“Io farei una domanda a chi ha inventato il dibattito risultatisti-giochisti: Scusa, ma secondo te, io lavoro per cosa? Per passare per stupido? Per partecipare? Hanno sempre detto che non vivo per il risultato, non è così, semplicemente metto il risultato alla fine di un percorso, altrimenti tutti farebbero una sola cosa, ma il calcio non è uno solo, esistono tanti modi di farlo. Io se non vinco mi arrabbio, quando perdo sto male. Ma inserirmi in una contrapposizione idealista mi manda fuori di testa, ancora oggi tutti parlano di schemi, ma sono stupidaggini, gli schemi non esistono più. Esistono i principi di gioco. Per schema si intende che io e te abbiamo una giocata codificata, io la passo a te, tu a lui e lui te la ridà. Il principio di gioco invece è diverso, è cercare di dare una lingua comune a tutta la squadra, nel riconoscere le varie situazioni di gioco”.
Le parole di Roberto De Zerbi colpiscono per lucidità e onestà intellettuale. Smontano un dibattito artificiale – quello tra risultatisti e giochisti – che non nasce dal calcio vissuto, ma da una semplificazione ideologica del fenomeno.
Nessun allenatore che abiti davvero il gioco lavora “per partecipare” o per “passare per stupido”. Il risultato conta, eccome: la differenza sta nel collocarlo alla fine di un processo, non all’inizio. In questo senso, De Zerbi coglie un punto essenziale: il calcio non è uno solo, esistono molti modi di vincere, perché esistono molte forme di relazione possibile tra giocatori, avversari, palla e contesto.
Dal punto di vista fenomenologico‑enattivo, questa affermazione è pienamente condivisibile. Il risultato non è una variabile indipendente che si impone dall’esterno, ma un esito emergente di un sistema complesso di interazioni.
Quando il risultato diventa il punto di partenza, il gioco viene ridotto, irrigidito, impoverito; quando invece è posto alla fine del percorso, diventa la conseguenza naturale di un funzionamento efficace del sistema squadra‑giocatori‑ambiente.
Altrettanto centrata è la critica agli “schemi”. De Zerbi chiarisce che lo schema, inteso come sequenza codificata e ripetibile di passaggi, non è più adeguato alla realtà del gioco contemporaneo. Il calcio reale è instabile, imprevedibile, non lineare. Le situazioni non si ripetono mai identiche e ogni tentativo di imporre soluzioni prefissate entra in conflitto con la natura stessa del gioco. In termini enattivi, lo schema presuppone una separazione tra percezione, decisione e azione; il gioco autentico, invece, vive della loro circolarità continua.
È sul tema dei “principi di gioco” e della “lingua comune” che, pur condividendo l’impianto generale del discorso, si rende necessaria una precisazione decisiva.
Dire che l’allenatore “dà” principi o una lingua comune alla squadra rischia, se non chiarito, di mantenere una traccia di impostazione trasmissiva. Nell’approccio fenomenologico‑enattivo, i principi non sono contenuti da insegnare né regole da interiorizzare. I principi sono del gioco, non dell’allenatore. Esistono nella struttura stessa della realtà di gioco e prendono forma solo attraverso l’azione situata dei giocatori.
I giocatori non applicano principi: li fanno emergere. Li incarnano. Li co‑costruiscono nel continuo accoppiamento tra intenzionalità soggettiva e vincoli ambientali. La cosiddetta “lingua comune” non è un codice imposto dall’alto, ma un senso condiviso che nasce dall’esperienza. È il risultato di un processo di adattamento reciproco, di esplorazione, di fallimento e di riuscita, vissuto dentro la realtà autentica del gioco.
Quando una squadra “parla la stessa lingua”, non lo fa perché ha memorizzato gli stessi concetti, ma perché i suoi giocatori hanno attraversato insieme situazioni significative, riconoscendo progressivamente le affordance del gioco: tempi, spazi, densità, relazioni. Il riconoscimento delle situazioni non avviene per astrazione cognitiva, ma per familiarità incarnata.
È il corpo che riconosce prima della mente. In questa prospettiva, il ruolo dell’allenatore cambia radicalmente. Non è colui che trasmette principi, ma colui che progetta contesti. Non insegna soluzioni, ma costruisce ambienti che rendano inevitabile l’emergere di determinate condotte di gioco.
