IL MONDO DEI RAGAZZI È CAMBIATO PER TUTTI GLI SPORT, NON SOLO PER IL CALCIO

C’è un ritornello che accompagna molte discussioni sul calcio contemporaneo: “sono cambiati i tempi”. Allenatori, opinionisti, ex calciatori, tutti evocano i mutamenti storici come causa principale della presunta scomparsa dei fuoriclasse. Eppure, nello stesso tempo, altri sport continuano a produrre talenti generazionali con sorprendente regolarità.

Allora la domanda è inevitabile:

il problema è davvero il mondo che cambia… o è il calcio che non sa più riconoscere (e generare) il talento? Il paradosso: il talento esiste ovunque, tranne che nel calcio? Nel basket emergono continuamente giocatori capaci di ridefinire il gioco. Nel tennis assistiamo a cicli di dominio tecnico e creativo. Nell’atletica, nuovi fenomeni riscrivono i limiti della prestazione umana. Nel calcio, invece, il discorso dominante è nostalgico: si guarda al passato come a un’età dell’oro irripetibile. Ma questa narrazione presenta una contraddizione evidente.

Perché il “mondo moderno” dovrebbe aver impoverito solo il calcio e non gli altri sport?

Se i giovani vivessero davvero in una dimensione alienante, iper-digitale, disincarnata, dovremmo osservare un declino generalizzato del talento.

Ma non è così. DUNQUE, il problema non è (solo) sociologico.

L’alibi perfetto: i “mutamenti storici”

Il riferimento ai mutamenti storici funziona spesso come un alibi elegante. Permette di evitare una riflessione più scomoda: il sistema calcio potrebbe essere diventato incapace di coltivare il talento? Attribuire la responsabilità solo al contesto esterno, che indubbiamente ha il suo peso,  significa deresponsabilizzare: i modelli di allenamento le metodologie didattiche le strutture organizzative le idee di gioco dominanti

È una forma di rimozione culturale: si guarda fuori per non guardare dentro. L’omologazione come nemico invisibile. Il calcio contemporaneo, soprattutto nei settori giovanili, è sempre più caratterizzato da:

  • standardizzazione dei processi
  • controllo esasperato dell’errore
  • anticipazione precoce della tattica adulta
  • centralità dell’allenatore come prescrittore

In questo contesto, il giovane giocatore non è più un esploratore del gioco, ma un esecutore. Il risultato? Giocatori sempre più simili, sempre più “corretti”, sempre meno singolari. Il talento, invece, nasce proprio dalla deviazione, dall’imprevedibilità, dall’adattamento creativo a situazioni non codificate.

Negli altri sport c’è meno controllo, più emergenza. Negli sport dove il talento continua a emergere con forza, si osserva spesso:

  • maggiore libertà espressiva
  • esposizione precoce a contesti autentici
  • apprendimento situato e non lineare
  • valorizzazione delle differenze individuali

Il talento non viene “costruito” in laboratorio, ma emerge dall’interazione viva tra atleta e contesto.

Nel calcio, invece, si tende a ridurre la complessità del gioco per renderla insegnabile, così facendo, si elimina proprio ciò da cui il talento nasce.

Il vero nodo: un problema epistemologico

Il punto centrale non è tecnico, né fisico, né generazionale.

È epistemologico: riguarda il modo in cui il calcio concepisce l’apprendimento e il gioco.

Se il gioco viene visto come:

  • qualcosa da scomporre
  • qualcosa da spiegare
  • qualcosa da controllare

allora il talento diventa un’anomalia, qualcosa da ricondurre alla norma. Se invece il gioco viene inteso come:

  • sistema dinamico complesso
  • spazio di significato emergente
  • esperienza incarnata e situata

allora il talento torna ad essere ciò che è sempre stato: una forma di adattamento superiore alla complessità del reale.

I ragazzi non sono il problema. Dire che “i ragazzi di oggi sono diversi” è una semplificazione pericolosa.

I giovani:

  • sono immersi in nuovi stimoli, è vero
  • hanno modalità cognitive differenti, certo
  • vivono in un ecosistema culturale mutato, ma questo non li rende meno capaci.

Semmai richiede ambienti di apprendimento diversi. Il problema non è che i ragazzi non siano più talentuosi. Il problema è che il calcio spesso non parla più la loro lingua esperienziale. E se il calcio ha smesso di produrre fuoriclasse la ragione non sta nel mondo che è cambiato…

Ma perché ha smesso di essere gioco nel senso più profondo del termine?

