a parer mio. È piuttosto qualcosa di mentale. Semplicemente, vista l’età, non ci si può aspettare che si esprima sempre ai massimi livelli. Se a ciò aggiungete la pressione – tutti si aspettano che possa fare magie a ogni partita – si può capire quanto complicate possano per lui essere queste settimane. Sta giocando un Mondiale normale, da giocatore che fa parte di un collettivo forte. Guizzi però ne abbiamo visti pochi».
“A volte è questione di essere genio: il sinistro a giro che spezza la Francia nella semifinale dello scorso Europeo, mettendo in discesa il cammino delle Furie rosse verso l’alloro continentale. A volte basta essere soltanto al posto giusto, nella squadra giusta: Mondiale americano due estati più tardi, dove Lamine Yamal si limita al compitino nella Spagna che cala un bis da antologia. Sia chiaro, chiedergli di più sarebbe stato decisamente troppo. L’asso del Barcellona era reduce da un pesante infortunio che aveva messo in dubbio la sua presenza nella competizione, salvo poi recuperare in extremis pur restando lontano dalla forma migliore, dagli strappi migliori. Un gol nella fase a gironi contro l’Arabia Saudita e tanto basta. Eppure, a 19 anni, non c’è calciatore al mondo col futuro più radioso di lui. Anche fuori dal campo.”
“Lamine Yamal è il protagonista mancato dei mondiali: la stella del Barcellona con la Spagna non ha ancora brillato”
“In quelli che sono i mondiali delle stelle finora c’è stato soprattutto un grande assente: Lamine Yamal”
“I numeri dicono che la stella di Yamal non sta brillando. E la Spagna fin qui non ha incantato anche per questo motivo”.

“In tantissimi nel corso dei suoi pochi anni di carriera gli hanno criticato l’atteggiamento. Molti lo hanno accusato di avere troppo ego, e che questo gli avrebbe rovinato la carriera.”
“Lamine Yamal è arrivato ai Mondiali 2026 come uno dei giocatori chiave della Spagna, ma la sua prestazione non è ancora stata all’altezza delle aspettative. Prima di affrontare la Francia per un posto in finale, l’esterno ha uno dei peggiori record del torneo. Secondo i dati di OptaJean, nessun giocatore ha perso più palloni del giocatore del Barcellona, che ha accumulato 104 palle perse in sei partite. Questa cifra rappresenta una media di 17,3 palle perse a partita, superiore alle 15,75 palle perse ogni 90 minuti registrate durante la stagione 2025/26. I dati mostrano che sta avendo più difficoltà a creare occasioni da gol rispetto a quanto faceva a livello di club, dove, pur ricoprendo un ruolo simile, gestiva meglio il possesso palla. Al debutto contro Capo Verde, ha perso il possesso palla 12 volte e successivamente ne ha perse 10 contro l’Arabia Saudita, registrando la sua migliore prestazione in questa statistica insieme al suo primo e unico gol del torneo fino ad ora. Il suo numero è aumentato considerevolmente contro l’Uruguay, partita in cui ha perso il possesso palla 23 volte. La tendenza è continuata durante la fase a eliminazione diretta. Lamine ha aggiunto 17 palle perse contro l’Austria, 19 contro il Portogallo e altre 23 contro il Belgio, eguagliando il suo peggior record individuale nel torneo. Le palle perse non sono l’unico indicatore di un Mondiale sottotono. Secondo le statistiche di OptaJean, Lamine Yamal ha completato 21 dei 46 dribbling tentati, con una percentuale di successo del 45,7%. Inoltre, ha vinto solo 36 dei 76 duelli, pari al 47,4%. Anche la sua finalizzazione è stata al di sotto delle aspettative. L’esterno ha effettuato 23 tiri durante il torneo, ma ha trasformato in gol solo uno, con una percentuale di conversione di appena il 4,4%.
“Finora, questo non è il Mondiale di Lamine Yamal.”
IMPOSSIBILE YAMAL
I numeri di Lamine Yamal sembrano deludenti all’apparenza. Ma vale la pena analizzarli più a fondo e aggiungerne altri. QUELLI CHE DAVVERO FANNO LA DIFFERENZA. La stessa differenza che passa tra una valutazione numerica quantitativa ed una qualitativa, letta ed esaminata cambiando la prospettiva delle cose che davvero contano in uno sport collettivo di invasione.

