IO, IL FALLIMENTO DEL CALCIO ITALIANO (3^ PARTE)

ELENCO CAPITOLI:

ITALIA: REGIONALIZZAZIONE E “ROSE CHIUSE”

FORMAT E FORMAZIONE DEI GIOCATORI

E IN ITALIA?

LE ATTIVITÀ PRE GARA

LE REGOLE DEL GIOCO

IL LAVORO SUL CAMPO

  • ITALIA: REGIONALIZZAZIONE E “ROSE CHIUSE

Tornando all’Italia, il problema geografico esiste ed è reale, ma da ogni problema può nascere anche un’opportunità.. Al Nord, ad esempio, data la vicinanza tra club professionistici (Como, Milan, Inter, Atalanta, Brescia, Monza, ecc.), la regionalizzazione in parte già avviene.

In altre regioni, per un mero fatto numerico legato alla presenza di squadre professionistiche, la vicinanza diventa un fattore condizionante, con tutte le conseguenze che ne derivano e che abbiamo già visto in precedenza. Ciò che andrebbe fatto è cambiare completamente prospettiva, andando a vedere un’opportunità dove oggi viene percepito un problema e cercando di risolverlo.

Ad esempio, in una regione come il Lazio, oltre a Lazio, Roma, Frosinone, Latina e ora l’Ostia Mare, esistono realtà dilettantistiche come Tor Tre Teste, Savio e Vigor Perconti che, per capacità di formazione di giocatori, rappresentano storicamente un vero punto di riferimento. Parisi, Ben Kone, Luca Pellegrini, Folorunsho, Felici, solo per citarne alcuni, sono usciti da queste società e oggi giocano in Serie A. Ho citato queste realtà perché, in Inghilterra, una delle principali discriminanti per ottenere lo status di categoria 1, 2 o 3 è proprio la formazione di giocatori.

Ora, se si riformulassero i campionati andando verso una regionalizzazione che includa sia le squadre professionistiche sia quelle dilettantistiche, suddividendole in categoria 1, 2 e 3 sulla base di requisiti definiti e controllati annualmente dalla Federazione — come produzione di giocatori, infrastrutture, qualità del lavoro e numero di staff qualificato — con la possibilità di rinnovare o retrocedere di status indipendentemente dal fatto di essere un club professionistico o meno (perché, se non si rispettano i requisiti dettati dalla federazione, conta poco essere professionisti), probabilmente si arriverebbe a creare un campionato regionale/match programme Under 10 con otto squadre di categoria 1 e rose bloccate: 80 bambini, i migliori della regione, che si affrontano con continuità.

Il livello si alzerebbe? Senza dubbio. Le scelte diventerebbero realmente meritocratiche: con 10 posti disponibili per squadra, ogni giocatore avrebbe un valore e ogni errore di valutazione un peso.


Modello di campionato/match programme regionalizzato

Una meritocrazia che dovrebbe essere garantita dalla Federazione, la quale dovrebbe controllare e moni- torare i propri “giocatori”, perché tra quegli 80 bambini ci saranno i futuri calciatori italiani e, potenzialmente, anche quelli della Nazionale.

Ma non solo: nella categoria 2, i 10 selezionati per squadra garantirebbero comunque un livello elevato e, senza dubbio, questo permetterebbe di continuare a produrre altri giocatori, così come avverrebbe anche nella categoria 3.

Il tutto potrebbe poi confluire in una coppa nazionale strutturata su sei gironi regionali di quattro squadre, con una squadra per categoria. Le prime classificate accederebbero a semifinali e finale, fino ad arrivare alla vincitrice, che andrebbe poi a disputare le finali di coppa con le altre regioni.

Questo sistema garantirebbe visibilità a tutti, permettendo a un giocatore di categoria inferiore di confrontarsi con uno di categoria superiore, dimostrando il proprio valore e avendo la concreta possibilità di scalare il sistema. In questo modo si indirizzerebbero meglio le scelte e si ridurrebbero anche diversi errori di valutazione che, essendo umani, sono inevitabili, prevedendo comunque un indennizzo economico, il cosiddetto premio di preparazione.