I principi non vengono spiegati: vengono vissuti. Non vengono corretti dall’esterno, ma affinati dall’interno dell’esperienza. Così cade definitivamente la contrapposizione tra risultato e gioco, tra libertà e organizzazione, tra improvvisazione e metodo. Il gioco ben organizzato è quello che lascia spazio all’emergenza, non quello che la soffoca. E il risultato, lungi dall’essere negato, diventa la manifestazione visibile di un processo invisibile ma profondamente incarnato.
In conclusione, le parole di De Zerbi trovano nell’approccio fenomenologico‑enattivo un fondamento teorico solido, a patto di compiere un ultimo passo: riconoscere che non esistono principi “da dare”, ma condizioni da creare affinché il gioco, attraverso i giocatori, possa rivelare i propri.
I principi che emergono contro I principi insegnati
Nel dibattito calcistico contemporaneo, il concetto di “principi di gioco” è diventato una sorta di parola-ombrello: evocata spesso, chiarita raramente.
Allenatori, formatori e divulgatori parlano di principi come se fossero contenuti didattici da trasmettere, regole operative da interiorizzare, linee guida da applicare correttamente. Tuttavia, questa impostazione nasconde un equivoco profondo: I principi non sono qualcosa che si insegna. I principi sono del gioco e, come tali, emergono dall’agire situato dei giocatori.
L’approccio fenomenologico-enattivo ribalta la logica tradizionale dell’insegnamento. Non parte dall’idea che la conoscenza preceda l’azione, ma che la conoscenza prenda forma nell’azione stessa. Nel calcio, questo significa che I principi non esistono come entità astratte da trasferire dalla mente dell’allenatore a quella dei giocatori. Esistono come regolarità dinamiche che emergono dall’interazione continua tra giocatori, palla, avversari, spazio, tempo ed emozioni.
Parlare di “principi insegnati” implica una visione trasmissiva dell’apprendimento: l’allenatore possiede il sapere, lo codifica in concetti, lo spiega, lo dimostra e ne verifica l’applicazione. In questa prospettiva, il giocatore diventa esecutore di regole, mentre il gioco viene ridotto a un problema da risolvere correttamente.
Il rischio è evidente: il comportamento diventa rigido, dipendente dal contesto di allenamento e fragile di fronte all’imprevedibilità della partita. I principi che emergono, al contrario, non sono prescrizioni ma scoperte. Non vengono spiegati prima, ma riconosciuti dopo. Nascono dall’esperienza reiterata di situazioni significative, vissute dentro la realtà autentica del gioco.
Il giocatore non “applica” l’ampiezza, la profondità o il sostegno: li sente, li riconosce, li incarna perché il contesto lo mette nella condizione di renderli funzionali.
Da un punto di vista enattivo, percezione, decisione e azione non sono fasi separate, ma un unico processo circolare. Il principio non guida l’azione: è l’azione, nel suo ripetersi adattivo, a far emergere il principio. È per questo che due squadre possono esprimere gli stessi principi in forme completamente diverse: perché quei principi non sono modelli da copiare, ma logiche che prendono corpo in modo situato e soggettivo.
Anche l’idea di “lingua comune” va riletta in questa chiave. Una squadra non parla la stessa lingua perché ha memorizzato gli stessi concetti, ma perché ha condiviso esperienze. La lingua del gioco è un linguaggio incarnato, fatto di tempi, distanze, posture, intenzioni percepite. È una comprensione pre-riflessiva che nasce dal fare insieme, non dallo studiare insieme.
Il ruolo dell’allenatore, dunque, non è quello di insegnare principi, ma di progettare ambienti.
Ambienti che vincolano senza costringere, che orientano senza prescrivere, che rendono alcune soluzioni più probabili senza renderle obbligatorie. Attraverso la manipolazione di spazi, numeri, regole, obiettivi e vincoli, l’allenatore crea le condizioni affinché il gioco faccia emergere le proprie regolarità.
