IL CALCIO ITALIANO NON HA BISOGNO DELL’ENNESIMO CT. HA BISOGNO DI UNA NUOVA CLASSE DIRIGENTE

C’è un equivoco che accompagna il calcio italiano ormai da molti anni: continuiamo a pensare che ogni crisi sia una crisi tecnica, quando in realtà è una crisi di sistema. Ogni fallimento della Nazionale, ogni delusione internazionale, ogni stagione che si chiude con la sensazione di aver perso altro terreno rispetto alle grandi realtà europee genera sempre lo stesso dibattito. Si parla dell’allenatore, delle convocazioni, dei moduli di gioco, del talento che manca. È un confronto legittimo, ma profondamente incompleto, perché affronta la superficie del problema e non le sue cause.

La verità è che il calcio italiano sta pagando anni di assenza di visione. E la visione non riguarda il campo: riguarda la governance, la capacità di programmare, di innovare, di costruire un modello che guardi ai prossimi dieci o quindici anni invece che alla prossima partita.

In questo senso, il recente coinvolgimento di Paolo Maldini e Leonardo rappresentava qualcosa di interessante. Al di là del prestigio dei due nomi, il messaggio sembrava essere quello di aprire il sistema a competenze maturate in contesti internazionali, a una diversa cultura manageriale, a un modo nuovo di interpretare il ruolo della dirigenza sportiva. Non era importante soltanto chi fossero, ma ciò che rappresentavano: un tentativo di introdurre idee, esperienze e sensibilità differenti in un ambiente che da tempo fatica a rinnovarsi.

Il fatto che quell’esperienza si sia conclusa nel giro di poche settimane, con le loro dimissioni e con la sensazione che non esistessero le condizioni per incidere realmente dovrebbe far riflettere molto più delle dimissioni in sé. Perché il tema non è Maldini, né Leonardo. Domani potrebbero esserci altri nomi altrettanto autorevoli. La domanda è un’altra: il calcio italiano è davvero disposto ad accettare il cambiamento oppure cerca semplicemente di raccontare che lo vuole?

È una domanda che vale per qualsiasi organizzazione.

Quando un’impresa attraversa anni di risultati negativi, nessun consiglio di amministrazione si limita a cambiare il responsabile operativo sperando che tutto si sistemi da solo. Si analizzano le cause profonde delle difficoltà, si mettono in discussione i modelli organizzativi, si ridefiniscono le responsabilità, si introducono competenze nuove, si misurano le performance. In altre parole, si governa il cambiamento.

Nel calcio italiano, invece, il cambiamento sembra fermarsi sempre sulla soglia delle dichiarazioni di principio.

Si invoca il rinnovamento, ma si continua a ragionare con gli stessi meccanismi che hanno prodotto gli attuali risultati. Si parla di innovazione, ma la struttura decisionale rimane sostanzialmente immutata. Si chiede una svolta, ma raramente ci si domanda se gli strumenti, le competenze e la cultura organizzativa siano ancora adeguati alle sfide di oggi.

Questa distanza tra ciò che si dice e ciò che realmente si fa emerge con ancora maggiore evidenza osservando la base del movimento.

Il calcio dilettantistico rappresenta il primo livello della filiera sportiva italiana. È il luogo dove nascono i calciatori, ma soprattutto dove si formano dirigenti, allenatori, arbitri e volontari. Eppure è probabilmente il comparto più trascurato dell’intero sistema.

Le società sportive affrontano ogni stagione con un peso burocratico crescente, costi sempre più difficili da sostenere e una complessità amministrativa che richiede competenze professionali spesso incompatibili con il volontariato che ancora regge gran parte del movimento. A questo si aggiungono controlli non sempre efficaci, gestioni poco trasparenti e situazioni che, in alcuni territori, finiscono per trasformare alcune società sportive in strumenti funzionali a interessi che con lo sport hanno ben poco a che vedere.

Non si tratta di fare processi sommari. Si tratta di riconoscere una realtà che gli operatori del settore conoscono perfettamente. Tutti sanno che esistono criticità strutturali. Tutti ne parlano informalmente. Ma il sistema continua a convivere con esse senza affrontarle con la determinazione che richiederebbero.

