Nel teatro dello sport contemporaneo, dove l’esaltazione della performance ha raggiunto vette quasi mitologiche, assistiamo sempre più spesso al fenomeno tanto silenzioso quanto devastante etichettato come burnout. Non si tratta di semplice stanchezza, ma di un vero e proprio corto circuito psicologico ed emotivo.
Tanti casi emblematici e trasversali nello sport hanno squarciato il velo di perfezione dietro cui si nascondono i campioni: Bojan Krkic, considerato a inizio carriera l’alter ego di Messi; Josip Ilicic, talento sloveno; e ancora Andrès Iniesta, Alvaro Morata, o Gigi Buffon, che nel suo libro racconta al mondo le proprie fragilità e la propria depressione. Cito anche la ginnasta Simone Biles, che si ritirò dalla finale per categoria a Tokyo 2020 a causa dei “twisties” (la perdita del senso dello spazio in volo); e la tennista Naomi Osaka, che ha più volte manifestato il peso insostenibile dell’ansia da prestazione e della depressione.
«Devo concentrarmi sulla mia salute mentale. Dobbiamo proteggere la nostra mente e il nostro corpo, piuttosto che fare solo ciò che il mondo vuole che facciamo», dichiarò Simone Biles. Questa frase fotografa perfettamente il momento in cui l’atleta smette di essere un superuomo e riscopre la propria vulnerabilità.
Per comprendere il burnout attraverso la lente della psicologia dello sport, è necessario analizzarlo come una triade concettuale: esaurimento emotivo, depersonalizzazione (o cinismo verso l’attività) e ridotta percezione della realizzazione personale. Nel caso di atleti d’élite, il burnout si innesca quando il bilancio tra lo stress percepito (le aspettative esterne, la pressione mediatica, i carichi di lavoro) e le risorse di gestione disponibili, va in deficit prolungato.
Atleti come Naomi Osaka identificano spesso la propria intera esistenza con il ruolo di “vincente” in maniera “unidimensionale”. Quando il valore come persona si sovrappone totalmente al valore come atleta, ogni sconfitta o momento di flessione non è percepito come un fallimento sportivo, ma come un fallimento esistenziale. Come a dire, «fino ad ora non hai fatto nulla se non il tuo dovere»; «il limite è solo un’illusione»; e ancora «no pain no gain», ecc.
Ecco dunque che il burnout fiorisce dove l’atleta sente di non avere più voce in capitolo sulla propria vita, intrappolato in routine asfissianti guidate da sponsor, federazioni e aspettative del pubblico. Non più controllo ma totale scacco (parola cara in questo significato a una delle mie mentori, Nicoletta Romanazzi), derivante dai doveri esterni (motivazione estrinseca) a rimpiazzare la spinta interiore (appunto motivazione intrinseca), svuotando così il gesto atletico del suo significato originario.
Il fenomeno subito da Biles è la prova somatica di un blocco psicologico. Quando la mente è satura di stress, i meccanismi automatici memorizzati dal cervello si dissociano dal corpo. È il rifiuto biologico di un organismo che dice «basta» per proteggere la propria incolumità.
C’è una buona notizia in questo scenario, una gran buona notizia…
Il diffondersi della cultura del coaching e dei percorsi di consapevolezza su cui si stanno posizionando anche gli atleti non professionisti, sta ridisegnando un nuovo approccio alla fragilità. Il burnout dei grandi campioni ha ridefinito il concetto di forza: oggi il vero coraggio non sta nello stringere i denti fino a spezzarsi, ma nel saper dire «mi fermo». Riconoscere il limite significa salvare l’uomo per preservare, in futuro, l’atleta. La transizione da una mentalità basata sulla sofferenza cieca ad una focalizzata sull’ascolto di sé, sulla resilienza ecologica e sul benessere psicofisico rappresenta la vera svolta culturale dello sport moderno.

Bio: Francesco Borrelli
Francesco è un Mental Coach certificato Acsi – CONI. Oltre alla Laurea in legge presso l’Università degli Studi di Genova, si è formato in PNL attraverso corsi e Master conseguiti nell’ambito di aziende private di cui ha fatto parte. Negli anni ha coltivato la sua passione per lo sport scrivendo per testate giornalistiche liguri, oltre a svolgere il proprio lavoro di consulente d’azienda in ambito bancario. L’attività di Mental Coach lo porta da diverse stagioni ad accompagnare sportivi impegnati a preparare Olimpiadi e Mondiali, oltre a calciatori di tutte le età, agevolandone i rispettivi percorsi e seguendone tutta la trafila giovanile fino all’approdo in prima squadra. Il suo sogno è continuare ad aiutare i giovani calciatori, anche rossoneri, dal suo ufficio a Milanello, di fianco alla “palestra delle leggende”.
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