Qualche giorno fa mi è capitato tra le mani una vecchia pen drive. Al suo interno erano conservate alcune relazioni che avevo presentato anni fa in un seminario di aggiornamento per docenti di scienze motorie e sportive.
Il titolo era emblematico: affrancarsi dalla cultura “insegnativa” per dirigersi verso il tutoring e il mentoring. Rileggendo quei materiali, ho ritrovato una sorprendente attualità, soprattutto se li si osserva alla luce del calcio giovanile di oggi.
Il riferimento teorico era rappresentato dal contributo di Cerini e Rossi, che individuano cinque “intelligenze” dell’insegnante efficace: ermeneutica, progettuale, affettiva, interculturale e riflessiva. Dimensioni che non agiscono separatamente, ma si intrecciano costantemente, restituendo tutta la complessità dell’agire educativo.
A queste si sovrappongono ulteriori elementi profondi – cultura, valori, convinzioni, abitudini – che orientano, spesso in modo implicito, ogni scelta metodologica. La domanda che emerge, oggi più che mai, è la seguente: queste intelligenze valgono anche per l’allenatore di calcio? E, soprattutto, assumono un valore ancora più significativo nel settore giovanile, in particolare nella prima formazione?
Questo articolo nasce proprio da questa riflessione. L’obiettivo è esplorare come tali intelligenze possano essere reinterpretate nel ruolo dell’allenatore, che non è più soltanto trasmettitore di contenuti tecnici, ma facilitatore di apprendimenti, costruttore di ambienti e guida nello sviluppo globale del giovane giocatore.
Nel calcio giovanile, e soprattutto nella prima formazione infatti, allenare non significa insegnare gesti isolati, ma accompagnare il giocatore nella costruzione di senso, significato e intenzionalità all’interno della realtà del gioco. In questa prospettiva, le cinque intelligenze diventano strumenti essenziali per comprendere, progettare, relazionarsi e riflettere.
Più che una semplice trasposizione teorica, si tratta di una vera e propria ridefinizione del ruolo dell’allenatore: da istruttore a educatore, da controllore a facilitatore, da dispensatore di soluzioni a promotore di esperienze.
È in questo passaggio che si gioca, probabilmente, il futuro della formazione calcistica. Dalla cultura della trasmissione al tutoring, mentoring e facilitazione dell’apprendimento: le intelligenze dell’allenatore pertinente.
Nel panorama educativo e sportivo contemporaneo, si assiste a un progressivo superamento della tradizionale cultura “insegnativa”, fondata sulla trasmissione lineare di contenuti, sul controllo e sulla correzione, per orientarsi verso modelli più complessi e situati: tutoring, mentoring e facilitazione dell’apprendimento.
In questa prospettiva, il contributo pedagogico di Cerini e Rossi individua cinque dimensioni fondamentali – definite “intelligenze dell’insegnante efficace” – che risultano estremamente attuali anche nel contesto sportivo e, in particolare, nel ruolo dell’allenatore.Queste intelligenze – ermeneutica, progettuale, affettiva, interculturale e riflessiva – non agiscono in modo isolato, ma si intrecciano continuamente, delineando la complessità della pratica educativa.
A esse si intrecciano ulteriormente cultura, valori, convinzioni e abitudini, che costituiscono il retroterra implicito dell’agire dell’allenatore.
Intelligenza ermeneutica: comprendere prima di intervenire
L’intelligenza ermeneutica riguarda la capacità di interpretare la realtà, leggere i comportamenti e attribuire significato alle azioni dei giocatori. Per un allenatore, ciò significa: comprendere il “perché” dietro ogni scelta, cogliere le intenzionalità emergenti nel gioco, leggere la situazione nella sua globalità (spazio, tempo, compagni, avversari). Non si tratta più di correggere l’errore in modo prescrittivo, ma di riconoscerlo come espressione di un processo adattivo situato.
Valore nell’attività dell’allenatore:
L’allenatore diventa interprete del gioco e del giocatore. Questo consente di spostarsi da una logica di giudizio a una logica di comprensione, favorendo apprendimenti più profondi e autentici. Intelligenza progettuale: costruire ambienti di apprendimento
L’intelligenza progettuale riguarda la capacità di ideare e strutturare contesti significativi di apprendimento
Nel calcio, ciò si traduce nella costruzione di proposte enattive, ovvero configurazioni in cui il giocatore è immerso nella realtà del gioco ed è chiamato a percepire, decidere e agire in modo intenzionale.
L’allenatore, crea ambienti ricchi di vincoli e possibilità, non predetermina le soluzioni, lascia emergere il gioco attraverso l’interazione dei giocatori. Non progetta sequenze rigide, ma esperienze aperte e dinamiche.
