IO, IL FALLIMENTO DEL CALCIO ITALIANO (2^ PARTE)

ELENCO CAPITOLI:

I CAMPIONATI GIOVANILI

LA REGIONALIZZAZIONE

LE ROSE A “NUMERO CHIUSO”

LE CATEGORIE DELLE ACADEMY INGLESI

ITALIA – CLASSIFICAZIONE DELLE SCUOLE CALCIO: LIVELLO 1 – 2 – 3

LA DIVISIÓN DE HONOR SPAGNOLA

  • I CAMPIONATI GIOVANILI

Un altro tema importante relativo alla necessità di strutturare un adeguato percorso formativo per i giovani calciatori, riguarda l’organizzazione dei campionati giovanili.

La Federazione – anzichè introdurre soluzioni come la Serie A1 e A2 in Primavera o i campionati “Elite”, oppure far giocare squadre professionistiche, fino al primo campionato nazionale Under 15, contro squadre dilettantistiche “random” (ad eccezione del campionato regionale o Elite Under 14, in cui il livello rimane comunque basso), esponendo cosi i ragazzi, dagli Under 9 agli Under 13, a partite di basso livello proprio negli anni cruciali per il loro sviluppo tecnico e formativo, per un periodo complessivo di cinque stagioni, salvo rare eccezioni legate ai vari tornei natalizi o di fine stagione (che sono comunque organizzati o su invito di club o enti indipendenti e non dalla federazione), – dovrebbe ristrutturare l’intero sistema dei campionati giovanili.

L’attuale modello non è competitivo, non favorisce lo sviluppo dei giocatori e non li prepara adeguatamente al passaggio in prima squadra, creando un divario oggi evidentemente troppo ampio.

Bisogna sfatare anche il mito diffuso secondo cui alle prime squadre manchi il coraggio di puntare sui giovani. La verità è un’altra: quando arrivano in prima squadra, si dimostrano non pronti. Un allenatore di prima squadra, fortemente legato ai risultati, non rinuncerebbe mai a schierare un giocatore più forte di un altro solo perché più giovane.

La verità è che i campionati giovanili non preparano realmente i giocatori al livello della prima squadra: il salto è troppo grande e il sistema attuale non riesce a colmare questa distanza.

La federazione dovrebbe invece ripensare i campionati osservando i modelli esteri e chiedendosi perché Paesi come Spagna e Inghilterra, ma non solo, producano così tanti giocatori. In questi contesti, pur con differenze tra loro, esiste un principio comune: la regionalizzazione. Queste nazioni hanno compreso chiaramente che, per favorire la crescita dei giocatori, è fondamentale farli competere costantemente con i migliori della propria annata.

  • LA REGIONALIZZAZIONE

L’Italia, per conformazione geografica, è un Paese lungo e stretto. Prendiamo ad esempio il girone C nazionale Under 15 A/B, considerando come punto di riferimento il centro sportivo dell’AS Roma a Trigoria:

Distanza e tempi di percorrenza per le squadre del girone C dei giovanissimi Nazionali U15 Serie A e B al centro sportivo dell’AS Roma “Fulvio Bernardini” a Trigoria

A questo punto è necessario considerare i costi che le società sostengono ogni stagione per tutte le categorie, a fronte di ricavi derivanti da un campionato che, di fatto, non è competitivo. Il punto è evidente: Se una squadra è costretta ad affrontare sei ore di viaggio, partendo il giorno prima, dovendo pertanto pernottare fuori con almeno 18 giocatori più staff (tutto questo moltiplicato per le varie categorie), in che modo le società riescono a sostenere questi costi organizzativi ed economici?