La riformulazione dei campionati in ambito regionale, a mio parere, dovrebbe fermarsi agli Under 17-18, separando poi in modo netto il settore professionistico da quello non professionistico. In questo modo, le società professionistiche potrebbero andare a “prendersi” i migliori giocatori dalle altre realtà — ovviamente pagando il dovuto — quando la maturazione fisica è quasi completata e le valutazioni sui giocatori diventano più realistiche.

Il sistema nazionale si ridurrebbe così a due sole competizioni: Under 18 e Primavera. Meno costi, meno dispersione di risorse e maggiore focus sullo sviluppo dei giocatori, ma soprattutto un innalzamento verso l’alto dei campionati, e non verso il basso come avviene oggi.

La Federazione italiana dovrebbe quindi rivedere completamente il sistema dei campionati giovanili. Che si scelga il modello inglese basato sulle categorie, quello spagnolo basato su classifiche e promozioni, oppure se ne voglia creare uno nuovo, i punti chiave restano due: Regionalizzazione e Rose bloccate.

  • FORMAT E FORMAZIONE DEI GIOCATORI

Un giovane giocatore, per crescere davvero, ha bisogno di variazioni in ciò che fa. Ha bisogno di essere esposto continuamente a situazioni diverse,problemi diversi erichieste diverse. È proprio questa varietà che stimola l’apprendimento e favorisce lo sviluppo.

In Inghilterra, ad esempio, le squadre hanno piena libertà, all’interno del match programme, di modificare i format di gioco. Prendendo gli Under 10 come esempio, categoria che teoricamente dovrebbe giocare 7 contro 7, la FA, attraverso la sua presenza e le sue linee guida, cerca continuamente di incoraggiare le società a variare i propri format. Così capita molto spesso che una partita 7 contro 7 venga trasformata in due mini partite 4 contro 4. Oppure che, contemporaneamente, si giochino due format differenti: uno più grande e unopiù piccolo.

Il motivo è molto chiaro: meno giocatori ci sono in campo, maggiore sarà il numero di contatti con il pallone, così come maggiori saranno le situazioni di 1 v 1 e1 v 2, oltre alle relazioni tra piccoli gruppi di giocatori. Tutto questo porta inevitabilmente a una maggiore enfasi sulla tecnica e sulla tattica individuale, costringendo i giocatori a prendere decisioni continuamente. E prendere decisioni continuamente significa formare il giocatore.

Ma quando si parla di variazione non si parla soltanto del numero di giocatori. Molto spesso questi format vengono giocati anche con dimensioni del campo differenti. Un classico esempio è avere un campo largo e corto e, accanto, un campo lungo e stretto. Perché?


Esempio di variazione dei format di gioco che vengono promossi dalla FA

Perché le dimensioni del campo sviluppano abilità diverse, relazioni diverse con i compagni e processi decisionali differenti. Ogni contesto crea problemi diversi e quindi richiede soluzioni diverse.

La federazione inglese, però, non si è fermata qui. Come mostrato nella foto qui sotto, dal prossimo anno ridurrà ulteriormente, il numero di giocatori nei format giovanili, posticipando il primo approccio al calcio a 11 soltanto a partire dagli Under 14. Va anche considerato che in Inghilterra la divisione delle categorie avviene tra settembre e agosto, diversamente dall’Italia. Personalmente credo che questo cambi relativamente poco: è semplicemente un diverso criterio di suddivisione.


  • E IN ITALIA?

Quante volte andando a vedere una partita di settore giovanile vi siete resi conto che, in realtà, cambiano soltanto le maglie ma la partita rimane sempre la stessa? Gli stessi problemi, le stesse soluzioni, gli stessi spazi. Ma se un giocatore viene esposto continuamente agli stessi stimoli, come può sviluppare davvero la propria creatività e la propria capacità di adattamento?

