Il Como di Fabregas è settimo in classifica.
A due punti dal quinto posto.
Dopo quindici giornate di campionato.
“The beginning is the place to start” ( l’inizio è il punto da cui partire) diceva Agatha Christie.
Ed è sacrosanto farlo.
Giusto per puntualizzare immediatamente quanto anche il computo globale del rendimento in termini di risultati, così caro agli esponenti del giurassico qualunquismo che mai si azzarderebbero a squarciare il Velo di Maya, non possa minimamente giustificare le inconcepibili e sopraggiunte velleità diffamatorie, prettamente italiche, arroganti e distruttive, partorite dagli appartenenti alla descrizione di cui sopra.
Nei confronti di un operato altamente pianificato in prospettiva.
Lungimirante e fortemente voluto che fosse così.
Che potesse rispecchiare le idee alla base dell’evoluzione della società lariana, contemporaneamente artefice e mentore di un progetto il cui linguaggio culturale è evidentemente non in linea con l’arretratezza del nostro Paese.
Il Como capitola per la terza volta (terza, una sconfitta in meno dell’Inter per intenderci) in questa stagione, nel posticipo dello scorso lunedì.
Già.
Contro la Roma.
All’Olimpico.
Al cospetto di Gasperini.
Contro colui che, dopo quasi sei lustri di carriera che ne hanno sancito l’innalzamento a guida tecnica fra le più rivoluzionarie in ambito internazionale, che lo hanno elevato a vera e propria fonte d’ispirazione (anche e soprattutto per chi è stato chiamato, in particolar modo dallo scorso decennio, ad ottenere i più prestigiosi traguardi sulle più altolocate e remunerate panchine d’oltralpe), condivide con l’attuale collega catalano l’affinitá di essere stato capace sin dai primordi di “overperformare”, sciorinando già quasi 25 anni fa ( allorquando “overperformare” non era ancora fortunatamente utilizzato) la versione moderna dello schieramento a tre della retroguardia (sino al suo avvento semplicemente un utilizzo camuffato di una linea a 5 e quindi non amata dalle grandi società), reinterpretando sistemi e funzioni e consegnando a coloro che sarebbero stati nominati in seguito “braccetti” i compiti che attualmente lo studio dei sistemi gli riconosce.
Gasperini sapeva di dover imporre contro il Como una visione estremizzata di concetti già profusi ma non sempre accentuati come accaduto contro Fabregas e i suoi ragazzi.
Magari perché nelle giornate precedenti non estremamente necessario.
Contro il Como (sette stagioni fa in Serie D), orchestrando un piano gara volto letteralmente ad asfissiare i lariani affinché potessero essere posti nella condizione di non adempiere ai propri, evolutissimi e coraggiosi, principi di gioco, sì.
Contro la quinta difesa d’Europa e contro la terza compagine (il Porto di Farioli e Il PSG le altre due) che conduce, dati alla mano, il pressing più intenso e organizzato dell’intero Continente, sì.
Sì.
Avete letto correttamente.
Il Como è sul podio in Europa per ferocia a livello di pressione.
Scegliere di condurre ideologicamente una tale fase di aggressione e riaggressione è per una società del livello del Como (a differenza di quanto doverosamente, ragionevolmente, qualitativamente e per vocazione possa concepibilmente essere accostato a Porto e PSG, preliminarmente volte ad un dominio concettuale nei rispettivi tornei almeno nell’espressione) un aspetto di per sé da osannare e che altresì quasi mai si concilia, per squadre alla stregua dei lombardi, con l’incredibile, contemporaneo, successo collettivo in termini di reti subite.
In sostanza, un capolavoro.
Un tocco di lode che in ogni angolo del Vecchio Continente è ammirato e applaudito, al punto tale da accostare già Fabregas ad alcune fra le più blasonate panchine.
Ma, alle nostre latitudini, l’elogio della bellezza, la propensione intellettuale al bello (che conduce al bene) non è un tratto distintivo.
A noi piace il minimalismo.
Idolatrare la speculazione di chi è alla guida di società importanti fingendo non abbia mai a disposizione il materiale umano adeguato per poter anche solo ricercare distinte armonie.
Per tentare anche solo lontanamente di avere la meglio sull’avversario attraverso l’espressione e l’atteggiamento doveroso, al fin di concretizzare la presunta voglia di imporsi e di “vincere sempre”.
Poi accade che Fabregas lo fa.
Esercita il contenuto della dialettica.
A Como.
Senza fuoriclasse (Nico Paz lo diventerà).
