Stessa porzione di pianeta.
Stesse latitudini.
Scenari globali differenti ma non dissimili.
V’era sì il Messico, v’era sì l’Azteca.
V’era soprattutto il Brasile supremamente inteso.
Era il 1970.
V’era Zagallo direttore d’orchestra.
E la sublime, contemporanea coesistenza in campo di ben cinque (5) numeri 10: Pelé, Gérson, Tostão, Rivellino e Jairzinho.
Terzo mondiale su quattro edizioni griffate o’rey.
Il quinto con Kakà, Rivaldo, Ronaldinho.
Oltre a Ronaldo.
Da quando la patria del 10 ha barattato il suo storico “futebol bailado” con una maggiore solidità strutturale?
Facile.
Da quando il calcio ha fagocitato sé stesso determinando l’estinzione della sua più aulica espressione (apposita rubrica su questo sito “10, non più”)
Niente più 10, niente più Brasile.
Da quando la modernità ha trasformato il gioco, adeguandolo ad esigenze fisiche e d’intensità differenti, e da quando è stato possibile pressoché per chiunque giocare sul suolo europeo, il Brasile ha dissolto individualmente e collettivamente le sue peculiarità storiche.
La figura del calciatore brasiliano è stata inesorabilmente rimodellata dalle necessità europee.
E così, va da sé, la “selecao” attuale si è presentata alla rassegna iridata concedendo all’iconografia soltanto l’ormai sbiadita immagine di Neymar, tecnicamente (non per collocazione classica) l’ultimo 10.
Ma ha fatto di più.
Ha consentito al Marocco di palleggiargli in faccia.
Di dare la sensazione di essere tecnicamente superiore.
Più fluido della selezione costretta a vivere per decenni di fluidità al fin di consentire che tutti i fuoriclasse potessero coesistere.
Palleggiare in faccia alla patria dei palleggiatori.
Senza più 10 e palleggiatori.
Non solo.
Difesa e contropiede.
Il Brasile!
Ah, beh, bisogna far collimare intenzioni e caratteristiche, bisogna consentire al profilo per antonomasia del calcio contemporaneo, l’esterno di gamba che salta l’uomo, di potersi esprimere adeguatamente.
Si può fare, però , in diversi modi.
Non come ha fatto il Brasile di Ancelotti.
Che è stato surclassato nella prima frazione di gioco dall’identità evoluta della compagine nordafricana.
Il Brasile non è quasi mai riuscito a pressare alto in modo coordinato, permettendo al Marocco di far girare la palla a piacimento.
Il diciottenne Bouaddi (no, non è una “scoperta”, è titolare a Lilla da due anni) è stato il vero equilibratore.
Ha schermato le linee di passaggio difensive e ha gestito l’uscita del pallone sotto pressione con straordinaria personalità al cospetto di un (ex) colosso della mediana come Casemiro e dinanzi a Bruno Guimaraes, per rendimento uno dei tre migliori giocatori dell’ultima Premier League con Declan Rice e Bruno Fernandes.
In fase di non possesso il Brasile ha optato per un 1-4-4-2 (derubricando i compiti difensivi di Vinicius, che andava a fare la seconda punta con Igor Thiago) che ha costretto il centrocampo verde-oro a subire, in fase di costruzione del Marocco, l’inferiorità numerica in mezzo al campo dettata dalla presenza e dalla fluidità territoriale di Ouhani e Brahim Diaz.
Il Brasile tendeva a schiacciarsi sul giro palla marocchino, con i campioni d’Africa che, in tal senso, hanno preparato benissimo l’incontro sciorinando la prima fase di costruzione sull’out di sinistra, in modo tale da costringere Raphinha ad accentrarsi molto per accorciare su El Aynaoui e, quale finalità prioritaria, consentire ad Hakimi e Brahim Diaz di dominare l’intera corsia di destra ( e non solo) in virtù di un già preliminarmente improponibile confronto con Douglas Santos, esterno dello Zenit di San Pietroburgo, quasi sempre costretto all’inferiorità numerica.
Il Marocco ha così macinato calcio ed occasioni, sfruttando questo vantaggio tattico anche quando era il Brasile ad esercitare la fase di possesso: l’eccessiva densità sul lato palla, sulla fascia destra, dei costruttori e di Ibanez, comportava, in caso di perdita del pallone, le medesime dinamiche della fase di non possesso, con Hakimi e Brahim Diaz liberi di dominare l’altra metà (verticale) del terreno di gioco.
Fra i pochi meriti di Ancelotti quello di capire il problema e modificare l’assetto nel secondo tempo: con Raphinha (anziché Paqueta) e Vinicius larghi in fase di non possesso (da sottolineare probabilmente la variabile decisiva, il calo fisico del Marocco, eccezion fatta per il maestoso Bouaddi) e grazie ad alcuni indispensabili cambi ( Danilo ha reso possibile esercitare un controllo diverso della fascia di riferimento), i sudamericani hanno disinnescato la manovra e la vivacità di Bounou e compagni.
Resta inesorabilmente la sensazione di una compagine sideralmente distante dalla conformazione aulica del Brasile universalmente inteso dai primordi.
Non può bastare quanto visto.
Né per vincere i mondiali, né come forma di rispetto verso la cultura calcistica della nazionale cinque volte campione del mondo.

BIO: ANDREA FIORE
Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.