E ancora: quante volte, guardando una partita di calcio giovanile, vi siete chiesti quale fosse il senso di vedere bambini giocare su campi dalle dimensioni da adulti che fisicamente non riescono a coprire? Quante volte vi siete domandati quanti contatti con la palla abbia realmente ogni giocatore in questi campi enormi, dove spesso il gioco si riduce semplicemente a calciare lungo senza uno scopo preciso, solo per riuscire ad avvicinarsi alla porta avversaria?

E in queste condizioni, quante decisioni realmente utili allo sviluppo devono prendere i giocatori? Come vengono supportati nello sviluppo di quelle capacità che inevitabilmente serviranno loro più avanti, quando il gioco si svolgerà sempre di più in spazi stretti e sotto pressione?

Per non parlare poi dei portieri. Quante volte giovani portieri non riescono a parare semplicemente per una questione di dimensioni fisiche? E quante volte portieri di talento vengono esclusi o non fatti giocare perché troppo piccoli? E se la loro maturazione fosse semplicemente tardiva?

Invece, in inferiorità numerica l’obiettivo era quello di spingere i giocatori a trovare continuamente soluzioni e a manipolare tecnicamente le situazioni di svantaggio. Con meno linee di passaggio disponibili e maggiori difficoltà nel trovare un compagno libero, i giocatori si ritrovavano costantemente ad affrontare situazioni di 1 contro 2, 1 contro 3 o addirittura 1 contro 4.

Ciò che è stato chiesto ai giocatori era semplice: essere creativi.

Molto spesso si parla di voler sviluppare giocatori capaci di dominare l’1 contro 1. Ma il calcio di altissimo livello ci mostra qualcosa di ancora più importante: i migliori giocatori al mondo sono quelli capaci di gestire l’inferiorità numerica e continuare comunque a dribblare, creare e manipolare la situazione iniziale. Basta guardare partite di altissimo livello, come PSG-Bayern in Champions League, per rendersi conto di quanto tutto questo sia evidente.

E in Italia cosa si fa? Sempre gli stessi format, il solito gioco a due tocchi, senza un vero pensiero dietro su come spingere lo sviluppo del giocatore oltre il limite.

Non solo. Appena si parla di torneo, nella maggior parte dei casi l’unico obiettivo diventa vincere. Eppure, nel torneo che ho organizzato (AFC Wimbledon, Arsenal, Fulham, Portsmouth e Chelsea), tutti i ragazzi, cosi come gli allenatori volevano vincere. La differenza è che il format stesso metteva immediatamente lo sviluppo davanti al risultato. L’obiettivo era sviluppare creatività, capacità di manipolare le situazioni e coraggio nel dribblare anche in inferiorità numerica cosi come aumentare le relazioni tra i giocatori quando in superiorità numerica.

E allora la domanda diventa inevitabile: di chi è la responsabilità di creare questi ambienti?

Degli allenatori? Delle società? No. O meglio, non soltanto.

  • LE ATTIVITÀ PRE-GARA

La responsabilità principale dovrebbe essere della Federazione, che avrebbe il compito di fornire linee guida chiare su quale tipo di giocatore si voglia realmente formare e su quali esperienze proporre ai bambini durante il loro percorso di crescita.

Esempio di attività pre-gara per la finalizazzione presente nel programma Evolution della FIGC

Eppure, ancora oggi, ciò che la Federazione propone sono le attività pre-gara — i cosiddetti “giochetti”, come vengono chiamati a Roma — gli stessi che si facevano trent’anni fa, gli stessi che facevo io da bambino.

Mentre in Inghilterra la FA propone di variare format per esporre i giovani giocatori a diversi problemi, la FIGC, attraverso i suoi “giochetti”, promuove invece una lunga fila di bambini in attesa del proprio turno per ricevere un pallone dalla linea di fondo e finalizzare in porta.

Quando mai chi trasmette il pallone è statico? E quando mai un giocatore, senza il riferimento dell’avversario, può davvero decidere dove smarcarsi per andare a concludere?

Il vero beneficio formativo di queste attività pre-partita resta probabilmente uno dei più grandi misteri del calcio giovanile italiano. Ma nel nostro contesto prevale una logica semplice: “si è sempre fatto così”. E così si continua a fare, senza fermarsi davvero a chiedersi se abbia ancora senso oppure no.

