Quando si parla di attività di base, la discussione finisce spesso per concentrarsi su ciò che un bambino dovrebbe imparare dal punto di vista calcistico: tecnica, capacità motorie, comprensione del gioco, principi individuali e collettivi.
Tutto corretto. Siamo su un campo di calcio e uno degli obiettivi deve necessariamente essere quello di aiutare i bambini a diventare calciatori migliori. Credo però che il punto di partenza possa essere più ampio.
Prima di allenare dei calciatori, alleniamo dei bambini.
E il calcio, proprio per la sua natura, può rappresentare uno straordinario strumento di crescita. Non significa assegnare allo sport compiti che non gli appartengono o trasformare l’allenatore in qualcosa di diverso da ciò che è. Significa, più semplicemente, riconoscere quante opportunità educative siano già presenti dentro il gioco. Non occorre scegliere tra insegnare calcio ed educare attraverso il calcio. Le due dimensioni possono convivere nella stessa proposta, nella stessa partita e persino nella stessa azione.
A mio parere sono soprattutto quattro gli ambiti nei quali questa possibilità emerge con maggiore forza: relazione e collaborazione, creatività e intraprendenza, rapporto con vittoria e sconfitta, rispetto delle regole e dei ruoli.
Relazione e collaborazione: il gioco ha bisogno degli altri
Pensiamo a un passaggio. Dal punto di vista tecnico possiamo valutarne precisione, forza, direzione, tempo di esecuzione e superficie utilizzata. Ma prima ancora di eseguire quel gesto il bambino deve essersi accorto della presenza di un compagno. Deve guardare, riconoscerlo e decidere di affidargli il pallone.
Un assist rende questo concetto ancora più evidente: attraverso una mia azione creo la possibilità perché un altro possa riuscire. E non succede soltanto quando abbiamo il pallone.
Una corsa per liberare uno spazio, una copertura, un raddoppio, un recupero fatto per compensare l’errore di un compagno o un semplice aiuto difensivo sono gesti calcistici, ma contengono qualcosa di più: la capacità di riconoscere il bisogno dell’altro e di collaborare per raggiungere un obiettivo comune.
Ritengo che questo sia uno dei grandi valori del calcio. Il bambino può scoprire progressivamente che il proprio talento individuale non viene limitato dalla presenza degli altri, ma può essere valorizzato proprio dalla relazione con loro. Allenare la collaborazione, quindi, non significa necessariamente parlarne. Significa soprattutto costruire situazioni nelle quali collaborare abbia un senso e diventi una delle possibili risposte ai problemi posti dal gioco.
Creatività e intraprendenza: lasciare spazio alle soluzioni
Collaborare non significa però rinunciare all’iniziativa individuale. Al contrario, credo che nell’attività di base sia fondamentale lasciare ai bambini la possibilità di provare, inventare, rischiare e trovare soluzioni personali. Per questo ritengo particolarmente importanti le proposte tecniche open, ricche di situazioni da interpretare e di problemi da risolvere.
Se l’allenatore indica continuamente dove andare, quando passare, quando dribblare e quale soluzione utilizzare, probabilmente riuscirà a ottenere un esercizio più ordinato e vicino a ciò che aveva immaginato.
Ma c’è una domanda che vale la pena porsi: chi sta realmente risolvendo il problema, il bambino o l’allenatore?
Creare un contesto e lasciare che siano i giocatori a interpretarlo significa accettare anche soluzioni differenti da quelle che avevamo previsto. Significa concedere tempo per osservare, scegliere, sbagliare, modificare una decisione e riprovare. La creatività difficilmente può svilupparsi se ogni problema ha già una risposta fornita dall’adulto. E l’intraprendenza ha bisogno della possibilità di assumersi il rischio di una scelta.
Questo non riduce il ruolo dell’allenatore. Credo faccia esattamente il contrario: lo rende più complesso. Il compito non è semplicemente fornire risposte, ma costruire ambienti capaci di generare domande.
Vincere e perdere: imparare a dare il giusto peso
Il calcio offre poi continuamente un’altra esperienza fondamentale: si vince e si perde. Nell’attività di base capita talvolta di voler ridimensionare il risultato fino ad arrivare a sostenere che vincere non sia importante. Non credo sia necessario.
Vincere conta. E perdere conta.
