CONTINUA DA “LA FABREGAS DELLE IDIOZIE”
Foto copertina da beIN SPORTS
La Roma si è resa protagonista di una pressione volutamente “sconsiderata” a tutto campo, decidendo coraggiosamente dunque non solo di ricalcare la più accostabile fra le rappresentazioni in salsa bergamasca dei dettami del proprio tecnico, ma altresì di colpire attraverso la peculiarità tipica dell’avversario: i ritmi del pressing imposto sono stati tali da togliere al Como la possibilità di poter usufruire di quegli spazi finalizzati alla ricerca del terzo uomo in fase di prima costruzione, annullando le linee di passaggio, costringendo i lariani a forzare tecnicamente le scelte e in ultima istanza inducendoli ad affidarsi in molte circostanze al lancio lungo di Butez, mai così costretto a rifugiarsi nella ricerca dei riferimenti offensivi.
Il tutto, sponda capitolina, senza commettere l’errore compiuto nella gara casalinga contro il Napoli, allorquando Conte fu bravo a punire i giallorossi creando un blocco basso in fase di prima circolazione e costruzione, lasciando però il tridente offensivo territorialmente molto più avanzato (in una sorta di 1-7-0-3): la finalità era ovviamente quella di determinare una frattura nella struttura della Roma che, attirata ad uscire nella metà campo avversaria, ha poi concesso l’uno contro uno con molto campo alle spalle a Neres e Lang, ben imbucati da Hojlund (vero riferimento immediato, spesso cercato direttamente da Milinkovic-Savic), in quel caso grande regista offensivo, il cui venire incontro portando con sé Ndicka ha consentito ai compagni di reparto di attaccare il vuoto alle sue spalle e quindi la profondità.
Il gol partita di David Neres nasce così (isolare Neres è stato fondamentale anche contro la Juve al “Maradona”: per consentire al brasiliano di puntare Koopmeiners evitando il raddoppio di Cabal e l’aiuto di Thuram nei mezzi spazi, Conte ha allargato molto il centrale di destra in costruzione, Beukema, costringendo Thuram ad uscire largo su di lui e conseguentemente svuotando quella zona interna che Di Lorenzo ha poi occupato, seguito da Cabal, per isolare Neres. In quella circostanza l’errore di Spalletti di non schierare una prima punta non solo ha nuociuto alla Juve in termini di pericolosità offensiva, ma ha “costretto” una mezzala ad uscire su uno dei braccetti comportando la situazione appena descritta che Conte ha sfruttato come da par suo).
Fabregas non ha reagito al piano gara giallorosso ordinando ai suoi di rinunciare al rischio di ricercare il terzo uomo in costruzione per poi affondare nella metà campo avversaria: ha allargato maggiormente i centrali di difesa (che prima erano impegnati settorialmente, con l’esterno basso di zona e con l’aggiunta dell’estremo difensore al fin di esercitare di base una superiorità numerica nel primo palleggio che la Roma ha saputo scongiurare), ha trovato maggiormente gli sbocchi ma Gasperini ha ancora di più “esasperato“ i concetti ordinando in alcuni casi di abbandonare i riferimenti fissati pur di ostruire con una densità clamorosa il portatore di palla.
In tal senso Nico Paz è stato a dir poco neutralizzato e il Como privato dell’esecuzione della manovra.
Dell’esecuzione, non della riconoscibilità.
È sempre stato il Como che avrebbe dovuto essere, semplicemente ha subìto la verve di un avversario in ogni caso sulla carta superiore.
Ed è proprio in questo che risiede la grandezza del Como e di Fabregas: far parlare di sé per una sconfitta, la terza, patita in quel di Roma contro una formazione che se sin qui avesse usufruito di un finalizzatore all’altezza probabilmente sarebbe in testa alla classifica.
In molte circostanze a Fabregas viene imputato di non mutare mai atteggiamento (fortunatamente) e spartito: nulla di più falso, a testimonianza che nello specifico, quando bisognerebbe addentrarsi in tematiche estremamente più prettamente calcistiche, emergono molte lacune conoscitive.
Se Conte all’Olimpico ha, giusto per usare i numeri volti ad identificare un concetto, attuato una sorta di 1-7-0-3, Fabregas, nel corso di alcune gare di campionato, ha ribaltato tale sequenza, sviluppando una sorta di 1-2-0-8.
Spieghiamo: oggi come oggi anche le cosiddette “piccole” o presunte tali decidono di andare a “prendere alto” le squadre che come il Como attuano una costruzione “4+2” ; per ovviare a ciò Fabregas ha escogitato una costruzione bassa con i soli difensori centrali, disponendo il resto della squadra già sostanzialmente nella metà campo avversaria, al fin di creare una sorta di 8 contro 8 che costringe non solo i rivali di turno a non poter alzare il pressing nella metà campo comasca, ma favorisce, usufruendo del supporto del portiere in fase di possesso, di una superiorità numerica in prima costruzione che, favorita appunto dal 3 contro 2, può godere di spazi molto ampi sino alla metà campo.
Il sostegno di uno dei due mediani consente la ricerca del terzo uomo e per il Como diventa facile sviluppare una fase offensiva fluida a ridosso dell’area di rigore.
In definitiva, accorpando concettualmente quanto sciorinato nella prima ed in questa seconda parte, puntare il dito contro un allenatore giovane, molto giovane, figlio di una scuola di pensiero che contraddistingue l’Europa da vent’anni, coraggioso, pensante, tatticamente oltremodo preparato, già innovatore, che mira all’educazione della bellezza interpretativa associandola ad una ferocia agonistica difficilmente riscontrabile anche in quelle compagini le cui guide tecniche sbandierano una “distinta” mentalità vincente senza che questa sia accompagnata dall’esecuzione della ricerca completa della vittoria, nonché umile nell’ammettere a più riprese di avere solo da imparare di volta in volta da chi esercita lo stesso mestiere da più anni, non può che essere classificato inevitabilmente all’interno di un malcostume che ancora alberga all’interno dei nostri confini.
Forza Cesc.
C’est plus facile è il motto di chi non ama riflettere più di tanto.
In Italia in questo siamo maestri, nonostante la genialità di pensiero che da sempre illumina le menti della nostra storia.
Ma è più semplice non pensare.
È più semplice non riflettere.
Consente di non argomentare qualsiasi tesi.
A differenza di quello che fai tu.
Cesc, plus facile.

BIO: ANDREA FIORE
Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.