In questa prospettiva, il principio non è mai un punto di partenza, ma un punto di arrivo provvisorio. È una stabilità temporanea in un sistema dinamico, sempre pronta a trasformarsi. Allenare significa abitare questa instabilità, non eliminarla. Significa fidarsi del processo, accettare l’errore come informazione e riconoscere che l’intelligenza del gioco non risiede nel modello, ma nell’interazione.
Mettere I “principi che emergono” contro I “principi insegnati” non è una provocazione terminologica, ma un cambio di paradigma. Vuol dire spostare il baricentro dall’istruzione all’esperienza, dal controllo all’adattamento, dalla spiegazione all’esplorazione. Vuol dire, in definitiva, restituire il gioco ai giocatori e riconoscere che il calcio non si insegna: si fa emergere.
Lo stile di gioco: non un principio da insegnare, ma una padronanza da incarnare
Altro ancora è il concetto di stile di gioco, spesso confuso con I principi o, peggio, con gli schemi. Lo stile di gioco non è un insieme di regole operative né un repertorio di soluzioni prefissate.
È una forma di esistenza della squadra nel gioco. È il modo in cui una squadra abita lo spazio, il tempo, la relazione con la palla e con l’avversario. Per questo, lo stile di gioco non si insegna: si coltiva fino a diventare padronanza condivisa. Dire che tutti I giocatori devono diventare padroni dello stile di gioco significa riconoscere che lo stile non è una sovrastruttura tattica, ma una competenza incarnata. Non risiede nei concetti, ma nei comportamenti adattivi. Non vive nelle spiegazioni, ma nella qualità delle risposte situate. Uno stile di gioco esiste solo quando ogni giocatore è in grado di riconoscerlo, sostenerlo e trasformarlo dall’interno dell’azione.
Dal punto di vista fenomenologico-enattivo, lo stile di gioco emerge come coerenza dinamica. Non è uniformità, ma riconoscibilità. Ogni giocatore esprime la propria soggettività, ma all’interno di un orizzonte di senso comune che rende le azioni reciprocamente leggibili. È questa leggibilità incarnata che permette alla squadra di funzionare come un sistema intelligente e non come la somma di esecutori.
A differenza dei principi, che appartengono alla struttura del gioco e emergono spontaneamente dall’interazione, lo stile di gioco è una scelta identitaria.
È un orientamento intenzionale che attraversa tutte le fasi del gioco e che deve essere progressivamente incarnato dai giocatori. Ma anche qui, l’incarnazione non avviene per trasmissione verbale. Avviene per immersione esperienziale. Diventare padroni di uno stile di gioco significa saperlo riconoscere nelle situazioni, non applicarlo meccanicamente. Significa sapere quando accelerare e quando rallentare, quando rischiare e quando consolidare, quando rompere la struttura e quando proteggerla.
Questa padronanza è il risultato di un apprendimento situato, fatto di tentativi, errori, aggiustamenti continui e feedback intrinseci al gioco stesso.
Il compito dell’allenatore, in questo quadro, non è spiegare lo stile, ma renderlo inevitabile. Attraverso la progettazione di contesti coerenti – dimensioni del campo, rapporti numerici, regole, obiettivi, vincoli temporali – l’allenatore orienta l’esperienza affinché certe modalità di stare in campo diventino funzionali e altre no.
Lo stile, così, non viene imposto: viene scoperto, riconosciuto e progressivamente padroneggiato. Quando uno stile di gioco è realmente incarnato, non ha bisogno di essere ricordato dalla panchina. Vive nelle scelte dei giocatori, anche sotto pressione, anche nell’errore, anche nella fatica.
È stabile senza essere rigido, riconoscibile senza essere prevedibile.
È la firma di una squadra che ha sviluppato una competenza profonda, non una conoscenza superficiale. In questa prospettiva, principi che emergono e stile di gioco incarnato non sono in contraddizione, ma su piani diversi. I primi appartengono alla logica universale del gioco; il secondo appartiene all’identità singolare della squadra. I principi non si insegnano e lo stile non si spiega: entrambi si fanno emergere attraverso l’esperienza.
Ma mentre I principi emergono inevitabilmente dal gioco, lo stile richiede un progetto intenzionale di contesto che accompagni I giocatori verso una padronanza condivisa.