Lamine Yamal è diventato campione del mondo con la Spagna il 19 luglio 2026 a soli 19 anni e 6 giorni, il terzo giocatore più giovane a disputare una finale di Coppa del Mondo e il quarto più giovane a vincerla nella storia del calcio. Nella grande finale, Yamal ha assunto un ruolo ad alta intensità e tatticamente impegnativo, completando tutti i 120 minuti sulla fascia destra dell’attacco della Roja. Ha avuto una presenza significativa con 50 passaggi totali e 44 passaggi precisi, che rappresentano una percentuale di successo dell’88% nella circolazione della palla. Ha registrato 2 tiri. Il primo, al 5° minuto, è stato un tiro rasoterra bloccato da Emiliano Martínez, e il secondo un calcio di punizione al termine del tempo regolamentare che ha quasi regalato la vittoria alla Spagna.
È stato fondamentale nel pressing alto, vincendo 3 contrasti su 3 (efficacia del 100%). Ha servito un pallone decisivo al 67° minuto che Ferran Torres non è riuscito a insaccare di testa. È STATO LA PRINCIPALE FONTE DI SQUILIBRIO E PERICOLO per la Spagna nel torneo: 8 partite giocate (7 da titolare), 616 minuti in campo, 17 tiri (11 in porta), 6 occasioni chiare create, 87% di precisione sui passaggi (223 su 256 passaggi completati). Lamine Yamal ha guidato il torneo nei tentativi individuali, essendo IL GIOCATORE CHE HA AFFRONTATO LE DIFESE AVVERSARIE PIÙ VOLTE NELL’INTERO CAMPIONATO CON 49 DRIBBLING TENTATI. La sua aggressività offensiva si è tradotta in 22-30 dribbling riusciti secondo i criteri di misurazione.
IL CAMPIONATO DEL MONDO 2026 DI LAMINE YAMAL NON VA MISURATO SULLA BRILLANTEZZA NUMERICA IN ZONA GOL, MA DALLA SUA MATURITÀ TATTICA E CAPACITÀ DI ATTIRARE L’ATTENZIONE. Lo stesso esterno ha dichiarato durante il torneo che i suoi movimenti attiravano i difensori, LIBERANDO SPAZIO PER I COMPAGNI.
E tutto nonostante un infortunio muscolare, una lesione al bicipite femorale della coscia sinistra di fine aprile 2026, durante il match di Liga tra Barcellona e Celta Vigo, a cui si è aggiunto il forte trauma contusivo durante la semifinale vinta contro la Francia, firmato Lucas Digne nell’azione che ha portato poi ad un calcio di rigore per la Spagna. Nella prima partita contro Capo Verde, come previsto, era partito dalla panchina: 20 minuti più che sufficienti per dimostrare di aver mantenuto intatta la sua essenza.
A causa del riacutizzarsi del fastidio e del forte colpo alla stessa coscia durante la semifinale ha svolto alcuni allenamenti differenziati. Tuttavia, lo staff medico e il CT Luis de la Fuente lo hanno recuperato in tempo, permettendogli di giocare da titolare tutti i 120 minuti della finale. La sua sola presenza in campo ha influenzato gli schemi tattici di potenze come Francia, Portogallo e Argentina, nel percorso della Spagna verso la sua seconda stella.
La vittoria di Lamine Yamal ai Mondiali del 2026 non va misurata in base al numero di gol segnati dunque, bensì IN BASE ALLA SUA MATURITÀ TATTICA E ALLA CAPACITÀ DI ATTIRARE SU DI SÉ I DIFENSORI. Lo stesso esterno ha dichiarato durante il torneo che i suoi inserimenti distoglievano l’attenzione dei difensori, CREANDO SPAZIO PER I COMPAGNI con uno slogan virale. Ai detrattori che si chiedevano “Dov’è finita la stella del Mondiale?” risponde con un virale“I’M HERE”, fiducia totale con e per i compagni di squadra, dare UNA MARCIA IN PIÙ in attacco quando se ne ha più bisogno.
E quel mistero geniale esempio di COGNIZIONE INCARNATA intimorisce le squadre antagoniste, che adattano il loro supporto difensivo e riducono gli spazi sulla sua fascia. La sua capacità di superare gli avversari costringe le difese a schierare un secondo giocatore nella sua zona. E un terzo. I suoi movimenti creano spazio per Pedri, Dani Olmo, Mikel Oyarzabal e permettono alla Spagna di attaccare con maggiore ampiezza. Il suo ritorno nella formazione titolare ha aiutato la squadra a giocare con velocità e profondità. Quando scrivo IMPOSSIBILE YAMAL considero la parola IMPOSSIBILE secondo le categorie del filosofo Jacques Derrida:
IMPOSSIBILE É CIÓ CHE NON PUÒ ESSERE PREVISTO, COME POSSIBILITÀ che è lì in quello spazio, esiste come soggetto giocatore che vive nel gioco SENZA OCCUPARNE IL CENTRO (vedi foto iniziale).