Valore nell’attività dell’allenatore:
L’allenatore non trasmette risposte, ma costruisce contesti che rendono possibile la loro emersione. La progettazione diventa un atto creativo e adattivo, profondamente connesso alla realtà del gioco. Intelligenza affettiva: la relazione come motore dell’apprendimento
L’intelligenza affettiva riguarda la dimensione emotiva e relazionale
Un allenatore efficace, riconosce e gestisce le emozioni proprie e dei giocatori, crea un clima di fiducia e sicurezza, valorizza l’errore come occasione di crescita. L’apprendimento non è mai neutro: è sempre attraversato da emozioni, motivazioni e vissuti.
Valore nell’attività dell’allenatore:
La qualità della relazione diventa condizione fondamentale per l’apprendimento.
L’allenatore è un facilitatore di esperienze emotivamente significative, capaci di lasciare tracce durature. Intelligenza interculturale: valorizzare le differenze
L’intelligenza interculturale riguarda la capacità di confrontarsi con la diversità, intesa in senso ampio:
culturale, sociale, affettiva, cognitiva, motoria
Ogni giocatore porta con sé una storia unica, fatta di esperienze, valori e modalità di apprendimento differenti.
L’allenatore efficace, riconosce queste differenze, le accoglie senza giudizio, le valorizza come risorsa per il gruppo.
Valore nell’attività dell’allenatore:
La squadra diventa un sistema ricco e complesso, in cui le differenze alimentano nuove possibilità di gioco e di apprendimento.Intelligenza riflessiva: apprendere dall’esperienza
L’intelligenza riflessiva riguarda la capacità di analizzare la propria pratica, mettere in discussione convinzioni e abitudini e apprendere dall’esperienza
Un allenatore riflessivo, osserva ciò che accade, rielabora le proprie scelte, si apre al cambiamento, non si limita a fare, ma pensa ciò che fa.
Valore nell’attività dell’allenatore:
La riflessione trasforma l’esperienza in apprendimento. È ciò che permette all’allenatore di evolvere continuamente, evitando rigidità e automatismi. L’intreccio delle intelligenze: la complessità dell’agire dell’allenatore
Le cinque intelligenze si intersecano costantemente:
l’interpretazione guida la progettazione, la relazione influenza la comprensione, la riflessione riorienta tutte le dimensioni
A questo intreccio si aggiungono elementi profondi e spesso impliciti:
cultura personale, valori educativi, convinzioni sul gioco e sull’apprendimento, abitudini consolidate. Questi fattori orientano, spesso inconsapevolmente, ogni scelta dell’allenatore. Dall’allenatore istruttore all’allenatore facilitatore
Il passaggio dalla cultura insegnativa al tutoring implica una trasformazione radicale del ruolo:
L’ allenatore istruttore trasmette contenuti, corregge errori, controlla il processo, propone soluzioni.
L’allenatore tutor/mentor, facilita l’apprendimento, interpreta i comportamenti, accompagna il processo, costruisce proposte enattive
L’allenatore diventa così una guida, un facilitatore, un costruttore di significati.
Le cinque intelligenze individuate da Cerini e Rossi offrono una chiave interpretativa potente per comprendere la complessità dell’agire educativo nello sport. Applicate al contesto dell’allenamento, delineano un allenatore capace di:
- comprendere il gioco e i giocatori
- progettare ambienti significativi attraverso proposte enattive
- costruire relazioni autentiche
- valorizzare le differenze
- riflettere continuamente sulla propria pratica
Allenare, in questa prospettiva, non significa più insegnare qualcosa, ma creare le condizioni affinché qualcosa emerga. Ed è proprio in questa emergenza, situata e intenzionale, che prende forma l’apprendimento autentico.











4 risposte
molto interessante e assolutamente condivisibile,
Dobbiamo fare tantissima strada ancora, ma almeno, mi pare di capire, che cominciano gli interrogativi e soprattutto si sente a largo raggio l’esigenza di cambiamento.
Siamo pero’ in ritardo di decenni.
Qualche mese fa ho letto di Giancarlo Antognoni che parlava di addestramento calcistico; mi sono quasi terrorizzato.
Ma non e’ infrequente sentire personaggi ” enormi ” e stimabili del calcio, parlare di insegnamento individuale della tecnica. Ci sono ovunque i nostalgici della forca, del muro; l’altro ieri discutendo con un grosso personaggio, mi diceva che occorre tornare a insegnare ai ragazzi ad aprire ” il piattone “; si chiamava cosi ai suoi tempi. Mi sono inorridito.