Diviene chiaro come una delle fonti di sostegno, oltre alle sponsorizzazioni (che spesso, in realtà, risultano intrecciate), sia il fenomeno dei “raccomandati”. Non c’è alcuna volontà di generalizzare: esistono realtà che lavorano correttamente e sono completamente estranee a queste dinamiche (qualora aveste la curiosità di sapere chi siano, basta analizzare la produzione di giocatori negli ultimi decenni). Per anni, tuttavia, non sono riuscito a comprendere davvero perché questo fenomeno esistesse. E sì, se da un lato è evidente che riempiano le tasche dei “lestofanti del pallone”, il problema non si esaurisce qui. È un problema sistemico: i raccomandati servono anche, e soprattutto, a coprire i costi di gestione di un campionato che la Federazione impone di disputare, ma che, così com’è strutturato, risulta poco competitivo e quindi sostanzialmente inutile. E a questo punto la domanda è una sola: c’è consapevolezza del problema, c’è volontà di porre fine a tutto ciò?

Facciamo un passo indietro: I migliori giocatori devono giocare contro i migliori. Ma se, come accade spesso, una squadra è composta da un numero limitato di talenti e il resto da giocatori che pagano per giocare, come possono questi ragazzi crescere in un contesto realmente competitivo? Come possono affrontare allenamenti e partite che li mettano nella condizione di raggiungere un livello adeguato alla loro formazione?

E ancora: se questo è il sistema, perché una società che vuole davvero investire sui giovani dovrebbe continuare a farlo, sapendo che la domenica disputerà partite non competitive? E dove finiscono poi parte delle risorse raccolte? Spesso vengono reinvestite all’estero, andando a prendere giovani a costi inferiori, più pronti rispetto a quelli formati in Italia.

Il problema dei “raccomandati” — e del fenomeno dei “piottari”, come si dice a Roma — è risolvibile. Serve la volontà di farlo. La soluzione potrebbero avere due direttive: regionalizzazione e rose a numero chiuso.

  • LE ROSE A “NUMERO CHIUSO”

Quante volte si vedono rose da 30 o più giocatori nei Giovanissimi? Perché accade questo? Come si fa ad individualizzare l’apprendimento con 30 e passa giocatori? Quanti di quei ragazzi hanno realmente il potenziale per diventare professionisti? È inevitabile che, in questo modo, il livello si abbassi e che l’abbandono precoce diventi un fenomeno costante: da un lato chi non è all’altezza lascia, dall’altro — e ancora più grave — chi ha talento smette, vedendo giocare al suo posto chi è stato inserito per altri motivi.

Quanti giocatori dovrebbe avere una squadra giovanile? La convinzione diffusa è che nelle squadre a 11 servano almeno 22 giocatori per poter svolgere allenamenti “a specchio” e lavorare tatticamente. Di per sè il proposito non è sbagliato, ad essere errata è la prospettiva: si lavora così principalmente per il risultato e non per creare le condizioni ideali di apprendimento..

I campionati giovanili dovrebbero avere un solo obiettivo: sviluppare il talento e l’individualità dentro al collettivo, non creare squadre per vincere la domenica.

Attraverso il sistema delle rose chiuse, con un numero limitato di giocatori tesserabili, si costringerebbero innanzitutto le società a ridurre al minimo gli errori nelle scelte: le decisioni sarebbero molto più ponderate e basate maggiormente sul merito e sul reale talento a lungo termine dei calciatori.

Inoltre, il livello complessivo si alzerebbe, aumentando la competitività e offrendo ai giovani giocatori l’opportunità di confrontarsi quotidianamente con allenamenti e partite adeguati al loro potenziale, capaci di sostenerne concretamente lo sviluppo. In questo modo si eviterebbe anche di alimentare quella diffusa illusione di superiorità che spesso porta alcuni ragazzi — e i loro genitori — a considerarsi dei piccoli campioni quando, in realtà, stanno semplicemente giocando in contesti al di sotto del loro livello, finendo poi per perdersi lungo il percorso perché non sufficientemente stimolati.

