C’è una frase che più di altre inquadra la filosofia di Thomas Tuchel: “Non possiamo giocare con la paura né con troppa sicurezza”.
La chiave, come sempre, è la via di mezzo: l’organizzazione, il bilanciamento, il compromesso. In sintesi: l’equilibrio. Una virtù che trasforma ansia in pazienza, frenesia in lucidità, caos in quiete (apparente).
Ed è quello che fa l’Inghilterra all’esordio del Mondiale contro la Croazia di Sua Maestà Luka Modric. Che non è britannico, ma è uno dei veterani insieme a Cristiano Ronaldo e Leo Messi all’ultima danza nel torneo. La stella di Zara, però, non brilla: fatica a prendere in mano il gioco, non trova spazi, è legato, troppo pressato, spesso in ombra tra le maglie avversarie. Poca disinvoltura e qualche difficoltà per il 10 croato: il suo inizio non è dei migliori, non tanto per suo demerito, quanto per merito di una ragnatela tattica, quella inglese, che lo soffoca fino ad annullarlo. E qui, finalmente, la polvere sopra le mensole “albioni” svanisce, lasciando la scena a quel calcio che l’Inghilterra non vedeva da tanto, troppo tempo. Per idee, condizioni ed espressione.
AVVIO DI STUDIO, RIPRESA DI REAZIONE
Dopo un avvio di studio, l’Inghilterra cerca il giusto modo per scardinare la Croazia. Il vento non soffia, ma è l’Uragano a incidere: Harry Kane, il bomber più completo in circolazione, talento da 10 e killer instinct da 9 puro. Non solo, perché il centravanti del Bayern Monaco fa esattamente ciò che in Germania ha mostrato nel corso della sua stagione: il play aggiuntivo, scivolando quasi in prossimità della sua area in fase di possesso per attrarre il suo marcatore, rompere la linea difensiva croata e svuotare la sua zona per renderla attaccabile dai compagni.
L’Inghilterra dall’arsenale pesante si dimostra pensante, soprattutto nell’approccio alle due fasi e alle rispettive interpretazioni. E se Stones e Konsa non sembrano irresistibili, ecco che Tuchel costruisce una diga nel mezzo, con Anderson e Rice che giganteggiano in lungo e in largo, frangiflutti che fanno filtro, coprono, impostano e regolano il gioco.
Centrali arretrati e mediani: un 2+2 che forma un quadrato mobile per rendere complicate le operazioni di sfondamento avversarie e al contempo lasciare ai due terzini, James e O’Reilly, la facoltà di sganciarsi e salire, consentendo agli esterni offensivi di attaccare la profondità.
La squadra di Dalic, però, non molla e ci prova, agguantando il pareggio in transizione positiva: recupero palla di Vuksovic (ruvido su Bellingham), trasmissione per Baturina che apre a destra per Sucic, si piazza alle sue spalle, riceve e scarica un interno a giro sul secondo palo. 1-1 e discorso di nuovo in parità. Al 42’ è ancora Kane, questa volta di testa, a bucare Livakovic, ma in pieno recupero è Musa a siglare il 2-2: la difesa inglese è piantata e immobile, Pasalic pennella in area per Perisic, che fa sponda per il compagno e per il 26 croato è una pura formalità.
Cambia l’inerzia, ma l’arbitro decreta la fine del primo parziale. I croati imboccano la strada della sostanza, con una manovra meno articolata ma più diretta e filtrante.
L’Inghilterra, invece, mostra il suo potenziale a tratti, segna su palla inattiva e tende a ragionare troppo, nonostante le premesse di gioco siano superiori, per principi e strategia, a quelle avversarie.
TUCHEL E LA VIA DEL CORAGGIO
Tuchel lo sa bene e sa anche che la sua squadra può dare di più, consapevole che gli errori fanno parte del gioco e che, per far fronte ai gol subiti, bisogna proteggersi meglio ed essere più spregiudicati in attacco.
“Mi sono seduto con loro. Ho lasciato un po’ di tempo a ognuno. Ho detto di calmarsi, di stare tranquilli, di placare i nervi e di incoraggiarli a fare le cose a modo nostro”, dice l’allenatore negli spogliatoi ai suoi ragazzi. Il coraggio, quello dei Leoni e del carattere dei Three Lions, deve essere un fattore.
Secondo tempo pirotecnico dell’Inghilterra, di qualità, quantità e forza. Sugli spalti i tifosi cantano “Hey Jude”, in campo è Bellingham show. Nuove energie, carica e consapevolezza: la corazzata britannica si libera mentalmente e produce, con un giro palla sostenuto e l’intenzione di attirare il pressing croato da dietro, sbloccare gli esterni e verticalizzare.
L’azione del 3-2 è codificata secondo i giusti meccanismi, con Anderson che lancia di prima in avanti, Madueke a far velo per Bellingham e l’asso del Real Madrid a incrociare il suo destro all’angolino. Il trucco non è solo mandare il pallone in rete, ma levare lo sguardo verso la porta, osservare il portiere e mirare. Jude rispolvera il ruolo del trequartista d’antan con estrema naturalezza, nel solco dei grandi 10 che, dietro la punta e sotto punta, sapevano ispirare e battere il portiere.
Tuchel lo aveva detto: “I campioni sono i più facili da gestire: sanno cosa serve per rimanere ai massimi livelli. In certi momenti si può contare su di lui, adora le partite sotto pressione”.
Escono Rice, Madueke e Gordon, e al loro posto entrano Rogers, Saka e Rashford. Gli inglesi prendono in mano le redini del match e schiacciano i croati nella loro metà campo, legittimando il risultato all’85’ proprio con Rashy, dribbling e piazzato in area a bucare Livakovic.