I bambini giocano anche per vincere. È naturale, fa parte della competizione e non c’è motivo di cancellarlo. La questione, semmai, riguarda il peso che adulti e bambini attribuiscono al risultato. Una sconfitta non può rendere improvvisamente sbagliato tutto ciò che è stato fatto. Allo stesso modo, una vittoria non certifica automaticamente che tutto sia stato fatto bene.
Per questo ritengo che dare il giusto peso a una vittoria sia importante quanto dare il giusto peso a una sconfitta. Possiamo giocare bene e perdere. Possiamo vincere giocando male. Possiamo riuscire oggi in qualcosa che domani ci creerà difficoltà. Se il percorso è realmente lungo, il risultato della singola partita deve trovare posto all’interno di quel percorso. Non deve essere cancellato, ma nemmeno ingigantito. Imparare a essere felici per una vittoria senza sentirsi invincibili e attraversare una sconfitta senza sentirsi incapaci è una competenza che il calcio può contribuire a costruire. E forse riguarda la crescita di un bambino almeno quanto quella di un calciatore.
Regole e ruoli: rispettare non significa non discutere
C’è infine un quarto aspetto che considero centrale: il rapporto con le regole. Un campo di calcio è un ambiente regolato. Esistono regole del gioco, decisioni arbitrali, compagni e avversari, allenatori, dirigenti e persone con responsabilità differenti. Stare dentro questo sistema significa progressivamente comprendere che la volontà individuale non può prevalere sempre su ciò che è stato stabilito per tutti.
Credo che il principio possa essere molto semplice: nulla deve valere più di una regola.
Ma rispettare una regola non significa accettarla passivamente. Una regola deve innanzitutto essere conosciuta e compresa. Può poi essere discussa, criticata e persino contestata. Se la riteniamo sbagliata, possiamo impegnarci perché venga modificata e migliorata. Quello che non possiamo fare è decidere autonomamente di scavalcarla soltanto perché, in quel momento, non ci conviene.
Credo sia una distinzione educativa fondamentale: insegnare il rispetto delle regole non significa insegnare a non metterle mai in discussione. Significa imparare il modo corretto per farlo. Anche in questo caso il calcio può diventare un luogo nel quale sperimentare concretamente questo principio.
Il calcio come strumento
Relazione e collaborazione. Creatività e intraprendenza. Vittoria e sconfitta. Regole e ruoli.
Quattro dimensioni apparentemente diverse, ma che possono convivere quotidianamente dentro un allenamento di calcio. Non penso sia necessario trasformare ogni seduta in una lezione educativa. I bambini vengono al campo per giocare. Vogliono stare con i compagni, toccare il pallone, dribblare, segnare, parare, sfidarsi e vincere.
Ed è proprio questo il punto. Non dobbiamo togliere calcio per aggiungere educazione. Possiamo educare attraverso il calcio. Un passaggio può allenare una competenza tecnica e contemporaneamente la relazione con un compagno. Un uno contro uno può migliorare il dribbling e nello stesso tempo stimolare intraprendenza e coraggio.
Una situazione aperta può sviluppare comprensione del gioco e creatività. Una partita persa può insegnare qualcosa sulla sconfitta, così come una vittoria può insegnare a non confondere il risultato con il valore assoluto di ciò che abbiamo fatto. Una decisione arbitrale che non condividiamo può diventare un’occasione per comprendere che rispettare una regola non significa necessariamente essere d’accordo.
Non sono lezioni separate dal calcio. Sono già dentro il calcio.
Sta anche alla qualità dell’ambiente che costruiamo, delle proposte che scegliamo e dei comportamenti che adottiamo permettere ai bambini di incontrarle. Perché nell’attività di base il calcio può certamente essere il fine: vogliamo insegnarlo bene e vogliamo aiutare ogni bambino a esprimere il proprio potenziale.
Ma credo debba essere, contemporaneamente, anche uno strumento. Uno strumento per imparare a stare con gli altri, collaborare, scegliere, rischiare, affrontare l’errore, vivere una vittoria, attraversare una sconfitta e rispettare regole e persone. Il ruolo dell’adulto: la qualità dell’ambiente dipende da noi.
Tutto questo, però, non accade semplicemente perché mettiamo dei bambini su un campo con un pallone. Credo che qui emerga con forza il ruolo dell’adulto e, in particolare, dell’allenatore. Se vogliamo che il calcio diventi realmente uno strumento capace di allenare relazione e collaborazione, creatività e intraprendenza, capacità di vivere vittorie e sconfitte e rispetto delle regole, abbiamo bisogno di adulti capaci di costruire ambienti coerenti con questi obiettivi.
