RISCRIVERE LA SEMANTICA CALCISTICA – 2^PARTE

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4. CAMBIARE PER NON CAMBIARE

Contro gli stereotipi che non hanno padroni si combatte volentieri: che la tecnica individuale debba spadroneggiare, che il portiere debba solo parare, che l’attaccante debba solo buttarla dentro. Sono luoghi comuni duri a morire e demolirli ha un valore didattico reale, ma hanno una caratteristica comoda — nessuno perde una poltrona perché si è dimostrato che il portiere partecipa alla costruzione.

Gli stereotipi scomodi riguardano il modo in cui vengono prese le decisioni che contano, e qui conviene evitare l’intemerata sul «sistema» — una parola che, per come funziona questo pezzo, andrebbe messa nel dizionario insieme a «cuore». Il meccanismo di governo del calcio italiano non è un’atmosfera: è un’architettura, ha dei numeri ed è pubblica.

Il regolamento elettorale dell’Assemblea federale della FIGC distribuisce 516 voti ponderati fra 274 delegati di sei componenti, ciascuna con un coefficiente diverso. Serie A: 18 per cento. Serie B: 6. Lega Pro: 12. Lega Nazionale Dilettanti: 34, la componente singola più pesante. Calciatori: 20. Allenatori: 10. Non si vota per teste, si vota per quote — e le quote stesse sono negoziabili: nel novembre 2024 il blocco professionistico ne ha chiesto il 50 per cento e ne ha ottenuto il 36. Ogni componente negozia il proprio peso prima ancora di negoziare le regole.

Da qui discende una legge di funzionamento che non richiede di attribuire cattive intenzioni a nessuno: nessuna riforma il cui costo ricada su una singola componente sopravvive, se quella componente pesa abbastanza da rendere costosa l’elezione di chi la propone.

Basta che la proposta sia scomoda, non serve un voto contrario. Il caso di scuola è proprio il minutaggio dei giovani, di cui si discute da vent’anni con adesione unanime a parole: il costo è concentrato in alto, il beneficio è diffuso e differito. La Lega Nazionale Dilettanti si è imposta dal 2026/27 la presenza obbligatoria in campo di due giovani per fasce d’età definite in Eccellenza e Promozione, per l’intera durata della gara, con perdita a tavolino in caso di violazione: può permetterselo perché quel costo non tocca nessuno che competa per l’Europa. Salendo di categoria l’obbligo sanzionato diventa incentivo economico, un costo-opportunità che un club ricco può scegliere di pagare.

Manca il pezzo che spiega il silenzio meglio di qualunque ipotesi sulla codardia dei singoli. Chi è tesserato o affiliato accetta la clausola compromissoria: le controversie vanno agli organi di giustizia interni, e rivolgersi al giudice statale fuori dai casi consentiti espone a sanzioni disciplinari che arrivano alla radiazione.

Ne ha scritto una critica giuridica ormai vent’anni fa Paolo Moro su Giustiziasportiva.it, osservando che per un atleta la radiazione significa la menomazione a tempo indeterminato del diritto fondamentale a praticare attività agonistica. L’assetto si è poi stabilizzato con la legge 280 del 2003 e con le pronunce della Corte costituzionale che l’hanno ritenuta legittima: questioni tecniche e disciplinari riservate agli organi sportivi, giudice statale accessibile quando gli effetti escono dall’ordinamento sportivo, ma tipicamente per ottenere un risarcimento e non per annullare la decisione.

Il coraggio, dentro il calcio italiano, non manca: è stato reso costoso e poco produttivo, e questa è una spiegazione più economica di qualunque ipotesi sulla viltà dei singoli, oltre che assai più difficile da smentire.

5. CHI PARLA, E CON QUALE INTERESSE

Si invoca spesso l’imparzialità nel racconto del calcio, e la si invoca dal posto sbagliato. Il tifoso è parziale per definizione — non è un difetto, è la sua descrizione di ruolo. La curva è l’unico luogo dell’intero sistema in cui l’interesse viene dichiarato per intero, esibito, cantato, scritto su uno striscione per novanta minuti: sai da dove ti stanno parlando e puoi regolarti.