4 GOL E UNA PROVA EFFICACE DEI TRE LEONI
4-2 e game over. La Croazia non sfigura, ma paga le disattenzioni a caro prezzo, calando fisiologicamente negli ultimi 45’. Al contrario l’Inghilterra convince, con una ripresa super e una fiducia in ascesa, sfornando un poker che vale i primi tre punti nel Gruppo L.
Pratica, solida e verticale. Una formazione funzionale e di talento (con eccellenti esclusioni: Morgan Gibbs-White, Phil Foden, Cole Palmer, Trent Alexander-Arnold e Harry Maguire) che gioca assecondando il credo del suo allenatore: l’efficacia, le doti dei singoli e il lavoro di squadra.
L’obiettivo di Tuchel, non a caso, è sempre stato uno: «costruire la miglior squadra possibile, che non per forza significa scegliere i giocatori più talentuosi».
Il percorso è ancora lungo, ma le premesse lasciano ben sperare. Con identità e coesione i Tre Leoni possono arrivare in fondo alla competizione. Senza paura e senza superbia, ma con equilibrio e mentalità.

BIO: Andrea Rurali
Brianzolo Doc, classe 1988. Nato lo stesso giorno di Bobby Charlton, cresciuto con il mito di Johan Cruijff e le magie di Alessandro Del Piero. Da sempre appassionato di cinema, tv, calcio, sport e viaggi.
- Lavoro a Mediaset dal 2008 e attualmente mi occupo del palinsesto editoriale di Cine34.
- Sono autore del programma di approfondimento cinematografico “Vi racconto” con Enrico Vanzina e co-regista dei documentari “Noi siamo Cinema”; “Vanzina: una famiglia per il cinema”; “Noi che…le vacanze di Natale” e “Cult in campo: L’allenatore nel pallone…40 anni dopo”.
- Dal 2014 dirigo la rivista web CineAvatar.it (http://cineavatar.it/)
- Nell’autunno 2022 ho fondato la community Pagine Mondiali e nell’estate 2023 la piattaforma sportiva Monza Cuore Biancorosso.
- Da agosto 2023 collaboro con la testata giornalistica Monza-News: cuore le analisi delle partite del Monza e conduco la trasmissione Binario Sport.
- Dal 2019 collaboro con la casa editrice Bietti, in particolare per la realizzazione di saggi sul cinema inseriti nelle monografie di William Lustig, Manetti Bros, Dario Argento e Mike Flanagan.
- Tra le mie pubblicazioni, il saggio “Il mio nome è western italiano” nel volume Quando cantavano le Colt. Enciclopedia cine-musicale del western all’italiana (F. Biella-M. Privitera, Casa Musicale Eco, 2017) e il saggio “Nel segno del doppio” nel libro “Mediaset e il cinema italiano. Film, personaggi, avventure” di Gianni Canova e Rocco Moccagatta.
- Ho scritto insieme a Ilaria Mainardi il libro Van Basten: Il Cigno di Utrecht per Garrincha Edizioni, con intervista e post-fazione di Filippo Galli.
- Sono autore del libro “Il gol di Del Piero: destro a giro e poesia”, pubblicato a il 25 novembre 2025 da Garrincha Edizioni per la collana “Cineteca del Gol”











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