Allo stesso modo, si ridurrebbe il rischio che una prima convocazione in prima squadra induca il giovane giocatore a sentirsi una superstar, quando in realtà il suo percorso è appena iniziato. Vi assicuro che, quando un allenatore della prima squadra chiede informazioni su un giovane proveniente dal settore giovanile, la prima domanda raramente riguarda le sue qualità calcistiche; più spesso vuole sapere se lavora con intensità, se è disposto a sacrificarsi e se possiede l’attitudine necessaria per starci dentro.

Inoltre, la mancanza di confronto con un livello realmente adeguato non permette al giovane talento di comprendere quanta dedizione e professionalità richieda l’ambiente della prima squadra. Questo accade perché, durante gran parte del suo percorso di crescita, tutto gli è risultato relativamente semplice e raramente è stato costretto a confrontarsi con ostacoli realmente proporzionati al suo potenziale. Di conseguenza, non viene messo nelle condizioni di misurarsi con i propri limiti né di sviluppare quella mentalità che lo spinge a migliorarsi ogni giorno. Al contrario, il confronto costante con contesti più competitivi favorirebbe una maggiore consapevolezza dei propri punti di forza e dei propri limiti, incentivando un percorso di crescita più meritocratico e orientato al miglioramento continuo.

In quest’ottica si inserisce il modello dei prestiti adottato in Inghilterra: durante il secondo anno dello Scholarship (U18), i giocatori vengono mandati in prestito nel calcio degli adulti, nelle categorie inferiori semiprofessionistiche. Ciò non significa che interrompano il loro percorso con il club: continuano ad allenarsi con l’Academy e restano a disposizione per eventuali convocazioni, avendo al tempo stesso l’opportunità di confrontarsi con il calcio degli adulti.

Si tratta di un passaggio fondamentale nel loro percorso, pensato per prepararli al salto in prima squadra. È una dimostrazione concreta di come, anche a livello U18, la priorità resti sempre la formazione del giocatore e non il risultato. L’obiettivo non è vincere un campionato giovanile ma creare le condizioni migliori affinché ogni talento possa sviluppare appieno il proprio potenziale e arrivare pronto al calcio professionistico. Un altro aspetto interessante è la grande flessibilità del sistema: non esiste un periodo prestabilito in cui un prestito debba iniziare. In questo modo di consente ai club di individuare il momento più adatto per il percorso di crescita del giocatore. In Italia, invece, un calciatore può essere tesserato per una sola società.

Il sistema a rose chiuse permetterebbe inoltre, in modo intrinseco, l’accentuazione del focus degli allenatori sulla tattica individuale, dando maggiore attenzione allo sviluppo tecnico e tattico del singolo che, comunque, ricordiamolo, avviene all’interno del gruppo. La progressiva selezione tra le varie categorie contribuirebbe ulteriormente a innalzare il livello: più si sale di categoria, più i posti disponibili diventano limitati e selettivi. Si ridurrebbero in modo significativo, se non completamente, i cosiddetti “lestofanti del pallone”.

In questo modo si potrebbe garantire ai giovani calciatori la possibilità di crescere a un livello consono, tale da consentirgli di avere la miglior formazione possibile e di non “subire” il salto in prima squadra.

Per di più, le rose chiuse a numero limitato risolverebbero anche un altro grande problema del calcio giovanile: il minutaggio. Con organici troppo ampi, infatti, molti ragazzi finiscono per giocare soltanto una parte della gara, senza poter allenare ritmo, continuità, qualità fisiche e capacità di adattamento.

In Inghilterra, ad esempio, nella Foundation Phase (9–12 anni) sebbene le partite abbiano una durata di 80’ (in Italia gli stessi under 9 giocano invece 3 tempi da 15 minuti. Un bambino inglese gioca quindi quasi il doppio del tempo rispetto ad uno italiano), le gare vengono spesso prolungate fino a 100 minuti: giocare nella fatica mantenendo alto il livello tecnico e l’intensità, contribuisce in modo decisivo alla crescita del calciatore. E chissà, forse è anche per questo che i giocatori delle squadre inglesi mostrano, in prima squadra, una maggiore capacità di mantenere alta l’intensità per tutta la partita.

