L’ASCENSORE SPEZZATO – PERCHÈ IL SALTO DALLA B ALLA A È DIVENTATO UN ABISSO: ANALISI DI UN GAP CHE SOFFOCA L’AMBIZIONE DELLA PROVINCIA

In Italia il calcio di provincia è sempre stato il motore immobile del nostro movimento. È la storia di piazze capaci di riscrivere la geografia del pallone attraverso idee, programmazione e quel pizzico di sana follia che permetteva a piccole realtà non solo di sopravvivere, ma di imporre il proprio gioco e sedersi al tavolo dei Grandi. Oggi, però, quella favola sembra appartenere a un’epoca geologica lontana. Analizzando l’ultimo decennio della Serie A, si avverte una sensazione nitida: l’ascensore che collega la cadetteria al massimo campionato si è spezzato. Il salto di categoria non è più una festa, ma l’inizio di un calvario sportivo ed economico, un abisso che soffoca sul nascere l’ambizione della provincia.

Un bilancio dell’ultimo decennio

Se un tempo la neopromossa era una mina vagante in grado di assestarsi stabilmente nella massima serie, i dati degli ultimi dieci anni raccontano una realtà ben più cruda. La Serie A è diventata un club d’élite racchiuso in una bolla oligarchica, dove lo spazio per le nuove arrivate si è ridotto a un mero esercizio di resistenza.

Nella maggior parte dei casi, i club che salgono dalla Serie B si trasformano in immediate candidate alla retrocessione, dando vita a un fenomeno di “squadre ascensore” che fanno la spola tra i due campionati senza mai riuscire a mettere radici. Il gap tecnico, atletico e strategico non è mai stato così profondo. Una forbice strutturale che riaccende ciclicamente il dibattito sulla necessità di una riforma dei format, caldeggiando il ritorno ad una Serie A a 18 squadre (o persino a 16, come nel periodo d’oro degli anni Ottanta). Ridurre il numero delle partecipanti non sarebbe un mero espediente di calendario per alleggerire i taccuini dei top club, ma una scelta strategica volta a innalzare il livello medio del torneo e a ridistribuire le risorse su un bacino meno frammentato.

In un campionato d’élite più ristretto, la quota salvezza si alzerebbe, la competitività interna aumenterebbe e le stesse neopromosse beneficerebbero di una fetta di diritti TV più consistente per pianificare il mercato. Di contro, però, una simile contrazione rischia di impoverire il bacino della provincia calcistica, sbarrando le porte della massima serie a piazze storiche e riducendo l’esposizione commerciale del prodotto calcio in molte regioni d’Italia. Chi viene promosso, oggi, si trova invece a competere in un torneo a 20 squadre fortemente asimmetrico e a due velocità, dove la salvezza è diventata un’impresa titanica e il divario con le medie potenze del campionato appare, fin dal ritiro estivo, quasi incolmabile.

Il paradosso del “Paracadute”: protezione finanziaria o distorsione del sistema?

Per comprendere la complessità di questa stasi, non ci si può fermare alla semplice lavagna tattica: occorre analizzare la struttura economico-giuridica che governa il sistema. Il fulcro di questo squilibrio risiede in uno strumento tanto discusso quanto cruciale: il cosiddetto “Paracadute”.

Introdotto per attenuare il violentissimo impatto economico che un club subisce al momento della retrocessione, il paracadute è, sulla carta, un ammortizzatore sociale necessario. Quando una squadra scende in Serie B, perde da un giorno all’altro la fetta più consistente dei diritti televisivi, pur rimanendo prigioniera di contratti pluriennali, ingaggi pesanti e investimenti infrastrutturali parametrati sui fatturati della Serie A. Senza questo indennizzo, il rischio di un crac finanziario immediato sarebbe altissimo, trascinando le società nel baratro del fallimento (si veda la sorte toccata, solo per citarne alcune, a Spezia, Salernitana e Benevento, che in poco sono passate da A a C). Dunque il paracadute nasce come uno scudo protettivo per garantire la stabilità del sistema ed il problema sorge quando lo strumento si trasforma involontariamente in un elemento di distorsione della concorrenza. Le ingenti somme garantite a chi retrocede creano un divario economico mostruoso all’interno della stessa Serie B, permettendo ai club retrocessi di pianificare una pronta risalita grazie a risorse inaccessibili per le altre concorrenti. Al contempo, per chi sale in Serie A senza paracadute alle spalle, il mercato diventa una scommessa al buio: investire pesantemente per colmare il gap tecnico col rischio di fallire in caso di retrocessione oppure mantenere un profilo basso accettando una condanna sportiva quasi scritta ai nastri di partenza?

La complessità oltre il dato: come riprogrammare la provincia

Questa frattura tra Serie A e Serie B fa male a tutto il calcio italiano. Quando la neopromossa smette di essere un laboratorio di idee e diventa una vittima sacrificale, l’intero sistema si impoverisce. Si perde l’imprevedibilità, si azzera la progettualità a lungo termine e si normalizza la mediocrità, oltre ad un conseguente abbassamento del prodotto per attrarre investimenti dall’estero.

Uscire da questo vicolo cieco richiede una riflessione complessa. La soluzione non è abolire il paracadute — che resta un presidio di sicurezza finanziaria indispensabile — ma ripensare la redistribuzione delle risorse e quindi i criteri di accesso e sostenibilità del sistema. In quest’ottica, una via d’uscita strutturale potrebbe essere rappresentata dall’introduzione di un tetto salariale, un salary cap sul modello delle grandi leghe statunitensi o sul modello più flessibile che la UEFA sta faticosamente provando ad implementare attraverso il fair-play finanziario. Un intervento di questo tipo, tuttavia, aprirebbe scenari complessi sotto il profilo del diritto comunitario e della competitività internazionale: se da un lato un tetto agli ingaggi livellerebbe verso l’alto l’equilibrio competitivo della nostra Serie A, riducendo le distanze tra i principali club e le neopromosse, dall’altro rischierebbe di trasformarsi in un boomerang geopolitico. Senza un accordo globale e armonizzato tra tutte le principali leghe europee (Premier League in primis), un salary cap autolesionistico e limitato ai soli club italiani decreterebbe l’inevitabile fuga dei top player e il definitivo declassamento internazionale del nostro campionato nei confronti di competitors stranieri non soggetti ai medesimi vincoli. Bisogna, quindi, proteggere le società dai rischi strutturali attraverso regole sostenibili ma condivise, capaci di incentivare il coraggio e la meritocrazia sportiva senza isolare il nostro movimento.

Solo ripensando all’istituto del paracadute, permettendo alla provincia di tornare a respirare l’aria della Serie A senza il terrore del fallimento, il nostro calcio potrà ritrovare quella competitività e quella bellezza che lo hanno reso per anni il miglior campionato del mondo, ove anche a piccole realtà era permesso sognare grazie all’acquisto di grandi campioni.

BIO: MANLIO SANTULLI

Nato e cresciuto a Roma, è un Praticante Avvocato presso il Foro di Roma e Scout per un importante realtà calcistica capitolina. Divide le sue giornate tra i codici e i campi di gioco, cercando di applicare la stessa precisione analitica al diritto ed allo studio del calcio come sistema complesso. Grande appassionato di storia, scrive per esplorare le radici del gioco e le sue evoluzioni ed implicazioni socio-culturali.

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