Il bambino deve rimanere al centro, ma è l’adulto ad avere la responsabilità di costruire l’ambiente nel quale quel bambino crescerà. È l’allenatore che sceglie le proposte, decide quanto spazio lasciare alle soluzioni dei giocatori, stabilisce quale valore attribuire all’errore, determina con i propri comportamenti il peso di una vittoria o di una sconfitta e mostra quotidianamente, prima ancora di spiegarlo, quale rapporto avere con le regole e con le persone.
Per questo ritengo che il vero salto di qualità dell’attività di base non possa arrivare soltanto da nuovi esercizi, metodologie differenti o programmi tecnici sempre più dettagliati.
Passa necessariamente dalla qualità degli adulti che lavorano con i bambini. Dalla loro capacità di osservare, studiare, interrogarsi e continuare a formarsi. Dalla disponibilità a mettere in discussione abitudini consolidate. Dalla volontà di creare contesti nei quali il bambino non sia semplicemente l’esecutore delle indicazioni dell’allenatore, ma il protagonista del proprio percorso di apprendimento.
Migliorare l’attività di base significa allora anche migliorare gli ambienti nei quali i bambini vengono allenati. Ed è qui che credo possa avvenire un vero salto di qualità dell’intero movimento. Probabilmente non tutti partiranno contemporaneamente. Forse, inizialmente, saremo anche in pochi a credere fino in fondo in questa direzione.
Ma non credo sia questo ciò che conta. Non importa essere tanti all’inizio. Importa iniziare. Importa farlo con profonda convinzione, con passione, con curiosità e con il desiderio continuo di ricercare e aumentare le proprie competenze. Perché cambiare un movimento significa prima di tutto iniziare a cambiare ciò che possiamo realmente influenzare: il nostro modo di allenare, il nostro modo di comportarci e l’ambiente che ogni giorno costruiamo intorno ai bambini.
Se riusciremo a migliorare quell’ambiente, probabilmente formeremo anche calciatori migliori. Ma soprattutto avremo dato al calcio dell’attività di base un valore ancora più grande.Perché prima dei calciatori continueremo ad allenare bambini.
E per farlo bene abbiamo bisogno, prima di tutto, di adulti e allenatori sempre migliori.

BIO: GIANLUCA URGNANI
Allenatore UEFA B dal 2009, lavora da oltre trent’anni nelle categorie dell’attività di base. Da undici stagioni è allenatore dell’FC Internazionale Milano, ruolo ricoperto nelle categorie U9, U10 e U11. Ha iniziato il proprio percorso nei dilettanti con l’Unitas Coccaglio, per poi proseguire per cinque stagioni al Lumezzane.
Autore di diversi testi sull’allenamento giovanile, oltre che di numerosi articoli e pubblicazioni, nel luglio 2026 ha pubblicato il libro -Dentro il campo, dentro il gioco-.
Da sempre appassionato di formazione degli allenatori, è relatore in convegni, workshop e seminari. Marito e Padre.











4 risposte
Articolo da manuale dell’attività di base: complimenti! A mio avviso, per quanto riguarda gli adulti, a giocare un ruolo importante (spesso purtroppo distruttivo) sono anche i genitori, non solo gli allenatori… Su questo fronte c’è moltissimo da lavorare..🙏
Bello l’articolo ma chi ha sentito parlare Gianluca ai master, lezioni, ecc, sa che dietro a queste righe si apre un mondo fatto di passione e taaaanto studio per provare a dare ai bimbi gli strumenti per fare scelte consapevoli (e non necessariamente guidate) per diventare adolescenti, ragazzi e adulti più sereni nell’affrontare lo sport e la vita (che è lo sport più praticato 😂).
Quoto il discorso genitori (ma non essendolo spezzo una lancia verso un mondo sicuramente molto complesso)
Complimenti per l’articolo,condivido tutto,in più Webinar vi ho seguito e so quanto studio e passione mettete per le attività di base .
Decisamente profondo e semplice al contempo…come potrebbe essere una discesa vincente verso la porta avversaria !
Aggiungerei una quinta dimensione:
Determinazione e duttilita’ : fondamentali nel calcio come nella vita