Siete ancora del parere che Lamine Yamal abbia vissuto un brutto Mondiale? Lamine Yamal PRODUCE SIGNIFICATO anche da acciaccato.
“Questo sappiamo. Che tutte le cose sono legate come il sangue che unisce una famiglia. Tutto ciò che accade alla Terra, accade ai figli e alle figlie della Terra. L’uomo non tesse la trama della vita; in essa egli è soltanto un filo. Qualsiasi cosa fa alla trama, l’uomo la fa a sé stesso“. (TED PERRY)
LE CANTERE E I CANTIERI

Molti scrivono che nella Nazionale spagnola come in altre nazionali ed in altre prime squadre giovanissimi e giovani talenti hanno la possibilità di esordire e in Italia no. IL PROBLEMA È MAL POSTO. Esordiscono si giovani calciatori che però, grazie ad un percorso oculato ed efficace, vissuto all’interno delle scuole calcio, RISULTANO IDONEI, hanno sviluppato al meglio quelle caratteristiche utili per dominare il gioco ed essere indispensabili alla squadra.
La Cantera È LO SPAZIO-TEMPO GENERATIVO IN CUI AVVIENE IL CAMBIAMENTO, il luogo in cui il giocatore IMPARA QUALCOSA E SI RENDE CONTO DI AVER IMPARATO QUALCOSA. E lo fa nel tempo, tempo della comprensione collettiva, senza fretta, mantenendo le cose che hanno funzionato ma sviluppando contemporaneamente percorsi di ricerca. Si impiegano risorse e fondi per quei bambini li. Le quote dei bambini delle scuole calcio, a volte anche molto elevate in Italia, sono reimpiegate per quei bambini lì, per la qualità degli allenatori che sulle squadre gravitano, non per pagare gli stipendi dei giocatori fine carriera delle prime squadre. A capo delle scuole calcio in Spagna troviamo professionisti arguti, competenti e non, come spesso avviene in Italia, il primo genitore con due soldi, tanta buona volontà e dei figli bravini. Non è che si può rischiare il talento. Non lo si può sprecare. Altrochè.
Ogni giorno con il figlio di mio figlio, andando al nido, passiamo davanti ad un cantiere per vedere cosa fanno gli operai con i mezzi, per cogliere i progressi della costruzione. È un protocollo ormai. Ogni giorno qualcosa in più, e la casa cresce. Era una grande buca ed ora è una casa vera con il tetto e sul tetto una bandiera. Alcuni giorni gli operai sono arrabbiati e dobbiamo passare in fretta, ma poi capiscono l’errore fatto, si accorgono, aggiustano e la costruzione procede. È mai possibile che la costruzione delle scuole calcio italiane non proceda da anni?


Primavere 2013: che fine hanno fatto questi talentuosi calciatori italiani?
Che le nostre bandiere siano tristemente riposte nell’armadio senza vedere la luce da 12 anni? E tutti poi a sputare sopra la generazione di giovani calciatori, a rimproverare gli allenatori. Hanno fatto pagare a migliaia di giovani il frutto di una incapacità centrale sia gestionale che contenutistica. Altro che burn-out e abbandoni. Se la casa non si regge e cade, di solito si chiede ragione al costruttore. Altrochè. E invece siamo frettolosi, incauti, abbagliati dalla stupidera dei social, intortati dai falsi discorsi. Dai modelli improvvisati, dai ritorni nostalgici alla tecnica, dal calcio di strada. E intanto le nostre scuole calcio, eccetto rari esempi virtuosi, non sanno che pesci pigliare, sono RIGIDE, i gruppi sono suddivisi per età cronologica, terminano il percorso al compimento di una data età non al raggiungimento di un determinato livello di risultati. Non potrebbe essere possibile relazionarsi diversamente con il tempo?
A 18 anni i giocatori italiani sono UN NON ANCORA perché la logica temporale di quella educazione lì non raggiunge la soggettività, l’unicità del giocatore che è situata altrove e non corrisponde solo al possesso della competenza. I giocatori spagnoli, ma anche inglesi, francesi, norvegesi, olandesi per rimanere in Europa, escono dal percorso preparati e con l’idea che NESSUNO POTRÀ FARE QUELLA COSA AL POSTO LORO, con la voglia di prendersela quella RESPONSABILITÀ. Non hanno formule magiche.

I giocatori hanno pestato fin da bambini il terreno fertile della fiducia nella loro INSOSTITUIBILITÀ, della libertà di fare o non fare, sostenuti dal Mister e dagli altri giocatori. Ma davvero. Diventano PRESTO giocatori adulti capaci di prendere iniziativa, di saper dare inizio a qualcosa, di essere PRINCIPIANTI, come scrive Hanna Arendt, nel senso di principiare, di intraprendere. E sono per gli altri giocatori spunto per ulteriori iniziative. L’azione di gioco non è infatti mai concepibile in isolamento.
