C’è qualcosa che accade puntualmente ogni volta che una grande Nazionale viene eliminata da un Mondiale. In Italia parte quasi una sottile soddisfazione, come se l’uscita di scena della Germania, dell’Olanda o del Giappone potesse alleggerire il peso delle nostre assenze. Ci si concentra sui loro errori, sulle loro sconfitte, sui loro limiti, dimenticando che loro, almeno, il Mondiale lo hanno giocato. Noi, invece, siamo spettatori da tre edizioni consecutive.
È una differenza enorme, quasi drammatica, che troppo spesso viene nascosta dietro il fallimento degli altri. Ci raccontiamo che anche i tedeschi sono in crisi, che gli olandesi non sono più quelli del Calcio Totale, che il Giappone è stato eliminato e che pertanto rimane ancora lontano come movimento. Ma la vera domanda, forse retorica, dovrebbe essere un’altra. Dov’era l’Italia mentre loro erano in campo a giocarsi un posto tra le migliori Nazionali del mondo?
La Germania continua a produrre talenti, l’Olanda continua a esportare idee calcistiche, il Giappone continua a essere uno dei progetti federali più interessanti del panorama mondiale. Possono perdere una partita, possono uscire agli ottavi o ai quarti di finale, possono sbagliare un Mondiale, ma hanno costruito un sistema che li riporta sempre lì, sul palcoscenico più importante. Noi, invece, continuiamo a discutere del nulla mentre il problema è diventato strutturale. Per anni abbiamo sorriso osservando il modello giapponese, quasi con un pizzico di superiorità. Una Nazione che fino agli anni Novanta viveva il calcio come uno sport emergente e che oggi partecipa con continuità ai Mondiali, esporta giocatori nei migliori campionati europei, investe nella formazione degli allenatori, nella metodologia, nelle infrastrutture e nella crescita dei propri ragazzi. Abbiamo guardato con sufficienza anche l’Olanda, un Paese di appena diciotto milioni di abitanti che continua a produrre calciatori, allenatori e idee capaci di influenzare il calcio mondiale. Abbiamo criticato la Germania dopo qualche eliminazione prematura, dimenticando che la sua federazione continua a essere un punto di riferimento per organizzazione, programmazione e sviluppo.
Il punto non è chi esce da un Mondiale. Il punto è chi continua ad arrivarci.
C’è poi un’altra riflessione, forse ancora più importante, che riguarda il futuro. Immaginiamo un bambino giapponese che vede la propria Nazionale essere eliminata. O un bambino tedesco. Oppure uno olandese. Tornerà a casa deluso, forse piangerà, ma il giorno dopo prenderà di nuovo un pallone e sognerà di essere lui, un giorno, a riportare il proprio Paese sul tetto del mondo. Quella sconfitta diventerà una motivazione. In Italia questo meccanismo si è spezzato. Un bambino italiano è nato, è cresciuto e sta entrando nell’adolescenza senza avere praticamente mai visto la Nazionale disputare una fase finale del Mondiale. Per molti di loro il sogno non è più indossare la maglia azzurra. È diventare famosi il più velocemente possibile. I social hanno cambiato molte prospettive, ma sarebbe troppo semplice dare la colpa soltanto a TikTok o a Instagram, del resto esistono anche negli altri Paesi. Il problema è più profondo. È culturale. È educativo. È il riflesso di una società che troppo spesso premia la visibilità più della competenza, il successo immediato più del sacrificio quotidiano.
Naturalmente non si può attribuire questa tendenza a un’intera generazione. Esistono migliaia di ragazzi che si allenano con impegno, famiglie che fanno sacrifici enormi e settori giovanili che lavorano con serietà. Ma il sistema, nel suo complesso, fatica a trasformare quel potenziale in un progetto capace di competere stabilmente con le migliori realtà internazionali.Mentre altre federazioni investono in centri sportivi moderni, nella formazione degli istruttori, nella ricerca scientifica applicata al calcio e in metodologie condivise, noi continuiamo a rincorrere emergenze che avrebbero dovuto essere affrontate vent’anni fa. I nostri stadi, con poche eccezioni, raccontano un calcio fermo nel tempo. Molti impianti hanno bisogno di profonde riqualificazioni, i centri di allenamento non sono ovunque all’altezza dei migliori standard europei e il percorso di crescita dei giovani resta spesso frammentato.
Anche il confronto con i grandi campionati europei diventa inevitabile. In Germania gli stadi sono pieni da anni. In Inghilterra il calcio è diventato un modello economico oltre che sportivo. Nei Paesi Bassi il lavoro sui vivai continua a produrre talenti con una continuità impressionante. Il Giappone ha trasformato la programmazione in una cultura nazionale. L’Italia continua invece ad affidarsi troppo spesso ai ricordi, come se il peso della nostra storia potesse bastare a vincere le partite del presente. Il calcio non vive di nostalgia. Vive di investimenti, idee, formazione e coraggio. Nessuna maglia, per quanto gloriosa, entra in campo con i trofei conquistati cinquant’anni fa. Per questo le eliminazioni di Germania, Olanda o Giappone non dovrebbero rassicurarci. Dovrebbero preoccuparci ancora di più. Perché loro torneranno a lavorare, analizzeranno gli errori e ripartiranno con strutture solide e una visione chiara. Noi, invece, rischiamo ancora una volta di confondere il fallimento degli altri con un’illusione di normalità.
Ed è forse questo il problema più grande del calcio italiano. Non aver smesso di perdere, ma aver iniziato ad accontentarsi che perdano anche gli altri.

BIO: Vincenzo D’Aniello è nato ad Aversa (CE) il 25-5-1985 . È in possesso della licenza di allenatore UEFA/B e ha allenato in diverse categorie e in diverse scuole calcio della provincia di Caserta e Napoli.











2 risposte
Parole che andrebbero scolpite nella pietra. Bravissimo!
Complimenti! Condivido fino all’ultima sillaba.
Parole che, purtroppo, sono perfette anche per il Milan. Troppi milanisti convinti che una maglia da sola, se indossata, tramuta il rospo in principe per cui il solo nome basta per essere favoriti. Invece ci tocca ricordare. E sperare l’Inter resti a bocca asciutta, per poi godere se capita. E manco questo succede…