È il maggio del 1860.
La spedizione dei mille a Marsala destabilizza l’ordine feudale della Sicilia.
La nascita del Regno d’Italia guidato dai Savoia è ormai prossima.
Alla stregua, va da sé, del collasso del Regno delle due Sicilie, passaggio cruciale raccontato attraverso gli occhi del protagonista del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il principe Fabrizio Salina.
Con i plebisciti di annessione viene rappresentata la transizione formale della Sicilia al nuovo Stato sabaudo, caratterizzata da consultazioni pilotate e fittizie.
Secondo la visione amara dell’autore, espressa attraverso i pensieri del Principe, la Sicilia è refrattaria alle novità storiche e preferisce un sonno eterno a qualsiasi reale progresso.
Ogni tentativo di modernizzazione esterna viene assorbito e neutralizzato dall’antico spirito di conservazione dell’isola.
Il potere e le classi dominanti si adattano ai cambiamenti storici solo per conservare i propri privilegi, rendendo ogni rivoluzione un’illusione di effettivo rinnovamento.
Questo concetto, noto come “gattopardismo”, è sintetizzato nella celeberrima frase pronunciata da Tancredi Falconeri: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.
L’Unità d’Italia è accettata solo in superficie, pur di conservare il controllo sociale.
Nella Federcalcio avviene lo stesso: si accoglie il cambiamento al vertice per permettere alla macchina di funzionare esattamente come prima, scongiurando una reale ed estesa rivoluzione generazionale o strutturale.
Proprio come Tancredi cavalca i moti garibaldini per garantire che la nobiltà mantenga i propri privilegi storici nella nascente Italia, l’elezione di Malagò appare come un’operazione per rimescolare le carte al vertice e dare una rinfrescata d’immagine, lasciando però intatti gli equilibri economici e l’influenza delle grandi società.
L’uscita di scena della vecchia governance e il voto plebiscitario a Malagò vengono presentati come l’alba di una nuova era del calcio.
Proprio come lo sbarco dei garibaldini nel romanzo, l’elezione promette un ribaltamento dello status quo.
Nonostante la retorica del rinnovamento Malagò è l’emblema stesso dell’establishment sportivo italiano (essendo stato a lungo alla guida del CONI).
È stato eletto con un plebiscito (68,58% dei voti) sostenuto in modo compatto dai centri di potere storici del nostro calcio, a partire dai presidenti della Lega di Serie A.
Nonostante l’elezione venga presentata formalmente come una “svolta” o una rivoluzione istituzionale per rifondare la Federazione dopo i continui flop della nazionale, la scelta è ricaduta sul più classico, potente e longevo dei dirigenti dello sport italiano.
Si cambia la figura di vertice per preservare immutati gli equilibri di potere sottostanti.
Pur rappresentando una figura di altissimo livello e con un passato di successo, Malagò è espressione diretta di quegli stessi “palazzi” e delle componenti federali che hanno guidato il calcio italiano finora, senza apportare una vera rivoluzione nei quadri dirigenziali.
Nonostante il cambio al vertice per sostituire Gabriele Gravina, l’assemblea ha riconfermato in blocco i consiglieri federali uscenti, inclusi i rappresentanti della Serie A.
A Malagò è attribuita una grande capacità di tessere relazioni trasversali, adattarsi ai mutamenti politici e riciclarsi in ruoli chiave.
Una transizione o una continuità politica in cui la nomenclatura di potere resta sostanzialmente la stessa, pur cambiando le cariche istituzionali.
The show must go on.

BIO: ANDREA FIORE
Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.











9 risposte
Buongiorno, gentile Andrea Fiore, complimenti per l’articolo e per il paragone con il Gattopardo.
Malago’ non ha però neppure la nobiltà d’animo di Tancredi. E i suoi successi vengono ricordati spesso, tralasciando i suoi insuccessi e le sue inimicizie con due grandi che hanno portato il nuoto e il tennis alle altezze che hanno, Barelli e Biraghi, senza il suoi aiuto. L’atletica è lì dov’è per Mei, non per lui. Tralasciando lo scandalo dei Mondiali di nuoto del 2009.
Buongiorno a lei Danilo e grazie!
Mi permetta di dissentire, gentile Danilo.
Per me l’inimicizia con Barelli e Binaghi è una medaglia.
In primis , bisognerebbe ricordare i pesantissimi insuccessi di Binaghi dato che con lui Presidente l’Italia del tennis non solo finìi nel gruppo B della Davis ma anche in C considerato che perse lo spareggio con lo Zimbawe.
I successi sportivi non dipendono dal presidente. Lo stesso Gravina ha vinto da presidente un europeo e poi non ha visto l’Italia qualificarsi ai Mondiali.