Se isoliamo il gesto lo priviamo della possibilità di agire, di essere. ANCHE IN POSSESSO DI UNA TECNICA SOPRAFFINA NON È DETTO CHE IL GIOCATORE CI SARÀ: il culmine della formazione sarà determinato da un EVENTO che irromperà, ed è lì che il mister dovrà esserci per accorgersi e sostenere, per rifiutare il ”non sono ancora pronto, non ancora capace, non ancora competente”.
Facilmente Yamal ha avuto allenatori che gli hanno lasciato la libertà di esprimersi ma in costante dialogo con le squadre di riferimento perché la soggettività è legata ai modi con cui ci mettiamo in relazione con chi è altro da noi. L’Allenamento diventa quindi un EVENTO che apre alla possibilità di esistere e capire che si può apprendere e qualcuno è lì per insegnare. Lo scopo dell’evento è rendere felice e appagante l’esistenza adulta di quei calciatori, suscitare il desiderio di voler esistere al mondo in un modo adulto mettendo da parte l’eserciziario perché è il GIOCO il contesto significativo. Come scrive il filosofo EMMANUEL LEVINAS “il senso del nostro vagare non avviene prima del nostro incontro con l’altro ma come risultato dell’incontro con l’altro o come risultato dell’essere interpellato come essere umano da un altro essere umano: quel che io comprendo NESSUNO POTREBBE FARLO AL MIO POSTO E IO NON POSSO COMPRENDERLO AL POSTO DI QUALCUN ALTRO”.
Per questo motivo esistono delle SCUOLE CALCIO che sono luoghi in cui é AUTENTICAMENTE importante ciò che il giocatore fa, è importante il suo modo di essere e tutti fanno di tutto per sostenerlo nel raggiungere l’ADULTITÀ, lo SPAZIO-TEMPO in cui il calciatore incontrerà il mondo nel suo modo unico. È qui che l’allenatore metterà in scena la sua vision, il suo modo di concepire l’ambiente calcio per renderlo importante, significativo e positivo e per dare l’opportunità al giocatore di ri-sperimentare le varie forme in cui si è resistito durante gli anni della crescita. Fin quando invece il Mister continuerà a decidere per il calciatore le opportunità di gioco, sebbene attraverso vincoli, come avviene nel CLA, le opportunità resteranno OGGETTI dell’intenzione in cui, si, forse il giocatore metterà del suo, esattamente però come avrebbe messo del suo in un allenamento tradizionale.
“La tua mente sarà quale tu la fai di frequente: i pensieri si impregnano del colore della mente”.(MEDITAZIONI-MARCO AURELIO)

ALLENAMENTO FA RIMA CON EVENTO
Abbiamo acquistato un robottino tagliaerba per semplificarci la vita. Messo in azione non funzionava al 100% perché si fermava al primo ostacolo senza adattarsi all’ambiente. Davvero impazziti a forza di riprogrammarlo, aggiustare il percorso, in parte si è riusciti nell’impresa. Però il robottino nella sua marcia verso l’adattamento continua a dare piccolissimi problemi per il terreno sconnesso, un gatto che passa, una piantina che cade……Ecco, non si può pensare al giocatore come ad un robottino tosaerba da programmare, CHE SI ADATTA ALL’AMBIENTE E BASTA.
Lamine Yamal, come tutti i giocatori, deve essere messo nella condizione di VIVERE L’AMBIENTE come un EVENTO che emerge in risposta ad un appello. E all’ambiente il giocatore deve aggiungere qualcosa. E non ci può essere un altro Yamal in quel MOVIMENTO DELL’ IMPEGNARSI: nella sua RESPONSABILITÀ il sé conta davvero e non è intercambiabile. Il giocatore, se adulto (anche a 19 anni) dovrà effettuare la giocata senza aspettarsi nulla in cambio. LO SCOPO DI TUTTA QUESTA EDUCAZIONE È SOSTENERE I GIOVANI CALCIATORI A DIVENTARE ADULTI. È qui che prende vita l’etica che considera l’altro giocatore, anche l’avversario, come l’interlocutore che offre orientamento al suo agire significativo. E l’altro viene incontro DEFORMANDO L’AMBIENTE, SFONDANDOLO. Lo interpella. Obbliga ad un decentramento.