Quanto all’articolo, la locuzione ” costruttore di ambienti ” non va bene perche’ l’ambiente e’ solo quello di gioco e lo costruiscono con carattere diveniente e innovante, solo i calciatori, nel momento in cui le cose accadono, con tutta la imprevedibilita’ del mondo. E’ proprio il carattere logico-razionale confezionato a priori che ha rovinato il nostro calcio.
” promotore di esperienze” potrebbe andar bene, ma con ancora maggior slancio, io dire che l’adulto che di volta in volta si trova in contatto con il ragazzo talentuoso, con garbo e delicatezza debba ricoprire il ruolo di ” assistente nella sublimazione del talento “. In Spagna lo hanno capito almeno un quarto di secolo fa.
Noi eravamo infangati nell’addestramento, poi ci siamo zavorrati nell’insegnamento e non riusciamo ad uscirne, non abbiamo capito che anche il calcio deve bussare al metodo Montessori, altrimenti il padel lo ingoia.
“…cinque dimensioni fondamentali che risultano estremamente attuali anche nel contesto sportivo e, in particolare, nel ruolo dell’allenatore. Queste intelligenze non agiscono in modo isolato, ma si intrecciano continuamente, delineando la complessità della pratica educativa.
A esse si intrecciano ulteriormente cultura, valori, convinzioni e abitudini, che costituiscono il retroterra implicito dell’agire dell’allenatore.”
Che dire .. hai detto tutto e oltre .. si trascende la dimensione calcistica, per rientrarci analiticamente, per tornare al globale dell’uomo .. nella suo immenso essere un piccolo puntino nel mondo.
Grazie Prof come sempre .. fonte di grande senso e ispirazione alla riflessione e al miglioramento
Caro Nicola, intanto ti ringrazio del contributo, hai toccato un punto che, più che tecnico, è profondamente culturale. Ed è proprio lì che si gioca la vera partita.
Quello che descrivi non è semplicemente un ritardo metodologico: è una resistenza identitaria. Quando senti figure enormi come Giancarlo Antognoni parlare di “addestramento” o di insegnamento analitico della tecnica, non stai ascoltando solo un’idea… stai ascoltando una visione del calcio che si è sedimentata per decenni e che fatica a lasciare spazio a un paradigma diverso.
Il problema non è il “piattone” in sé. È l’idea che il gesto esista fuori dal gioco. È lì che nasce la frattura.
Hai ragione quando dici che l’ambiente non si costruisce a priori: emerge. È generato in modo diveniente dai giocatori, nella relazione continua tra loro, la palla, gli avversari, lo spazio-tempo. Pensare di “costruirlo” dall’esterno è già, in qualche modo, tradirne la natura.
Per questo la tua proposta di “assistente nella sublimazione del talento” è potente. Perché sposta radicalmente il fuoco:
non più qualcuno che trasmette, corregge, plasma…
ma qualcuno che riconosce, accompagna, amplifica.
È un cambio di postura, prima ancora che di metodo.
Il riferimento al metodo Montessori non è affatto forzato. Maria Montessori parlava di ambiente preparato, ma soprattutto di rispetto per i tempi, per l’autonomia, per l’auto-organizzazione del bambino. Tradotto nel calcio: lasciare che il gioco emerga dal giocatore, non imporre al giocatore una forma di gioco.
E qui tocchi un altro nodo cruciale: noi non siamo solo in ritardo… siamo rimasti intrappolati in due passaggi consecutivi:
prima l’addestramento (esecuzione senza comprensione)
poi l’insegnamento (comprensione senza autenticità)
Ma non abbiamo mai davvero fatto il salto verso l’esperienza situata, vissuta, incarnata.
Quando dici che in Spagna lo hanno capito da almeno 25 anni, è difficile darti torto. Basta pensare a contesti formativi che hanno messo al centro il gioco come dispositivo generativo, più che come applicazione di principi.
E la tua provocazione finale sul padel è tutt’altro che banale: i ragazzi oggi cercano senso, coinvolgimento, immediatezza. Se il calcio continua a proporre modelli rigidi, analitici, lontani dalla loro esperienza, rischia davvero di perdere attrattiva.
Quello che però emerge forte dal tuo messaggio è un segnale positivo: gli interrogativi stanno nascendo. E quando iniziano a incrinarsi le certezze, si apre sempre uno spazio.
Forse il punto non è convincere i nostalgici.
Ma creare contesti così ricchi, autentici e significativi da rendere il vecchio paradigma semplicemente… superfluo.
Se vuoi, possiamo trasformare questo scambio in un pezzo editoriale molto forte: ha già dentro una linea filosofica chiarissima e anche una tensione narrativa notevole.