Ed è qui che emerge un altro paradosso.

Le università italiane investono sempre di più nella formazione di professionisti dello sport. Ogni anno escono migliaia di laureati in Sport Management, Economia, Marketing, Diritto Sportivo, Data Analysis e organizzazione degli eventi. Ragazzi preparati a lavorare in organizzazioni complesse, abituati a ragionare per obiettivi, indicatori di performance, sostenibilità economica, innovazione digitale e governance.

Entrano, però, in un settore che spesso continua a privilegiare logiche diverse, nel quale il ricambio generazionale procede lentamente e dove l’innovazione fatica a diventare un criterio di selezione della classe dirigente. È difficile costruire il calcio del futuro se chi dovrebbe guidarlo continua a utilizzare categorie interpretative del passato.

Per questo sarebbe un errore ridurre tutto all’ennesima crisi della Nazionale.

La Nazionale è soltanto il punto più visibile di una filiera che presenta criticità lungo tutto il suo sviluppo. Se la base è fragile, se il sistema non investe sulle competenze, se la governance non si rinnova e se manca una strategia industriale di lungo periodo, è inevitabile che anche il vertice perda competitività.

Il calcio italiano continua a interrogarsi su chi debba sedere in panchina.

Forse dovrebbe iniziare a chiedersi chi siede nelle stanze dove si prendono le decisioni.

Perché il problema non è trovare un nuovo commissario tecnico.

Il problema è capire se esiste ancora la volontà di costruire un nuovo modello di calcio.

Se la risposta continuerà a essere rinviata, allora dovremo smettere di parlare di crisi. Le crisi, per definizione, sono temporanee.

Questa, invece, rischia di diventare una scelta.

E un sistema che sceglie di non cambiare non può poi stupirsi se, anno dopo anno, diventa sempre meno competitivo. Non perde per sfortuna. Perde perché ha deciso che conservare gli equilibri esistenti è più importante che costruire quelli futuri.

BIO: LUCA LUISI

Professionista del settore sportivo, specializzato in pianificazione strategica, sviluppo degli asset dei club e gestione finanziaria, ambiti in cui ha maturato esperienza anche grazie a un percorso parallelo nel settore creditizio. Laureato in Economia e Direzione d’Impresa con specializzazione in Management dello Sport, ha collaborato con realtà nazionali e internazionali, contribuendo alla crescita e alla sostenibilità dei progetti sportivi. In possesso della qualifica di allenatore UEFA C, ha completato il Master Executive in Management del Calcio organizzato da SDA Bocconi in partnership con la FIGC. Il suo approccio è orientato alla creazione di valore e allo sviluppo strategico dei club. È autore di due pubblicazioni dedicate al calcio e al management sportivo.

3 risposte

  1. L’analisi puntuale di Luca Luisi fotografa perfettamente la vera piaga del nostro movimento: non è una questione di moduli o di ennesimi commissari tecnici, ma di un sistema che fatica a rinnovarsi nelle stanze dei bottoni. I nostri due progetti — che coprono interamente il settore giovanile dai 6 ai 23 anni, sia nel comparto dilettantistico sia in quello professionistico (quest’ultimo già depositato al Ministero dello Sport) — nascono proprio per colmare questo vuoto strutturale, offrendo risposte concrete e misurabili alle criticità croniche del settore e della governance sportiva. Spostare il baricentro dalla gestione dell’emergenza alla programmazione industriale e formativa è l’unica via per restituire competitività e futuro al nostro calcio su scala mondiale.

  2. Ottima analisi. La sensazione da fuori è che non ci sia e non ci sia mai stato un ricambio ai vertici delle istituzioni. Follia è fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi. Temo che pure Guardiola sarebbe stato condannato alla figuraccia se il contesto in cui si fosse misurato fosse rimasto immutato, come mi pare che sia. Come disse Albert Einstein, uno che proprio stupido non era: «non possiamo risolvere i problemi usando lo stesso tipo di pensiero che abbiamo usato quando li abbiamo creati ». (“We cannot solve our problems with the same thinking we used when we created them.”)

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