Mentre il gioco reale insegna che nel calcio non è quasi mai un semplice 1 contro 1 isolato e che l’obiettivo finale resta sempre quello di fare gol, continuano a essere proposte attività molto lontane dalle reali dinamiche della partita.

In questo senso, un altro esempio di esercitazione presente nella library del programma Evolution è questo 1 contro 1 senza porte, in cui il difensore inizia addirittura l’azione passando il pallone all’attaccante.

Secondo esempio attività pre-gara per l’1v1 presentnel programma Evolution della FIGC

Si tratta di una situazione che nel calcio reale praticamente non esiste. In partita, infatti, una condizione del genere non si verifica: il difensore non passa mai volontariamente il pallone all’attaccante, che a sua volta raramente riceve un passaggio frontale così perfetto, pulito e facilmente controllabile. Allo stesso modo, il difensore si trova quasi mai ad affrontare l’azione partendo da una situazione così artificiale.

Il risultato è un contesto lontano dal gioco reale, che porta l’attaccante a sviluppare letture e comportamenti lontani da quelli richiesti in partita, mentre il difensore costruisce un approccio “falso” all’1 contro 1, privo delle complessità, delle relazioni e delle variabili che caratterizzano realmente il gioco.

Nel prossimo segmento il focus verrà spostato maggiormente sul lavoro sul campo. Tuttavia, parlando diformat e di come la variazione dei format supporti lo sviluppo del giocatore, è importante sottolineare come lo sviluppo venga garantito anche attraverso il rispetto delle regole del gioco.

  • LE REGOLE DEL GIOCO

In Italia, fino al calcio a 11, si gioca senza fuorigioco, oppure si inserisce progressivamente (limite dell’area di rigore).

Eppure il fuorigioco è uno strumento fondamentale nello sviluppo della creatività e della comprensione del gioco nel giovane giocatore. Tramite il fuorigioco non si sviluppa soltanto la capacità e la creatività nel verticalizzare, ma soprattutto tutti quei movimenti di smarcamento che permettono sia al possessore sia a chi si smarca di sviluppare due concetti fondamentali: spazio e tempo.

Ma l’assenza del fuorigioco è, in realtà, ancora più grave. Se il calcio è un gioco basato sul principio universale di palla libera e palla coperta — principio condiviso da tutte le squadre del mondo, indipendentemente dallo stile o dai principi di gioco adottati (se la palla è coperta non si segna, se non attraverso una deviazione) — allora togliere il fuorigioco significa togliere al bambino il principio fondamentale del gioco stesso.

Se si impedisce all’attaccante di riconoscere il momento in cui la palla è libera per attaccare la profondità, oppure al difensore di leggere quel segnale per decidere se salire e mantenere la compattezza tra i reparti, o se scappare e proteggere lo spazio dietro la linea, allora viene eliminata una componente essenziale dello sviluppo del giocatore proprio negli anni più importanti della sua formazione.

L’obiezione, qui, è sempre la stessa: il fuorigioco sarebbe troppo complesso per i bambini.

Non c’è nulla di più falso.

In Inghilterra si gioca con il fuorigioco e i bambini lo comprendono perfettamente. I bambini amano la complessità. Amano essere sfidati. Ed è proprio per questo, il fatto che in Italia il fuorigioco venga ancora escluso fino al calcio a 11, o immesso progressivamente (limite dell’area) rappresenta uno dei più grandi esempi di arretratezza e di mancanza di volontà di cambiamento. È una regola che continua a essere mantenuta semplicemente perché “si è sempre fatto così”, senza che chi dovrebbe fornire linee guida si domandi realmente quale tipo di sviluppo stia promuovendo.

A tutto questo si aggiunge il fatto che, nelle categorie di base, non si permette il pressing alto, introducendo limiti temporali o e spaziali.

Ma se l’obiettivo dichiarato è quello di promuovere il gioco da dietro, così facendo tale obiettivo viene inevitabilmente compromesso.