Ed è l’EVENTO DELL’ESSERE INTERPELLATI anche solo da uno sguardo, da un gesto, ad offrire una chiave interpretativa, un’affordance significativa al lavoro del Mister. Il robottino APPRENDE ma non comunica, non si può INSEGNARE ad un robot, non esiste comunicazione, L’INSEGNAMENTO NON È CONTROLLO, e non transita attraverso un FACILITATORE anzi semmai un COMPLICATORE, perché il Mister se la complica la vita, se lavora bene. Non potrà fare affidamento solo sul suo sapere ma dovrà ingiungere ai giocatori di avventurarsi INTO THE WILD per innescare la narrazione di ciò che hanno visto e sentito, di cosa pensano, verificarlo e farlo verificare.
Siamo lontani anni luce dal riempire un vaso, vicinissimi invece ad un EVENTO CHE PRODUCE UNA RELAZIONE TRA I 2 O TRA I 4, TRA TUTTI. Una relazione che NON È SIMMETRICA, ma che proprio nella sua asimmetria trova la sua forza. Perché il Mister non è un amico, sebbene compagno di viaggio: è un adulto che si prende cura, che guida, che accompagna. E il giocatore, proprio grazie a questa guida, può scoprire sé stesso, il mondo. Solo UNA GUIDA STRUTTURATA, CONSAPEVOLE E RESPONSABILE potrà accompagnare il giocatore verso una formazione autentica. Perché non basta scoprire cosette attraverso uno SSG (Small Sided Game): bisogna anche essere INTRODOTTI, PROVOCATI, SFIDATI. La metodologia delle scuole calcio dovrà APRIRE UN VARCO entro il quale la squadra e ogni singolo giocatore potrà stabilire una relazione con le opportunità/scelte di gioco, reclamando un DIVORZIO per giusta causa tra l’APPRENDIMENTO che è rivolto ad un limitato saper fare questa cosa in questo modo e l’INSEGNAMENTO che aprirà il giocatore verso tutte le possibilità esistenziali.
Il fatto che il Mister sia stato sempre visto solo come RESPONSABILE DELLA PRODUZIONE DEI RISULTATI ha marginalizzato una serie di questioni educative. C’è differenza tra fare il compitino e l’essere soggetto di una costruzione. I calciatori pensano e agiscono, hanno responsabilità nel processo educativo. MA SPESSO IN ITALIA QUEL MISTER LÌ NON LO TROVIAMO. Perché la formazione va altrove e anche nelle migliori ipotesi c’è chi ancora pensa e scrive erroneamente (e chi pubblica) dell’essere Mister, che deve essere un FACILITATORE di apprendimento, una specie di ombra, di ectoplasma antiautoritario che agisce modulando i livelli di complessità chiamando a sostegno impropriamente psicologi e pedagogisti. Ma per favore. Poveri noi, dove ci ha portato l’IA! Paradossalmente (e il paradosso ci aiuta sempre), l’allenatore dovrebbe essere, come detto, un COMPLICATORE in ottica di problem solving.

Ho letto cose su LUIS DE LA FUENTE. Come tutti, credo. Cose dette, interviste rilasciate da questo stoico spagnolo dall’inconsueto curriculum:” Il Mister non deve svuotare l’educazione del suo ruolo di guida.” Riducendo l’autorità culturale del Mister il facilitatore tende a essere neutrale, a modulare a suo modo la complessità, a mettersi sullo stesso piano del giocatore rinunciando a trasmettere la PROFONDITÀ E IL VALORE OGGETTIVO DELLA CULTURA CALCISTICA, dimenticando che ci sono contenuti ed etiche che vanno introdotti dall’esterno.
La scuola calcio rischia di diventare così UN LUOGO DI TRAINING LEGGERO E NON UNO SPAZIO DI VERA TRASFORMAZIONE. Un luogo di addestramento piuttosto che di formazione. Luis De La Fuente ha portato in questa squadra che ha visto crescere da un certo punto di vista, un mondo nuovo, che il giocatore generalmente non possiede, con TUTTO QUELLO CHE NON SA DI NON SAPERE. Un allenare che significa avere una voce forte e propositiva, un “mettere in gioco” l’allievo di fronte a fatiche, limiti e idee che richiedono sforzo per essere comprese.
Aprire il giocatore al DISSENSO e al dialogo profondo. INSEGNARE, per De La Fuente non significa controllare o manipolare, omologare ma “mettere in gioco” il calciatore, offrirgli occasioni di incontro con il mondo e con sé stesso attraverso la relazione. De la Fuente appare a tratti anche serafico, ben sapendo che non tutto può essere completamente pianificato o controllato: c’è sempre un elemento DI IMPREVEDIBILITÀ, DI APERTURA, DI RISCHIO. Insegnare significa, dunque, anche esporsi, correre il rischio dell’incontro, accettare che il giocatore possa rispondere in modi inattesi, imprevisti o non condivisi.