Il problema comincia salendo di un piano, dove l’interesse continua a esserci ma smette di essere dichiarato. Quasi nessuno, fra i deputati alla narrazione calcistica, dice per che squadra tifa, né con quali dei protagonisti in questione ha giocato, lavorato o condiviso un procuratore.

A essere protetta non è l’imparzialità — che nessuno possiede — ma la sua apparenza, che è ciò che rende un giudizio non verificabile: se so da dove parli posso scontare il tuo orientamento, se non lo so sono costretto a prendere il giudizio per quello che dichiara di essere. Non serve immaginare nulla di illecito. Basta che il costo di una critica dura sia la perdita dell’accesso da cui dipende il proprio lavoro, o che vent’anni di spogliatoi abbiano lasciato relazioni normali, private e invisibili a chi ascolta.

Nessuno è imparziale, e pretendere imparzialità significa pretendere una cosa che non esiste. Si può chiedere l’unica cosa che rende un giudizio valutabile, ed è quella che il tifoso in curva concede gratis: la dichiarazione. Da che parte guardo, che rapporto ho con chi sto giudicando, cosa perderei se avessi torto.

Costerebbe pochissimo, e infatti non viene mai chiesta. A pagare il conto resta sempre lo stesso attore — l’unico che sui propri interessi è completamente onesto, e l’unico che non ha fonti alternative.

6. IL TEST

Le sezioni precedenti sono due movimenti dello stesso argomento: le etichette sostituiscono l’osservazione (1-3), e nessuno ha da guadagnare a correggerle (4-5). Ne discende un criterio pratico, applicabile in pochi secondi a qualunque discussione, per distinguere una controversia reale da un diversivo.

Una controversia reale è risolvibile in linea di principio: esiste un’evidenza che, se prodotta, la chiuderebbe. Ha un costo: qualcuno, perdendola, perde qualcosa. E ha proprietari: si può indicare chi dovrebbe decidere.

La disputa fra giochisti e risultatisti non ha nessuna delle tre proprietà. Non esiste un risultato che possa chiuderla, perché ogni esito viene riassorbito dalla parte che lo subisce; nessuno perde nulla nel perderla, perché non è collegata ad alcuna decisione; e non ha proprietari, perché non c’è nessuno a cui la si possa portare.

Quarant’anni di discussione non hanno prodotto una dimissione, una delibera, una riallocazione di risorse. Non è un fallimento del dibattito: è la sua specifica di progetto.

Una controversia che non si può vincere e non costa niente non è un conflitto — è un prodotto, fabbricabile ogni settimana con la stessa materia prima.

7. DIZIONARIO MINIMO DEGLI ERRORI COMUNICATIVI

In ordine di danno, con una sola eccezione in apertura. Ogni voce ha la stessa struttura: cosa sembra dire, che lavoro fa davvero, e il test che la smonta in tre secondi.«Pragmatico».

Sta in apertura non perché sia l’errore più grave, ma perché restituire questa parola al suo alveo dà lo strumento con cui si leggono tutte le voci successive. Nell’uso corrente è un sinonimo edulcorato di difensivista: si chiama così l’allenatore che si chiude, riparte e amministra, con tono di elogio se chi parla sta dalla sua parte e di condanna se non ci sta.

Il pragmatismo, nel suo significato proprio, non designa un modulo né un atteggiamento né una preferenza fra tenere la palla e cederla: designa un criterio. Il valore di un’idea sta negli effetti pratici che se ne possono attendere, e si giudica da ciò che produce, non da ciò che promette.

È una regola di verifica, ostile per costituzione a ogni dogma, a cominciare dai propri. Ne discende un capovolgimento che dovrebbe mettere a disagio entrambe le parrocchie. Un allenatore che difende basso perché con quella rosa e contro quell’avversario è ciò che produce risultati, e cambia impianto il giorno in cui smette di produrne, è pragmatico. Un allenatore che difende basso sempre, contro chiunque, anche vincendo tre a zero contro l’ultima in classifica, e spiega ogni sconfitta senza mai mettere in discussione l’impianto, non è pragmatico: è un dogmatico il cui dogma è difensivo. Specularmente, chi tiene la palla perché quel controllo gli produce vantaggi verificabili sta facendo pragmatismo; chi la tiene perché si fa così, no.