Su Barelli mi taccio per rispetto di questo blog che rappresenta un’eccellenza qualitativa.
Ma solo il comprotamento della sua Federnuoto in occasione dic asi di abusi e molestie è roba da far rabbridivire. Segnalo il libro di daniela Simonetti sul punto.
Quei due signori da Lei menzionati sono a capo delle rispettive federazioni da 25 anni!!!!
Alla faccia del ricambio….
La prima cosa che han fatto, da eletti in Parlamento trra i banchi della maggioranza è stata indurre il governo ad abolire il vincolo di mandato in modod da poter continuare a star lì per l’eternità.
Altro che Malagò per il quale invece hanno inventato una morma che distingue la presidenza del Coni con quella federale (e quindi per lui il vincolo di mandato esiste ancora).
Non si è mai visto un ministro che, anzichè preoccuparsi dei problemi dello sport che affliggono i settori giovanili, le strutture e l’aspetto formativo, dal momento in cui si è conclusa Italia- Bosnia non ha pensato ad altro che ad evitare che Malagò diventasse presidente della FIGC, inventandosi ipotesi di commissariamento e/o eccependo improrponibili motivi di ineleggibilità che nons tanno in piedi.
Malagò, in occasione della cerimonia inaugurale delle olimpiadi ha tenuto un discorso in quattro lngue diverse senza legggere una riga. Forse questo ha irritiato gli altri.
Articolo top complimenti
Grazie Filippo, gentilissimo.
Complimenti per l’azzeccatissimo parallelo, Andrea. Che disgraziatamente riguarda l’intero sistema Paese, non solo il calcio. Le derive dell’impero si riflettono anche sul suo panem et circenses.
Grazie Roberto! Assolutamente sì. Costume tipicamente italico
Andrea,
pe runa volta mi capita di dissentire (parzialmente) da te.
L’immobilismo in FIGC non è dovuto alle figure che si alternano alla Presidenza bensì all’impossibilità di cambaire le regole in maniera democratica.
Anche un presidente eletto con il 100% dei voti sarebbe limitato a causa degli statuti e di alcuni vincolo con la Lega.
Dopo di che, magari Malagò portasse in FIGC il sistema, la metodologia, la capacità di delegare ed i risultati visti al CONi durante la sua presidenza. Mi acconteneterei della metà.
Il problema secondo me sta nell’età media dei nostri dirigenti.
Per quanto preferisca Malagò ad Abete, è comunque una persona di 67 anni.
Faccio dei paragoni forti ma il Padreterno, che qualche qualità in più l’aveva, ha mandato Gesù cristo a predicare a 30 anni non a 60.
Michelangelo ha dipinto la cappella sistina prima dei 40 cocsì come Dante ha completato la DC prima dei 40.
Salvatore e Tornatore l’Oscar l’han vinto da trentenni.
Insomma… il problema (non solo della FIGC) sta anche nell’età media di chi decide….
Assolutamente d’accordo Alessio, infatti il punto è che è la volontà di chiunque compone il sistema a non desiderare il cambiamento per non mutare tutto ciò che è da catalogare nell’esclamazione dell’interesse personale. Malagò tenterà di fare quelle riforme inserite nel programma ( che tra l’altro sarebbero state inevitabilmente inserite anche da chi al bar disquisisce di politica calcistica), porterà verosimilmente Maldini e Conte ma è il contesto che non dà sensazioni di volere rivoluzioni concettuali. È un po’ lo specchio di quello che accade con gli allenatori all’interno del nostro movimento: stessi nomi, stesse panchine ( nel senso che ormai i “mammasantissima” sono praticamente tutti stati ovunque), immobilismo di idee (a me qualsiasi scelta avesse fatto il Milan non avrebbe dato la sensazione di avere dietro davvero un progetto, quindi declasso per il momento Amorim ad opportunità), mentre in Premier Maresca va al City, il Crystal Palace prende Sage dopo l’annata al Lens, a De Zerbi viene affidato il progetto di rendere nuovamente competitivo il Tottenham, il Liverpool prende Iraola, l’Ipswich prende l’allenatore dello Strasburgo, il Chelsea dà giustamente la chance a Xabi Alonso di dimostrare di essere l’architetto di Leverkusen, il Bornemouth sostituisce Iraola con Marco Rose e via discorrendo. Il problema non è Malagò in sé, ma il fatto che tutto sia sempre uguale. Sembriamo un angolo di mondo sperduto, un’isola deserta che può far leva solo sul circolino conosciuto. Come un torneo fra amici all’interno del quale scambiarsi ogni tanto qualcuno e riempire la pancia ai soliti, tanto in fondo oggi non possiamo competere con gli altri no? Quindi restiamo fra di noi e godiamoci quello che ci spetta.