“Ogni inizio infatti è solo un seguito e il libro degli eventi è sempre aperto a metà”. (Wisława Szymborska)
Anche nel calciatorificio italiano che segue grandemente le mode, tutti a dire dell’importanza dell’errore e parlare di complessità. In teoria. Contemporaneamente i piani pre-season diffusi appaiono prescrittivi o fintamente ecologici, nei camp estivi migliaia di ragazzi sono sottoposti ad esercitazioni tradizionali, test classici, percorsi obsoleti, sui boriosi quotidiani sportivi nazionali i giornalisti contano con il pallottoliere il numero di dribbling sbagliati e di palle perse. Appagati nel fornire numerini e pagelle: 7,5 a Rodri, 7 a Cubarsi,6 a Simon e Oyarzabal nella finale mondiale. Ma per favore.
Valutare, verificare non significa contare ma RENDERE VERO, vedere cosa è possibile fare, sbloccare per rendere un futuro possibile. P.S: 6,5 ad un giovane giocatore come Yamal, mix unico di intelligenza tattica, tecnica raffinata e maturità impressionante; poco più della sufficienza ai suoi dribbling, alle sue letture di gioco, al suo coraggio, alle sue decisioni imprevedibili, alla sua capacità di incidere prendendosi la squadra sulle spalle, Mister compreso. Ma per favore.
Dice E.P.:”Qual è la cosa più pericolosa di Lamine Yamal? “È che non ci fa più effetto. Abbiamo normalizzato una roba che normale non è, non è solo precocità ma continuità mentale. Yamal non gioca per accumulare tocchi ma per far succedere cose, tocca corto quando serve, rallenta quando tutti corrono. Non ha fame di farsi vedere in ogni azione.

Ed è proprio qui che ti frega perché non te lo aspetti. Se guardi bene capisci che la vera qualità principale non è la capacità di effettuare dribbling che noterebbero tutti a prima vista, ma di SCEGLIERE BENE.
Non gioca per chiudere le azioni ma per DECIDERE COME DEVE ANDARE L’AZIONE. E quando uno a 19 anni fa queste cose qui, TRASFORMARE CIOÈ SCELTE PICCOLE IN VANTAGGI GRANDI il tutto diventa una vera e propria conseguenza.
E forse per questo non ci sembra più una notizia perché ormai è chiaro, Yamal non vive di giocate ma di scelte ripetute. Non è solo che salta l’uomo per mostrarti la bella giocata, lo punta e lo salta sempre anche quando sono 2. Perché dribbla per spostare il sistema difensivo, per DEFORMARLO. Il primo uomo lo salta e costringe il secondo ad uscire, quando esce il secondo si apre una linea di passaggio, quando non si apre prende fallo, quando non prende fallo crea il panico.
Gioca per trovare il varco e questo non è estro, È RESPONSABILITÀ, come si diceva sopra, NON SI NASCONDE MEZZO SECONDO continua a chiedere palla continua a puntare continua a caricarsi di possessi, il suo rendimento pesa sul computo dell’incontro anche quando non va a goal perché è l’unico che ha sempre LA POSSIBILITÀ DI ROMPERE LA PARTITA.”

Un vero e proprio manifesto questa descrizione, linee guida di una ghiotta programmazione carica di obiettivi per ogni scuola calcio. Da riempire di ambienti, esercitazioni e proposte pratiche. Quelle efficaci davvero però, quelle che fanno crescere, cose che sanno fare in pochissimi qui in Italia. Guarda caso, quasi tutti esodati. Fuori dalla Federazione, fuori dall’Italia, fuori da una squadra ma anche dalla misera scuola calcio dal paesello che non aguzza un chiodo dal 1923 nonostante si ostini a vendere fumo propagandando i suoi livelli basati su criteri federativi del nonsisacosa e del nonsisache, comunque lontanissimi dalla qualità. Perché i numeri dei report delle annate poi bisogna anche leggerli. E quelli tutti li sanno leggere. Ma poi non se li ricordano. Altrochè.
Per chi ama il calcio e il calcio dei giovani è solo tristissimo vedere lo spreco di generazioni che si susseguono e che poi abbandonano credendo di non avere numeri quando invece pessimo è il livello loro propinato dalla scuola calcio di appartenenza, piccolo nucleo di potere e di ambizione. Questo a massimi e a minimi livelli. Purtroppo l’etica dello sport avrebbe potuto incidere sulla politica ed invece la politica è dilagata in maniera purtroppo inesorabile inverminando l’inverminabile.
