In qualsiasi azienda del mondo, quando si gira pagina e si inizia un nuovo progetto, si scelgono i professionisti per le loro attitudini, competenze, esperienze che devono poi plasmarsi agli obiettivi aziendali. Dopodiché servono tempo e pazienza, anche attraverso qualche errore, dunque è necessaria anche la fiducia di chi sta sopra ed è disposto ad aspettare. Napoli, Atalanta e Juventus attraversano un’altra fase – se non proprio di rivoluzione – di cambiamento delle ultime stagioni. Si vede. Al di là dei risultati, sono le prestazioni la cartina di tornasole più affidabile.
Il Milan invece sì che affronta l’ennesima rivoluzione, stavolta aziendale oltre che tecnica: nuova dirigenza, nuovo staff, nuovi giocatori. Quindi il concetto è espresso e va accettato al quadrato, al cubo… Questo però è un club che ha sempre fretta di tornare in alto, di tornare a vincere, specie dopo troppi lustri in cui i trofei si sono contati sulla punta delle dita: 2 scudetti in 22 anni, 3 Supercoppe italiane negli ultimi 15, l’ultima Champions 19 anni fa. Stop.
L’epoca social vive di gogne, di forcaioli, di giustizieri da tastiera: l’analisi è sostituita dal sarcasmo, le sentenze soppiantano le proiezioni, adesso si insulta e non si danno consigli. Il giornalista, l’opinionista, devono continuare a fare il loro lavoro con quella competenza, lucidità, doti analitiche non appartenenti a blogger, influencer, strimpellatori da TikTok. Era un po’ il discorso di De Rossi, la scorsa settimana, che ha urtato la suscettibilità dei giornalisti e dei tastieristi. Dicono i giudici che quando si scontentano tutti, significa che si è fatto un buon lavoro.
Amorim e il Milan, dunque. La campagna acquisti affidata a un agente esterno (per quanto potente e affidabile come Jorge Mendes), non a un direttore sportivo, ha creato il primo grande problema: una figura come Mendes aiuta negli acquisti, ma non nelle cessioni. In questo senso Tare un anno fa aveva confezionato qualche piccolo capolavoro, portando in cassa più di 150 milioni. L’arrivo sparpagliato, ritardato dei giocatori dopo il Mondiale e appunto dopo il mercato, è stato un problema grande da affrontare perché bisogna prima aspettare la migliore condizione di tutti, poi che comincino ad assimilare filosofia, strategia, schemi, modulo. Per esempio Saelemakers e Rabiot si stanno reinventando, anche se forse Amorim si è convinto che il francese è troppo importante come tuttocampista per bruciarselo lassù, alle spalle del centravanti eremita.
Poi gli esterni. Dopo Theo Hernandez, il nulla. Bartesaghi cresce un tanto al chilo, Estupinan all’etto, adesso c’è Moreira. Capisco che con il belga a sinistra e Chukwueze a destra, la propensione offensiva crei squilibrio, ma crea anche tantissimi problemi agli avversari. La partita con il Lecce (ma anche quella con il Benfica in cui era in panchina…) ha ribadito una volta di più che Modric non è e non può essere un problema per questa squadra, se non nella gestione delle forze fisiche e atletiche. A Pulisic non si può più togliere la maglia da titolare e credo che in una formazione così avvolgente, gli stessi Cisse e Ramos trarrebbero grande giovamento.
Perché? Perché se privilegi la qualità prima di ogni altro assunto, non sbagli mai. Chiaro che bisogna dosare forze, energia, resistenza, ma si cambiano una o due pedine per volta: solo in questo modo un’orchestra può mandare a memoria lo spartito. Allo stesso tempo, chi gioca meno ha la possibilità di apprendere sapendo che presto arriverà il suo momento: alla ripresa della stagione dopo questa lunga sosta, i rossoneri saranno attesi da 24 partite in 2 mesi, esattamente una ogni 3 giorni. Sarà in questo frangente che Amorim dovrà dimostrare le sue capacità gestionali.
Massimiliano Allegri pone il giocatore al centro del suo credo: la qualità dei giocatori fa la differenza prima dei moduli, delle tattiche, degli stratagemmi. Vero, ma l’allenatore – da che mondo è mondo – può arrivare a esaltare le qualità dei singoli e quindi della squadra con un lavoro mirato. Il Milan di Pioli non era la più forte del campionato né tra le prime d’Europa, ma vinse uno scudetto e centrò 2 secondi posti in campionato e una semifinale in Champions. Cagliari, Lazio e Frosinone saranno lontani dalle posizioni attuali a fine stagione, con ogni probabilità, ma stanno dando una piccola lezione di collettivo.
Come sempre, sono fermamente convinto che la verità (dunque l’equilibrio) sia nel mezzo: il tecnico deve aggiungere alla qualità dei singoli la forza di squadra attraverso i movimenti, le posizioni, le mansioni. Esattamente come un direttore d’orchestra, paragone retorico ma – come spesso accade con la retorica – di efficace comprensione.

BIO: Luca Serafini è nato a Milano il 12 agosto 1961. Cresciuto nella cronaca nera, si è dedicato per il resto della carriera al calcio grazie a Maurizio Mosca che lo portò prima a “Supergol” poi a SportMediaset dove ha lavorato per 26 anni come autore e inviato. E’ stato caporedattore a Tele+2 (oggi SkySport). Oggi è opinionista di Sportitalia e direttore della Fiera digitale dello sport . Ha pubblicato numerosi libri biografici e romanzi.











Una risposta
Concordo Luca! La qualità è direttamente proporzionale all’ottenimento dei risultati. Amorin, Allegri, Spalletti, Chivu sul campo è un po’ come vedere nel campionato di Formula 1 correre Ferrari, McLaren,Williams e Mercedes dove quest’ultima come l’Inter è la più titolata al titolo. Anche nell’automobilismo, come nel calcio, molto spesso conta e vince la qualità. Dirigenza, panchina e squadra formano il trio deputato alla lotta di vertice, mentre pilota, motore e gomme portano alla coronazione dell’alloro. Spesso un semplice scambio di modulo di gioco può portare al successo come altresì un azzeccato cambio di mescola gomme può far guadagnare millesimi di secondo milionari!
Dunque qualità in primis per giungere vittoriosi al traguardo senza mai tralasciare tutto il lavoro corale e costante di tutto il team!
Buona giornata!
Massimo 48 ❤️🖤