La parola appartiene al criterio che dissolve entrambe le fazioni, non a una delle due — ed è probabilmente per questo che è stata occupata: un termine che significa «giudico dagli effetti osservati» è pericoloso dentro una discussione costruita per non osservare niente.

Test: chiedere in quali condizioni l’allenatore detto pragmatico cambierebbe qualcosa. Se la risposta è «nessuna», la parola era un travestimento.

Le si accompagna quasi sempre la gemella, «cinico», altro termine preso in prestito da una scuola filosofica e restituito irriconoscibile. Nel calcio parlato significa segnare molto con poco, cioè una statistica; è lo stesso scarto fra occasioni prodotte e gol realizzati che gli expected goals misurano, ribattezzato come qualità morale. Si rimprovera al dato di essere freddo e disumano, e intanto lo si usa di continuo — solo senza saperlo e senza chiamarlo per nome.

«Ha sbagliato l’approccio». «È un problema di atteggiamento».

Sembra una diagnosi ed è la voce con il costo operativo più alto di tutte. Traduce in categoria morale un fatto tecnico che ha un nome preciso — altezza della linea, tempi di scivolamento, riferimenti di pressione, ordine dietro la palla — e nel farlo lo rende non allenabile. Una linea troppo bassa si corregge il martedì; un atteggiamento sbagliato si corregge con una ramanzina, cioè non si corregge.

Test: chiedere quale esercitazione elimina il problema. Se la risposta non è un’esercitazione, la diagnosi era morale.

«Cuore», «grinta», «gamba», «cattiveria agonistica», «metterci le palle».

Sembrano descrizioni di uno stato della squadra. Sono spiegazioni retrospettive a copertura universale: si vince perché c’era, si perde perché mancava, e nessuna configurazione dei fatti può smentirle.

Test: cercare un caso in cui qualcuno abbia dichiarato prima della partita che una squadra non avrebbe avuto cuore, e sia stato poi verificato. Non se ne trovano, perché non sono affermazioni: sono commenti travestiti da affermazioni.

«Dato ufficiale».

La voce più recente, e non è un’opinione: è documentata. A fine agosto la Lega Serie A ha lanciato una campagna a tutela del dato ufficiale, definendolo un asset strategico della competizione, e l’ha chiusa così: «Se i dati non sono ufficiali, la tua scommessa è meno sicura».

Il valore del dato viene spiegato al pubblico in termini di affidabilità della giocata. L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ne ha chiesto il ritiro il 31 agosto, sostenendo che la campagna, creando una consequenzialità immediata fra telecronaca e scommessa, promuove indirettamente il gioco. Quando si dice che il dato è diventato una protesi del betting più che uno strumento di conoscenza, si sta citando il campionato che lo dice di sé.

«Expected goals».

Doppio errore, simmetrico. Da una parte si citano gli xG per chiudere una discussione anziché per aprirla, con la stessa funzione retorica che una volta aveva il numero dei corner. Dall’altra li si liquida con un errore di categoria: si osserva che la classifica costruita sugli expected points non coincide con quella vera e si conclude che la metrica è ridicola — argomento comparso anche su riviste che fanno buona critica culturale del calcio.

Ma la divergenza fra occasioni prodotte e gol realizzati non è il fallimento della misura: è la misura. Un modello che coincidesse con il tabellino non servirebbe a niente, perché il tabellino ce l’abbiamo già. Chi lo confuta così non sta rifiutando i dati per amore del gioco: sta dichiarando di non aver capito che cosa stava leggendo, e lo fa in tono di scherno, il modo più efficace per non essere corretti.

«Principi di gioco», «identità», «occupare l’half-space», «costruzione dal basso».

Sono termini con un contenuto reale e spesso prezioso, che nell’uso corrente funzionano da distintivo di appartenenza: certificano che chi parla è della scuola giusta, senza aggiungere un’informazione su quella partita.

Test: togliere la parola dalla frase. Se la frase dice la stessa cosa, quella parola era una tessera, non un concetto.