Solo allora il gioco smette di essere esecuzione e diventa espressione. E lo stile di gioco non è più un’etichetta, ma una competenza vissuta.











8 risposte
Raffaele meriti tantissimi applausi. Infatti, anche io avevo molte perplessità sulla questione giochisti – risultaristi, poichè tutti vogliono vincere.
Poi, anche io, che non sono un addetto ai lavori come voi, finalmente ho avuto importanti chiarimenti, su alcune questioni che tu hai affrontato.
Ho etto il tuo curriculum e mi chiedo se ci siamo incontrati tu come calciatore o come allenatore e io come dirigente-fondatore del San Giorgio a Cremano.
Complimenti.
Sicuramente. Salutami il prof. Di Sarno
Santo uomo! Ci proverò.
Illuminante Mister, ancora una volta !
Complimenti, come sempre, e Grazie !
Manuel Lamecchi
Buongiorno Prof
Mi piacerebbe approfondire il suo pensiero:
“I primi appartengono alla logica universale del gioco; il secondo appartiene all’identità singolare della squadra. I principi non si insegnano e lo stile non si spiega: entrambi si fanno emergere attraverso l’esperienza.
Ma mentre I principi emergono inevitabilmente dal gioco, lo stile richiede un progetto intenzionale di contesto che accompagni I giocatori verso una padronanza condivisa.”
Alcune domande:
Ci sono principi “universali” del gioco che tutti dovrebbero conoscere? Ci sono poi dei principi di gioco “non universali”?
Essendo l’allenatore il “supervisore ” del percorso, e come diceva lei, il filtro dell’apprendimento, questo indirizza l’esperienza verso solo quello che conosce/riconosce limitando le possibilità di apprendimento?
Questo può portare ad una selezione “personale” del gioco facendo coincidere stile e principi?
Faccio un esempio per approfondire maggiormente: un principio di gioco può essere riaggressione immediata dopo la perdita della palla per evitare che gli avversari si riorganizzino e consolidino il possesso, un altro principio può essere ricompattarsi dopo la perdita della palla, per affrontare gli avversari come blocco squadra. Un allenatore può propendere verso l’uno o l’altro, lasciando cadere l’insegnamento dell’altro principio.
Grazie per la sua disponibilità alla condivisione.
Grazie davvero, una lettura illuminante che condivido in ogni parola, l’uso della parola ‘emozioni’ vicino a quelle di giocatore,avversario,spazio,tempo fa la differenza e mi piacerebbe molto approfondirlo con riflessioni personali.
Buon lavoro.
Intando, grazie a tutti per l’interesse che state mostrando per l’articolo. Circa il commento di Massimiliano, che trovo molto pertinente e stimolante, provo a rispondere chiarendo il punto che per me è centrale.
La realtà autentica del gioco possiede già una propria logica, e questa logica è fatta di principi che non appartengono all’allenatore, né a una scuola, né a uno stile.
Appartengono al gioco in quanto tale.
Per questo parlo di principi universali del gioco: non perché siano regole da applicare, ma perché emergono inevitabilmente ogni volta che il gioco viene vissuto nella sua autenticità.Questi principi non si insegnano e non si spiegano: emergono dall’esperienza vissuta dai giocatori, nel continuo accoppiamento con palla, avversari, compagni, spazio e tempo.
Il gioco li “chiama”, i giocatori li incarnano.
Quando invece entriamo nel dominio di come una squadra risponde a quei principi, siamo già su un altro piano: quello dello stile di gioco.
Principi e stile: una distinzione fondamentale
I principi appartengono alla logica universale del gioco
Lo stile appartiene all’identità singolare della squadra
I comportamenti che tu descrivi nel tuo esempio (riaggressione immediata oppure ricompattamento) non sono principi del gioco, ma espressioni stilistiche.
Il principio universale, in quel caso, è qualcosa di più profondo e inevitabile, ad esempio:
la necessità di gestire la transizione dopo la perdita della palla
la necessità di ristabilire un equilibrio funzionale tra attacco e difesa.Come una squadra gestisce quella necessità (riaggressire, scappare, temporeggiare, compattarsi, orientare…) non è il principio, ma lo stile.
