Quando nel 2009 partì per Londra non sapeva una parola di inglese. Carlo Anceotti parla a modo suo, pacatamente, in italiano con sovente intercalare romanesco. Battute e aforismi. Gli 8 anni nella Capitale (171 partite e 12 gol) gli erano rimasti nel sangue, come la sua terra emiliana, sebbene non ricordi un’inflessione di quella regione. Roma gli donò anche l’amore, la prima moglie Luisa dalla quale ebbe Davide e Katia. Oggi, dopo 17 anni, parla correntemente inglese, francese, spagnolo, tedesco e ora portoghese, idioma in cui si è immerso non appena nominato C.T. della Nazionale brasiliana. Niente di eccezionale: un professionista diventato nomade per l’Europa e per il mondo, ha il dovere di esprimersi e farsi capire dagli astanti e dai giocatori. È anche una questione di vita quotidiana.
Le migrazioni dal Chelsea al PSG, dal Real Madrid al Bayern Monaco fino all’Everton con tappa a Napoli e adesso a Rio, gli hanno imposto cambi di espressione e abitudini che ha affrontato senza fatica. Il suo dogma principale da uomo e da allenatore è infatti quello di gestire, quello di guidare: lo ha fatto splendidamente in famiglia e in tutti i club dove è stato, compresi Everton e Napoli, dove non ha vinto. La sua dote migliore è l’empatia che riesce a creare con dirigenti, giocatori, pubblico e stampa.
I risultati sono però sempre il peso e la misura più rilevanti nella valutazione di un tecnico, non potrebbe essere diversamente. Se l’uomo è leale, diretto, affabile, senz’altro simpatico e arguto, con rari spigoli e un carattere bonario, paziente, tollerante come quello dei contadini, il professionista si espone a giudizi che passano attraverso i traguardi delle squadre che guida. Il Brasile ha toppato ai Mondiali: prima sul piano del gioco, poi su quello delle ambizioni. Fuori dalla Norvegia agli ottavi di finale, le critiche lo hanno seppellito. L’ex CT Vanderlei Luxemburgo (1998-2000) è stato spietato. Dopo averlo attaccato per la pessima gestione di Neymar (“Il miglior giocatore che abbiamo, andava fatto giocare sempre”) si è spinto molto oltre: “Ancelotti ha sbagliato formazione, decisioni e lettura della partita, così che abbiamo perso l’opportunità di vincere la sesta stella. Se si trattasse di un allenatore brasiliano, la stampa ne chiederebbe già le dimissioni, manderebbe in onda programmi speciali e dichiarerebbe il progetto un fallimento. Con uno straniero, invece, sembra esserci sempre una scusa, la volontà di chiudere un occhio e un livello di pazienza che non hanno mai dimostrato di avere con noi. Basta con questa sindrome che ci porta a pensare che tutto ciò che proviene dall’esterno sia migliore. Il calcio brasiliano ha bisogno di più Brasile. Più identità, più fiducia nelle nostre capacità e più rispetto per i nostri professionisti e per l’essenza del calcio brasiliano. Lasciateli parlare della Premier League, della Champions League o di qualsiasi altra cosa vogliano. Per me, il calcio è ancora sinonimo di maglia iconica, tribune colorate, scherzi e leggende, strade dipinte, bambini che guardano la propria Nazionale diventare campione per la prima volta e, soprattutto, la passione che solo i brasiliani comprendono veramente”.
È possibile, è normale. Qualche scelta, qualche lettura, un atteggiamento molto prudente che fa a pugni con la tradizione a volte scellerata del Brasile di attaccare, attaccare sempre, attaccare ovunque con chiunque: terzini, difensori, centrocampisti… Anche quando veniva consigliata loro maggior prudenza, maggiore equilibrio.