Credo, lasciandoci alle spalle questo Mondiale, e Lamine Yamal che ci ha accompagnato per farci comprendere cose, che sia giunto il momento per ogni Mister di finirla di pensare a Coverciano come simbolo del bel calcio, della memoria collettiva, di smettere di chiedersi perché Pep non ha accettato di prendere la Nazionale, e di iniziare e interpretare il ruolo del DISSENSO non solo come ASSENZA DI CONSENSO ma come ELEMENTO CON CUI GUARDARE LA REALTÀ ED I GIOCATORI: un INCOMMENSURABILE FUTURO un UNICO MODO DI ESISTERE ANCORA IMPREVEDIBILE.
Come scrive Danilo Dolci “Ciascuno esiste solo se sognato”. Insomma, una endovenosa di fiducia ci vuole. E la fiducia è necessaria proprio quando non sappiamo, quando il calcolo non è possibile. Mai potremo essere completamente sicuri di come un nostro giocatore agirà o reagirà. Ma la fiducia non si realizzerà solo quando lo osserveremo fare ciò che speravamo, ma quando, mettendo in gioco la sua soggettività, il suo essere unico e irreplicabile farà cose nuove e inaspettate. Che magari a noi non piacciono.
| RENDERE IL GIOCATORE COMPETENTE SU PROCEDURE ED ESIGENZE DEL RUOLO DEL PLAYING |
| PROMUOVERE IL PLAYING CHE PRODUCE APPRENDIMENTO |
| SELEZIONARE MATERIALE INDISPENSABILE |
| ADATTARE IL MATERIALE AL LIVELLO |
| CREARE OPPORTUNITA’ AFFINCHÈ IL GIOCATORE POSSA ACCEDERE AL PLAYING |
| INFINITA ATTENZIONE NEL MONITORARE E VALUTARE I PROGRESSI DEL GIOCATORE: IL GIOCATORE SI POTRÀ SOTTOPORRE ALLE VALUTAZIONI SE È IN GRADO, ALTRIMENTI NON GLI VERRÀ DATO MODO DI ESERCITARE QUALITÀ E APPRENDIMENTI NON ANCORA ACQUISITI: INCONTRO CON L’INASPETTATO PER CUI NON SI HA ANCORAGGIO NON SARA’ UTILE |
| NEL MANCATO INCORAGGIAMENTO STA IN PARTE LA RESPONSABILITA’ DELL’INSUCCESSO |
| ESSERE A DISPOSIZIONE CON TUTTA LA PROFESSIONALITÀ POSSIBILE PER INDIRIZZARE CONOSCENZE E ABILITÀ |
| PROVARE AD INNALZARE IL LIVELLO DI CONSAPEVOLEZZA DELLO SCOPO DEL PLAYING |
| SCOPO DELL’ALLENAMENTO SPORT SPECIFICO: – CHE I GIOCATORI IMPARINO QUALCOSA (CONTENUTO) PREPARAZIONE – CHE I GIOCATORI IMPARINO QUALCOSA DA QUALCUNO (RELAZIONE) SOCIALIZZAZIONE – CHE I GIOCATORI IMPARINO QUELLA COSA PER RAGIONI PARTICOLARI (SCOPO): SOGGETTIVIZZAZIONE. SOLO I GIOCATORI POSSONO IMPARARE, COMPRENDERE E DARE SENSO ALLE COSE. NESSUNO PUÒ FARLO AL POSTO LORO |
| PROCEDERE DA CIÒ CHE IL GIOCATORE DESIDERA A CIÒ CHE È DESIDERABILE PER IL GIOCO |
| INSERIRE NEL RECINTO DELLA COMPRENSIONE DEL GIOCATORE CIÒ CHE È ALTRO DA LUI |
Ho lasciato qui sopra una tabella di pensieri, urgente come una dieta detox che in qualche modo possa servire da feed-forward per gli allenatori. Esistono alternative dal taglio ben diverso, (vedi di seguito)

che, implicitamente e “scaricabarilmente”, ributtano sulle spalle degli allenatori le colpe che non hanno. Trova le differenze.
STAY TUNED


BIO: SIMONETTA VENTURI
Insegnante di Scienze Motorie.
Tecnico condi-coordinativo in diverse scuole calcio e prime squadre del proprio territorio (Marche)
Ha collaborato con il periodico AIAC L’Allenatore, con le riviste telematiche Alleniamo.com, ALLFOOTBALL.
Tematiche: Neuroscienze, Neurodidattica











8 risposte
Sulla metodologia delle proposte della FIGC ne ho fatto una battaglia.
Lo sport di squadra è composto da tante componenti e la crescita dei ragazzi deve essere al centro del progetto, sia per chi ha talenti a disposizione e chi non ne ha.
La parte “mentalità” poi è un capolavoro.
Poi Lamine è un fenomeno generazionale, ma se lo si misura solo in gol e assist si perde di vista il suo essere al servizio della squadra, il pilastro che manca nella tabella FIGC.