Allo stesso modo, se un giocatore sta incontrando difficoltà contro il proprio diretto avversario e viene sostituito al termine del periodo di gioco, gli si impedisce di affrontare il problema, adattarsi alla partita e trovare autonomamente le contromisure necessarie al suo sviluppo.

Naturalmente, la prima obiezione sarà: “Come si fa un campionato Under 14 con solo 15 giocatori?”. La risposta è semplice: in caso di infortuni o necessità, si possono far salire ragazzi dalle categorie inferiori, pratica che, se svolta con attenzione, rappresenta tra l’altro uno dei modi migliori per favorire la crescita di un giocatore. Proprio per questo, gli Under 9 e gli Under 10 dovrebbero essere le categorie con il maggior numero di elementi in rosa, così da facilitare questi spostamenti e inserimenti.

“E la tattica?” La risposta è altrettanto semplice: non deve essere intesa come la preparazione ossessiva della partita della domenica ma utilizzata per far emergere da parte dei giocatori le soluzioni che ogni situazione di gioco richiede.L’obiettivo è la crescita del ragazzo, attraverso tecnica applicata e principi di gioco.

Il vero problema, però, è un altro: la paura di perdere le quote. Ma questo è un altro tema.

  • LE CATEGORIE DELLE ACADEMY INGLESI

Accanto alle rose ridotte, serve la regionalizzazione. In Inghilterra, le Academy sono suddivise in tre categorie (in realtà 4) basate su diversi criteri. Ogni categoria ha un proprio match programme, costruito in base alla distanza.


Distanza e tempi di percorrenza nel Match Programme delle Category 3 dell’AFC Wimbledon


Per esempio, nel caso dell’AFC Wimbledon, la trasferta più lunga è a Northampton, meno di due ore di viag-gio. Si parla di match programme, non di campionato: non esiste una classifica, perché la classifica sposterebbe l’attenzione sui risultati e non sullo sviluppo dei giocatori.

E sebbene fino agli Under 16 non ci sia classifica, le squadre inglesi vengono sempre elogiate da noi per intensità e competitività.

Il principio del sistema inglese è semplice:

Category 1: migliori giocatori del paese

Category 2: livello subito inferiore

Category 3: inferiore al category 2

Category 4: (solo dagli U17-21): inferiore al category 3

L’obiettivo è garantire partite tra pari livello, favorendo lo sviluppo individuale. Prima degli Under 16, le competizioni esistono comunque, come la coppa nazionale, strutturata con gironi da tre partite, seguiti da quarti, semifinali e finale. Poche gare, ma con la componente del risultato che diventa centrale.

In questo contesto, una sconfitta per un allenatore perde gran parte della sua importanza, perché non esiste una classifica che ne condizioni il lavoro. Ma non solo: oltre al match programme della categoria, la FA lascia alle Academy la possibilità di organizzare autonomamente ulteriori partite.

Per esempio, quest’anno con l’AFC Wimbledon, nella Foundation Phase, oltre alle gare di Category 3 previste dal programma, abbiamo disputato ulteriori 18 partite contro Academy di Category 1 e 17 contro Academy di Category 2. Questo aspetto è fondamentale, perché permette ai ragazzi di confrontarsi costantemente con un livello superiore, accelerandone il percorso di crescita.

Inoltre, ogni categoria riceve finanziamenti dalla federazione sulla base di criteri prestabiliti. Le società possono quindi salire o retrocedere di categoria in funzione della capacità di rispettare determinati standard strutturali, organizzativi e formativi.

Per tutte le info riguardo i requisiti per ottenere e/o mantenere lo status di categoria, di seguito il link per l’elite perfomance plan della FA: https://www.premierleague.com/en/footballandcommunity/youth-development/eppp

  • ITALIA – CLASSIFICAZIONE SCUOLE CALCIO: LIVELLO 1 – 2 – 3

Come garantisce la FIGC che i migliori giocatori giochino davvero contro i più bravi, creando un contesto formativo adeguato al loro livello? La risposta è semplice: non lo fa.