«Propositivo».

Il caso limite della voce precedente, perché mostra come muore una parola utile. Ha significato qualcosa finché qualcuno rifiutava di esserlo. Oggi lo rivendicano tutti, in ogni categoria, in ogni campionato, compresi allenatori che difendono in dieci e rilanciano lungo: una qualità che nessuno rifiuta ha smesso di essere una qualità, è diventata una formula di cortesia.

Test: chiedere chi, oggi, si dichiari non propositivo. Se non esiste nessuno, la parola non sta classificando.

«Creare superiorità», «saltare l’uomo».

Sembrano descrizioni di un’azione. In realtà spostano su un individuo un esito che dipende da una relazione: il duello si decide dall’orientamento del difensore, da chi lo copre, dalla posizione dei compagni che determina se possa uscire. Mettere un attaccante in un uno contro uno e sperare non è creare superiorità, è delegarla — l’errore più elegante del dizionario, perché viene commesso quasi sempre in nome del calcio di relazione.

Test: chiedere che cosa, nei venti metri precedenti, ha reso possibile quel duello. Se non c’è risposta, non era un principio: era un’eccezione riuscita.

«Obiettivamente», «lo dico senza pregiudizi», «io non tifo per nessuno».

Sembra una garanzia di metodo. È l’unica formula del vocabolario che si smentisce nell’atto stesso di essere pronunciata: chi giudica in modo indipendente non ha bisogno di annunciarlo, perché l’indipendenza si vede dalla serie dei giudizi nel tempo, non dalla premessa che li introduce.

Test: chiedere per che squadra tifa e con quali dei protagonisti in questione ha lavorato. Non serve nemmeno la risposta: la qualità della reticenza è già l’informazione.

«Il sistema», «il palazzo», «le solite logiche».

Vale per chi scrive queste righe quanto per chiunque altro. Sembra una denuncia e ha spesso di fronte un oggetto reale, ma nella forma indeterminata funziona come «cuore» con il segno rovesciato: spiega qualunque decisione, non ne prevede nessuna, e non obbliga chi la pronuncia a produrre un numero, una data o un atto.

Test: sostituire la parola con un soggetto, una cifra e una delibera. Se l’operazione riesce, non serviva la parola; se non riesce, non c’era un argomento. La sezione 4 esiste per fare quella sostituzione.

«Partita decisa dagli episodi».

Vero di ogni partita mai giocata, e per questo privo di contenuto. Ha però una funzione precisa: interrompe l’indagine causale esattamente nel punto in cui comincerebbe. Perché quell’episodio si sia prodotto lì, con quella struttura difensiva, dopo quella catena di scelte, è la domanda interessante — e la formula esiste per impedirla.

«Pensiamo partita per partita». «Da qui in avanti sono tutte finali». «Considero tutti titolari».

Non sono un errore di chi le pronuncia: un allenatore in conferenza è contrattualmente tenuto a non dire niente, e lo fa con la competenza che il ruolo richiede. L’errore è di chi le raccoglie, intervistando una persona pagata per non fornire informazione e trattando poi l’output come materiale d’analisi, costruendoci sopra titoli, processi e correnti di pensiero. È il punto in cui il sistema produce da sé la materia prima di cui si nutrirà.

«Giochista». «Risultatista».

La voce che riassume il dizionario. Non descrive un modo di giocare ma un curriculum;sopravvive all’osservazione che dovrebbe smentirla; non impegna chi la usa a nessuna previsione; non è mai costata niente a nessuno.

Test: provare a formulare l’esito di una partita che, se si verificasse, obbligherebbe a ritirare l’etichetta. Se non viene in mente, l’etichetta non stava classificando il calcio.

Un impianto che nasce per superare le proposte precedenti — e che in più di un caso ne ha già falsificato i presupposti, non solo contestati a parole — non ha bisogno di appoggiarsi al curriculum di chi lo sostiene né a un apparato che ne amplifichi la voce: si valuta per argomenti verificabili e riscontri visibili sul campo, non per fiducia.

È lo stesso principio che serve a smascherare un doppio standard, applicato alla lettera.

GIANMARCO COMAI

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