Un giovane giocatore deve imparare a giocare sotto pressione: deve riconoscere gli spazi, interpretarli e reagire di conseguenza. Se gli avversari pressano alti, inevitabilmente si creano spazi alle loro spalle. Ma se al giovane viene tolta la possibilità di vivere queste situazioni reali di gioco, come potrà mai imparare a ricono-scerle?

Inoltre viene vietato il retropassaggio al portiere nei Pulcini per due anni, fino alla categoria Esordienti. Poi, però, magari ci si aspetta che lo stesso giocatore sia in grado di impostare da dietro proprio negli Esordienti, dopo avergli impedito per due anni di farlo.

Sebbene, a una prima lettura ingenua, si potrebbe pensare che l’obiettivo sia quello di spingere i giocatori di campo a giocare in avanti, la realtà è che si vuole soprattutto limitare il ricorso eccessivo al portiere per tornare indietro, così da poter mantenere la regola dei 6 secondi sul non pressing (“sì è sempre fatto cosi”, perché mai cambiare). Ancora più paradossale è il fatto che nel futsal, invece, il retropassaggio al portiere nei Pulcini sia consentito, mentre nel gioco reale sia vietato. Poi ci si aspetta che i giocatori di campo siano in grado improvvisamente di sapere andare in avanti, a partire dagli Esordienti, dopo che per due anni gli è stato invece concesso di tornare indietro. Insomma, tutto e il contrario di tutto.

Queste regole sono lontanissime dalla realtà del gioco e riflettono una visione di trent’anni fa, in cui la semplificazione era considerata la principale via di apprendimento. Oggi, però, il contesto è cambiato: il calcio si è evoluto e le Nazioni che erano una volta i nostri competitor, hanno già intrapreso percorsi più coerenti con la complessità reale del gioco. Il bambino, del resto, non ha bisogno di semplificazioni, ma di un ambiente ricco e complesso, perché è proprio nella complessità che si sviluppano percezione, decisione ed esecuzione.

  • IL LAVORO SUL CAMPO

La tecnica individuale sarà al centro del progetto, coniugata in tutte le sue forme metodologiche in base all’età e alle capacità dei ragazzi. Quindi più gioco attraverso la tecnica e meno ricerca esasperata del risultato attraverso la tattica. Un concetto diffusamente condiviso, ma di non semplice applicazione, a causa dell’eccessiva cultura competitiva del calcio.”

Questo sarebbe il cuore del nuovo Evolution Programme della FIGC: la meccanizzazione del gesto. Ed è forse la prova più evidente di quanto chi scriva certe riforme sia lontano da ciò che avviene in campo, sebbene si sostenga di “vivere il calcio giovanile 24 ore al giorno”.

Presentare tecnica e tattica come due dimensioni separate significa mostrare una visione del calcio superata, ferma a trent’anni fa. La tecnica non si sviluppa nel vuoto, in esercizi astratti e isolati; si sviluppa dentro il gioco, attraverso decisioni, percezioni, relazioni e contesto. In altre parole: ciò che ha bisogno di sviluppare il giocatore è la tattica individuale, o la tecnica applicata, in qualsiasi modo si voglia chiamare. Maurizio Viscidi afferma: “Cercheremo, come Federazione, di far presente che la tecnica deve tornare al centro della formazione dei giovani calciatori”, mentre Gabriele Gravina, l’ex Presidente FIGC, sosteneva il Progetto dicendo: “È una riforma che nasce da una profonda riflessione, supportata da un ampio studio di benchmarking internazionale, e che avvicina la nostra Federazione al resto d’Europa”.

Europa? Qui, in Inghilterra, come già detto, con i tutor della FA che seguono realmente i propri allenatori, un paio di stagioni fa un allenatore dell’AFC Wimbledon propose come attivazione un esercizio di passaggio e ricezione. Il giorno successivo il tutor della FA inviò una mail per richiedere un incontro ufficiale con il direttore tecnico e l’allenatore in questione, con l’obiettivo di formare l’allenatore, portando evidenze e studi sul fatto che esercizi isolati e decontestualizzati non abbiano un reale trasferimento dall’allenamento alla partita.