Prendiamo ad esempio i Giovanissimi Nazionali, il primo campionato riservato esclusivamente alle società professionistiche. Fino alla categoria Under 15, un giovane calciatore — dai 9 ai 13 anni, e poi a 14 nei campionati Regionali o Élite — si trova a disputare costantemente partite casuali, poco competitive, con rare eccezioni durante la stagione, quando affronta un’altra società professionistica o una delle poche dilettantistiche realmente in grado di competere.

La domanda allora è inevitabile: come può un giocatore svilupparsi pienamente se, per cin- que anni, gioca costantemente partite al di sotto del proprio livello?

Ed è qui che emerge la contraddizione. Perché, in realtà, la Federazione adotta già un sistema di classificazione simile a quello delle Academy inglesi, suddividendo i club — professionistici e non — in livello 1 – 2 – 3. Il problema è che nel livello 3, il più alto, vengono inserite ben 730 società!

https://www.figc.it/it/giovani/grassroots-attivit%C3%A0-di-

E allora le domande sorgono spontanee: questa classificazione è costruita verso l’alto o verso il basso? Come può una società di Serie A, con una lunga tradizione nella formazione di calciatori, essere collocata allo stesso livello di una società che non ha mai prodotto neppure mezzo giocatore?

Su quali criteri viene assegnato il livello 3? Quali requisiti reali deve soddisfare una società per ottenerlo?

Se la forbice che definisce il parametro è così ampia da includere realtà profondamente diverse tra loro, allora la valutazione perde, di fatto, di trasparenza e significato . Quando la classificazione non distingue realmente l’eccellenza, il risultato è inevitabile: si abbassa il livello competitivo e, di conseguenza, si rallenta il processo di formazione dei migliori giocatori.

  • La DIVISIÓN DE HONOR SPAGNOLA

Se non vi è una classifica in Inghilterra, non significa che le classifiche siano completamente sbagliate, e non è questo che sto sostenendo. Sto semplicemente descrivendo sistemi diversi. Anche in Inghilterra ad esempio la competizione esiste: nella coppa nazionale.

In Spagna, e loro sì che producono giocatori, esiste la División de Honor, con classifica e retrocessioni. Nella División de Honor, oltre alle squadre professionistiche, ci sono anche squadre dilettantistiche, all’interno di un sistema con promozioni e retrocessioni.

Prendendo come esempio la División de Honor Andaluza della categoria Cadetes (Under 16), si può notare come il campionato sia composto sia da squadre professionistiche sia da realtà dilettantistiche.

Professionistiche: Sevilla FC, Málaga CF, Real Betis, UD Almería, Cádiz CF, Granada CF, Córdoba CF, Algeciras CF, Marbella FC.

Dilettantistiche: CF Alhendín Balompié, Puerto Malagueño, CD Altair, San Roque Balompié, Español Albolote, Peloteros Sierra Sur.

Il coinvolgimento delle società dilettantistiche consente una maggiore regionalizzazione del campionato, riducendo le distanze da percorrere e, di conseguenza, abbattendo significativamente i costi.

Inoltre, il numero di giocatori tesserabili è regolamentato e varia a seconda della comunità autonoma, attestandosi generalmente tra i 22 e i 25 elementi per rosa. A mio avviso si tratta comunque di numeri elevati, ma decisamente più sostenibili rispetto alla situazione italiana, dove spesso si superano i 30 giocatori senza alcun limite.

La grande differenza rispetto all’Italia è proprio questa: in Spagna i campionati giovanili sono strutturati per garantire sostenibilità organizzativa ed economica, limitando i viaggi e regolando la composizione delle rose, con l’obiettivo di favorire la competitività e, soprattutto, la crescita del giocatore.

FINE SECONDA PARTE…CONTINUA

BIO: SHADE ASHOUR

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