Senza campioni (eccezion fatta per Nico Paz).
Con buoni giocatori e talenti da costruire cui concedere l’ovvia, processuale , discontinuità.
Avendo avuto a che fare anch’egli con infortuni importanti.
Non avendo mai sostanzialmente usufruito di Morata.
Fabregas ha reso i suoi un gruppo così temibile e rispettato da fare parlare di sé in caso di sconfitte contro Inter e Roma.
Ha così tanto prontamente elevato l’alone di altrui meraviglia nelle cadute da subìre critiche poiché “incapace” di essere “misurato” quando occorre.
Forse addirittura presuntuoso.
Arrogante.
Lui, certo.
Non le critiche senza contenuto alcuno e figlie della volontà di disgregare chi cerca di costruire.
Dove sarebbe il Como senza Fabregas? In quale posizione di classifica? Quanto sarebbero cresciuti i giovani talenti in alcuni casi ancora da lanciare definitivamente per accorsi infortuni e naturale incompletezza di un processo evolutivo volto ad acquisire solidità mentale e perseveranza nella proposta?
In quanti avrebbero adottato la filosofia di Cesc che trova solidità e si autoalimenta proprio nelle difficoltà perché è ovviamente più significativo continuare a pensare, proporre, oltrepassare la comodità di difendere la porta con tutti gli uomini dietro la linea della palla, quando il risultato non arriva?
Potrebbe essere facile, anzi, no, “semplice”, che tutto si riduca ad abbassare baricentri, che la fase di non possesso consti esclusivamente della difesa a oltranza della porta con due linee schiacciate negli ultimi venti metri.
E che la fase di possesso si limiti a sparuti tentativi di pungere.
Specie per chi in teoria dovrebbe essere in più circostanze costretto ad affrontare squadre più strutturate e dalle ambizioni di classifica più consolidate.
Ribadisco: il Como è settimo, con tre sole sconfitte e la terza migliore difesa della Serie A (per l’appunto la quinta in Europa, con il solo frapporsi di Arsenal e Bayern Monaco nel definitivo quintetto con Roma e Lazio).
Sciorina un calcio generalmente appartenente ad una compagine elitaria, lo fa in un piccolo, seppur suggestivo ma oltremodo vetusto, impianto di provincia, con individualità nella maggior parte dei casi assolutamente non oltre la soglia dei corrispettivi colleghi di società dalla potenzialmente simile collocazione in graduatoria.
La Roma ha evidenziato il rispetto estremo da riservare al Como elevandolo ad un livello tale da cercare di annichilirne principi per non subirli in casa propria.
CONTINUA CON…”LA FABBRICA DELLE IDEE”

BIO: ANDREA FIORE
Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.










9 risposte
Fabregas ,calcio champagne,oggi, il più vicino al.milan di Sacchi…nessun dubbio…stesso modo,nessun dubbio sulle 5 negatività di Gianni Rivera d
Agli anni 60 ad oggi.stessissima cosa.
Allora,* stampa,Allodi,Juve, Sandro mazzola,Valcareggi..cambino i nomi,no i fatti!!
Condivido ogni singolo pensiero di questo pezzo.
Si…ma quanti soldi ha speso il Como rispetto alle squadre che occupano anche posizioni migliori in classifica? Lo spettacolo si fa al circo o al cinema. Tutto il resto é noia
Ciao Gianni, pensala come vuo, per carità ma la pochezza del tuo commento è disarmante. Pazienza. Spero almeno che tu non sia un allenatore di settore giovanile.
Filippo, sono pienamente d’accordo con te…
Ne riparleremo a fine campionato,nel bene e nel male.
Ciao Luciano, non so quale sia la tua posizione. La differenza di paradigma è che tu voglia aspettare la fine del campionato e quindi, immagino, l’esito.
Complimenti a Fabregas e al suo calcio. Ma non credo che ne abbia bisogno da quel che leggo. Poi vorrei rileggere i complimenti se fra qualche anno non porterà a casa nessun titolo…
Ma se posso permettermi ne faccio ancora di più a Vincenzo Italiano. Forse non ha il fascino del cognome spagnolo e non ha il CV di Fabregas ma è davvero un grande allenatore
Ciao Simone, penso di poter dire di aver più a cuore il processo, il percorso piuttosto che l’esito. Detto questo,vado a memoria, nel blog ci sono diversi articoli che parlano del Bologna e della bontà del lavoro di Mister Italiano. Grazie del tuo commento e buone Feste.