Grazie. Sono convinta sempre più che al centro del progetto debba esserci la relazione tra allenatore e ragazzo/squadra che poi come scrive giustamente, in quel luogo li, nella relazione unica e irripetibile, dettata e scaturita dal gioco calcio avviene la crescita. Grazie ancora e buon lavoro
Due cose:
1) Torres ha segnato di sinistro e non di destro
2) Rimango impressionato leggendo i tanti articoli profondi e interessanti presenti su questo blog, tra cui quest’ultimo, dell’assenza totale o parziale dagli argomenti del fenomeno “genitori”. La presenza odierna dei genitori (o parenti) ha un carico emotivo impressionante e determina in negativo la valenza didattica e formativa dell’evento partita (a volte anche degli allenamenti). Andrebbe affrontato in modo sistematico e senza cadere in banali recriminazioni (ai miei tempi era diverso) né in perniciose sottovalutazioni del fenomeno. Penso che se non si corre ai ripari, qualsiasi altra proposta riguardante la didattica e la formazione calcistica giovanile risulterà gravemente limitata se non sterilizzata del tutto.
Salve Giacomo, ci ho messo un pò a capire il suo post per un bias cognitivo, perchè certamente Torres ha segnato di sinistro e certamente pensavo di aver scritto sinistro anche perchè destra era la gamba di appoggio…. e come avrebbe potuto di destro? L’azione l’ho chiaramente in mente perchè vissuta in diretta e rivista svariate volte per riprendere le azioni precedenti che hanno portato alla conclusione. Quindi mi scuso del refuso, non dell’errore, che comunque di certo correggeremo. Per quanta riguarda l’aspetto genitori personalmente non ne parlo perchè in tutte le mie esperienze di quarant’anni, ho sempre visto e vissuto i genitori come OPPORTUNITA’. Per me i genitori dei bambini / ragazzi non sono mai stati un problema, neanche quelli più accaniti o malevoli. Hanno sempre inciso e determinato in positivo la valenza didattica del lavoro proposto. Non creda che per questo non abbia sentito la necessità di formarmi e migliorare. Ho girato l’Italia dietro diversi addetti ai lavori. Però a mio avviso, creare, oltre che gruppi felici di giocatori anche gruppi empatici di genitori è ed è stata sempre una sfida, affrontata e vinta, specialmente ai livelli delle nostra scuole calcio, libere da questo punto di vista, perchè, guarda caso, i genitori dei club di alto livello stanno attenti a come comportarsi. Credo che la ricaduta sociale del nostro lavoro passi anche per queste strade e la controtendenza di stimolare l’intelligenza emotiva degli adulti oltre che quella dei ragazzi a differenza di quanto avviene sui social faccia parte dei nostri compiti. Comunque ha fatto bene a sollevare l’argomento che necessariamente deve essere approfondito e risolto con professionalità, laddove rappresenti un problema. Da alcuni anni diversi personaggi si occupano della questione con grandissima competenza e qualità, tra gli altri il carissimo amico Alessandro Crisafulli per il quale la questione è diventata una vera e propria mission. Potrà di certo tra le sue cose trovare sostegno e risposte alle sue domande. Penso che questo blog abbia un taglio ben preciso e all’interno del macroargomento calcio, credo non ami sovrapporsi o diventare impacciato clone di questioni già trattate benissimo da altri, Il copio-ricopio è diventato sport nazionale grazie anche all’AI che propina copie di 1000 riassunti. Purtroppo. Grazie per gli stimoli e buon lavoro.
Pezzo di una bellezza e di una veridicità sconvolgenti. Solo applausi.
Grazie Piergiorgio. Davvero gentile. Credo che ciascun allenatore autentico senta di voler esprimere queste cose. Buon lavoro e grazie ancora
Leggere i suoi articoli è sempre una fonte inesauribile di spunti riflessivi e ispirazione…riguardo Yamal, a me ha impressionato il suo movimento (nell’ 1-0 contro il Belgio, gol di Fabian Ruiz) prima a svuotare lo spazio (e aprire la linea di passaggio a Cubarsì per Pedo Porro) e poi a proporsi sotto palla per innescare Pedro Porro il cui cross determinerà il gol degli Spagnoli…di un’intelligenza tattica mostruosa…(a 19 anni)
Grazie Vito. Sempre gentilissimo. Condividere pensieri idee e riflessioni proprie e altrui ha un senso. Almeno io lo trovo. Anche a me colpiscono molto i movimenti di Lamine Yamal mai peregrini ma sempre innescati, uso un suo termine, da un avversario determinato. Frutto di una serie di cose volgarmente chiamate intelligenza. Che mai è volgare. Grazie ancora e buon lavoro.