Non più tenera la stampa, ricalcando in qualche modo il concetto chiave di Luxemburgo: “Fosse brasiliano, lo avrebbero esonerato”. Invece, dopo la sconfitta sancita dalla doppietta di Haaland, Carletto ha parlato dell’inizio di un nuovo ciclo. Difficile segnare il confine tra modestia tecnica – ormai conclamata da qualche anno – dei giocatori brasiliani, salvo le dovute eccezioni, e le responsabilità del C.T. che naturalmente, di fronte a una debacle aggravata da una percentuale di possesso palla che ha irritato critici e tifosi quasi più della sconfitta stessa (per aver lasciato il pallino del gioco in mano ai norvegesi), esistono e non sono marginali. Vero che la Norvegia è l’unica squadra della storia che il Brasile non ha mai sconfitto (3 vittorie e 2 pareggi nei precedenti), vero che le occasioni per sbloccare la partita sono state nettamente a favore dei verdeoro fino a 10′ dalla fine e il migliore in campo è stato il portiere nordico Nyland, vero che con Vitinha e Paquetà fuori, a parte Vinicius Jr. e Endrick mai esploso (lo stesso Martinelli un po’ sotto tono), con Casemiro, Guimaraes e Gabriel siamo lontani da una versione qualsiasi del grande Brasile del passato, ma insomma le attese erano ben altre. Ben altre. La scaramanzia, la fortuna e la sfortuna, c’entrano sempre poco.
Re Carlo allenatore è sempre stato additato dai suoi detrattori (e non solo) come molto, molto fortunato. Eppure, fu proprio lui a insegnarmi che nello sport, nel calcio, la fortuna non esiste. Era un calciatore e io ancora un giovane cronista. Non perdeva mai occasione per ripetermi: “Puoi prendere un palo, perdere o non vincere per un rimpallo, per una zolla, una deviazione, ma hai 90′ per dimostrare di essere più forte. Se non ci riesci, è colpa tua e merito degli avversari”. Vale anche adesso, vale sempre.
Ancelotti ha ancora 4 anni di contratto con la Seleçao: in ogni caso, boa sorte Carletto. Buona fortuna.

BIO: Luca Serafini è nato a Milano il 12 agosto 1961. Cresciuto nella cronaca nera, si è dedicato per il resto della carriera al calcio grazie a Maurizio Mosca che lo portò prima a “Supergol” poi a SportMediaset dove ha lavorato per 26 anni come autore e inviato. E’ stato caporedattore a Tele+2 (oggi SkySport). Oggi è opinionista di Sportitalia e direttore della Fiera digitale dello sport . Ha pubblicato numerosi libri biografici e romanzi.











3 risposte
Splendida lettura, Luca, come sempre quando scrivi tu. Attaccare Ancelotti tirando in ballo la nazionalità (come ha fatto Luxemburgo) è un esercizio di populismo sterile: la verità è che questo Brasile, al netto del blasone, ha una rosa in transizione e ha disperato bisogno di un gestore empatico come Carletto per rifondarsi.
Mi è piaciuto moltissimo l’aneddoto finale sul vostro vecchio dialogo sulla “fortuna”: una lezione di sportività che vale ancora oggi. Il nuovo ciclo è appena iniziato e quattro anni sono lunghi. Speriamo bene per lui. Boa sorte, Carletto! 🇧🇷
Buongiorno a tutti, discutere il valore di Ancelotti, come ha fatto quel tecnico brasiliano, mi sembra puerile.
Ancelotti ha dalla sua ottimi risultati.
Ci sarebbe semmai da chiedersi quanto vale oggi il Brasile, un discorso simile all’Italia.
Se poi, Neymar risulta essere il giocatore più bravo secondo i brasiliani…
A mio avviso, senza discutere Ancelotti, i tecnici fuoriclasse sono colore che ottengono risultati straordinari con “materiali ” non sempre di prim’ordine oppure coloro che apportano novità con grandi risultati.
Ancelotti, sempre a mio avviso, in termini di risultati e di intelligenza calcistica, (elevata), mi ricorda Trapattoni.
Ma Liedholm e Bagnoli erano di un’altra livello così come Sacchi.
interessante
Nei suoi libri Ancelotti scrive che spesso sono gli episodi che decidono le partite.
La fortuna non esiste ma gli episodi sono determinanti in una competizione a bassissimo target come il calcio: basta una disattenzione, come sa bene il Portogallo.
Il fatto oggettivo, per me, è che nessun allenatore avrebbe potuto trasformare una nazionale disomogenea come il Brasile in una squadra realmente competitiva.
E’ stato chiamato, a mio parere, per mascherare i limiti di un calcio che ha perso da decenni l’anima carioca e non ne ha ancora trovata un’altra.