Il nuovo programma Evolution, “che avvicina la nostra federazione al resto d’Europa”, propone questo esercizio di passaggio e ricezione con l’obiettivo di sviluppare controllo e postura aperta. Ma controllo e postura aperta in base a cosa? Quale dovrebbe essere il segnale che indica al giocatore se deve aprire o chiudere postura e controllo?

Come può un’esercitazione del genere avere un reale trasferimento al gioco? Come può aumentare la comprensione del giovane calciatore se la chiusura e l’apertura del controllo andrebbero fatte in base al comportamento dell’avversario, alla direzione della sua provenienza, alla distanza della pressione, oltre che dal posizionamento dei compagni? Controllo e postura avvengono all’unisono.

Questi esercizi isolati hanno forse, un loro senso in prima squadra, ma qui si parla di formazione. In prima squadra, la ripetizione del gesto tecnico può servire a consolidare e specializzare il giocatore. Il giocatore evoluto ha grande capacità di astrazione. Basti pensare al tiro a giro di Del Piero: chissà quante volte lo avrà ripetuto in allenamento.

Il giovane calciatore per formarsi deve prima di tutto prendere decisioni, non meccanizzarle. Per farlo deve stare dentro il gioco: la decontestualizzazione non gli permette di trasferire il gesto in partita, perché non lo allena a decidere quando utilizzarlo e in quale contesto applicarlo.

La Federazione parla di “riportare la tecnica al centro della formazione”. Buone intenzioni.

Intenzioni che si scontrano con i problemi reali, legati a teoria e pratica che la stessa Federazione non aiuta a dirimere: il gioco a due tocchi, la separazione tra tecnica e tattica individuale, l’ossessione per gli 1 contro 1, gli esercizi isolati di passaggio e ricezione e, infine, l’esecuzione per apprenderle di tutte le finte e i cambi di direzione esistenti.

Evolution programme: dal manuale al campo

https://www.figc.dev/media/135192/evolution-programme-dai-manuali-al-campo.pdf

FINE 3^ PARTE…CONTINUA

BIO: SHADE ASHOUR

4 risposte

  1. Bellissimi articoli stracolmi di riflessioni profonde e incisive.
    Un solo dubbio mi rimane e cioè che gli esercizi analitici, proposti costantemente e per pochi minuti a seduta, senza arrivare alla noia mortale, siano effettivamente inutili, come fa chiaramente intendere l’autore dell’articolo.
    Possiamo pensare davvero, dopo decenni su decenni di gioco di strada e tutti i campioni italiani creati anche grazie a ciò, che non serva un minimo di analiticità, soprattutto per quei bambini che non dimostrano una spiccata predisposizione al gioco del calcio?
    Possiamo davvero pensare, in sintesi, che sia solo una perdita di tempo? Del Piero e Totti quanto tempo della loro vita di bambini avranno trascorso facendo anche (sicuramente non avranno fatto solo questo) passaggi, dribbling e tiri in porta in situazioni lontane dalla gara?
    Continuare a fare gli stessi errori è sicuramente sbagliato, ma anche pensare che sia tutto da buttare.

    1. Ciao Giuseppe, comprendo le tue osservazioni. Quello che si prova a portare avanti nella sezione di metodologia di questo blog sono temi legati a ricerche, teoerie e pratiche riguardanti l’apprendimento motorio. Certo non si proibisce l’analitico, per carità, ma la sua è una valenza soprattutto emotiva, di autostima per il giovane calciatore che lo aiuto poi nel suo reale percorso di apprendimento che avviene nella specificità e complessità del gioco. Grazie per il tuo commento. A presto.
      Filippo

      1. Grazie a te Filippo (e scusami se ti dò del tu, spero di non sembrare maleducato). Questo sito è davvero ben fatto. Complimenti per questo lavoro unico che porti avanti, perché traspare una linea ed una identità ben precise.

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