Esistono principi “non universali”?
No, se restiamo fedeli alla logica del gioco.
Esistono invece:
stili diversi
preferenze
culture di gioco
identità costruite
Quando parliamo di “principi non universali”, spesso stiamo in realtà chiamando principi ciò che è stile.La tua osservazione sull’allenatore come filtro dell’apprendimento è molto lucida.
Sì, esiste un rischio reale: che l’allenatore indirizzi l’esperienza solo verso ciò che conosce e riconosce, restringendo il campo delle possibilità.
Ed è proprio qui che si gioca la differenza tra:
far emergere il gioco
imporre una visione del gioco
Se l’allenatore:
confonde principi e stile
presenta lo stile come se fosse la logica del gioco
allora sì, può accadere che:
lo stile personale venga scambiato per principio
alcune possibilità del gioco vengano escluse a priori
l’esperienza venga impoverita invece che ampliata.Stile e principi non devono coincidere
I principi non si selezionano:
emergono comunque, perché il gioco li richiede.
Lo stile invece si costruisce, e qui sì, serve:
un progetto intenzionale di contesto
una coerenza educativa
un accompagnamento paziente verso una padronanza condivisa
Il compito dell’allenatore non è scegliere quali principi insegnare,
ma creare contesti in cui il gioco possa parlare,
e solo dopo dare forma a uno stile che non tradisca quella logica, ma la incarni in modo singolare.In sintesi:
i principi appartengono al gioco
lo stile appartiene alla squadra
l’allenatore non trasmette i primi, ma progetta le condizioni perché emergano e accompagna i giocatori a riconoscersi in uno stile, senza confonderlo con la verità del gioco
Grazie ancora per la qualità delle domande, sono esattamente il tipo di riflessione che tiene vivo il senso del nostro lavoro, e spero di aver esaudito, se non del tutto, almeno in parte le tue domande
Per Alessandro:
Grazie di cuore per questo riscontro così sentito.
Accostare la parola emozioni a giocatore, avversario, spazio e tempo non è una scelta linguistica, ma una presa di posizione teorica e pratica molto chiara.
Nell’ottica fenomenologico-enattiva le emozioni non sono un contenuto interno da gestire a parte, né una variabile psicologica aggiuntiva: sono una dimensione costitutiva della relazione con il gioco.
Il giocatore non percepisce uno spazio neutro, un avversario “oggettivo” o un tempo astratto.
Percepisce possibilità di azione cariche di valore emotivo:uno spazio può essere minaccioso o invitante,
un avversario può essere pressante, ingannevole, leggibile,
il tempo può essere urgente, dilatato, soffocante o opportuno.
Queste qualità non stanno né solo nel mondo né solo nel giocatore: emergono nella relazione.
È l’emozione che orienta lo sguardo, modula l’attenzione, predispone il corpo all’azione e dà senso all’agire. Per questo emozione, percezione, decisione e azione non sono fasi separate, ma un unico processo circolare.L’avversario, in questa prospettiva, non è semplicemente un ostacolo tecnico-tattico, ma un co-costruttore emotivo del contesto: con la sua vicinanza, velocità, intenzionalità modifica il clima emotivo della situazione e, quindi, le possibilità di gioco che il giocatore sente come praticabili.
Allo stesso modo, lo spazio non è una geometria da occupare, ma uno spazio vissuto, carico di tensioni, aspettative, opportunità.
Il tempo non è il cronometro, ma il tempo sentito dell’azione: il “subito”, il “non ancora”, il “troppo tardi”.
Allenare dentro la realtà autentica del gioco significa allora educare sensibilità emotive situate, non controllarle o reprimerle.
Significa permettere al giocatore di affinare la capacità di sentire il gioco, di riconoscere le sfumature emotive delle configurazioni e di agire in modo sempre più congruente e creativo.
In questo senso, le emozioni non disturbano il gioco:
sono ciò che lo rende vivo, significativo e intelligibile per chi lo gioca.
Grazie ancora per aver colto questo nodo così profondo e decisivo.
Buon lavoro anche a te.
P.S.
Mi state facendo impegnare di più nel rispondere alle vostre riflessioni che nella redazione dell’articolo