Quando il gioco viene ridotto a schema, il giocatore diventa funzione. Quando il giocatore diventa funzione, il talento non serve più. E così scompare. Non perché non esista. Ma perché non c’è più lo spazio per farlo emergere.

Il richiamo ai mutamenti storici è rassicurante, ma insufficiente. Il calcio dovrebbe avere il coraggio di interrogarsi criticamente:

  • su cosa allena
  • su come allena
  • quale idea di giocatore promuove

Perché il talento non è un prodotto del passato. È una possibilità del presente ma solo se il contesto smette di soffocarlo. E rispetto a questo, cosa propongono i burocrati della formazione?

Se il talento sembra scomparso, non è perché il calcio abbia smesso di generarlo, ma perché ha iniziato a filtrarlo, normalizzarlo, addomesticarlo.

E qui entrano in scena i veri protagonisti silenziosi di questa trasformazione: i burocrati della formazione. Non allenatori nel senso pieno del termine, ma esecutori di un’idea di apprendimento ridotta a procedura, a protocollo, a sequenza predefinita. Il loro prodotto principale è l’allenamento individuale analitico, con la gioia di coloro che di tutto questo ne hanno fatto un commercio diffuso:

  • gesto scomposto
  • tecnica isolata
  • ripetizione senza contesto
  • correzione continua

Un mondo sterile, dove tutto è sotto controllo. Un laboratorio senza incertezza, senza avversari reali, senza tempo autentico. Ma il calcio non è questo.

Il calcio è:

  • pressione
  • imprevedibilità
  • relazione
  • significato situato

Allenare fuori da questa complessità significa allenare qualcosa che nel gioco non esiste. E così si formano giocatori tecnicamente “puliti”, ma incapaci di abitare davvero il gioco.

La “partitella” finale è il contentino

E poi, come concessione, arriva lei: la partitella finale. Il momento in cui, dopo aver scomposto, isolato e impoverito il gioco, lo si restituisce ai giocatori come premio.

Ma è un gioco svuotato:

  • senza intenzionalità costruita
  • senza continuità con ciò che è stato fatto prima
  • senza un vero processo di apprendimento

È il paradosso più grande:

  • il gioco, che dovrebbe essere il punto di partenza, diventa il punto di arrivo.
  • Un semplice sfogo.
  • Un riempitivo.
  • Quasi una pausa.

Il risultato: giocatori senza gioco

Da questo modello emergono giocatori che:

  • eseguono ma non comprendono
  • reagiscono ma non anticipano
  • applicano ma non creano.

Giocatori addestrati, ma non educati al gioco. Il talento, in questo contesto, non viene sviluppato:

  • viene progressivamente eroso.

Perché il talento ha bisogno di:

  • libertà vincolata, non controllo assoluto
  • problemi, non soluzioni preconfezionate
  • contesti vivi, non esercizi morti.

La grande contraddizione

I burocrati della formazione inseguono un obiettivo implicito ma molto pericoloso:

  • ridurre l’errore.

Ma nel fare questo non sanno che eliminano anche:

  • l’esplorazione
  • il rischio
  • la scoperta

Ovvero tutto ciò da cui nasce il talento.

È una contraddizione insanabile:

  • più si cerca di controllare il processo, più si distrugge ciò che si vorrebbe ottenere. Restituire il gioco al gioco

Se il calcio vuole tornare a generare fuoriclasse, deve compiere un atto radicale:

  • restituire il gioco ai giocatori.

Questo significa:

  • partire da contesti autentici
  • accettare la complessità invece di ridurla
  • progettare ambienti, non esercizi
  • osservare più che correggere

Significa, in fondo, riconoscere che il gioco non è un mezzo per allenare, ma l’unico luogo in cui l’apprendimento ha davvero senso. Finché il calcio continuerà a essere organizzato da burocrati,produrrà giocatori burocratici:

  • Ordinati
  • Disciplinati
  • Prevedibili

Ma il fuoriclasse è, per definizione, tutto il contrario.

Una risposta

  1. Buongiorno Raffele,
    come sempre, centri un punto assolutamente fondamentale del sistema di campo attuale.
    Taluni personaggi, hanno la ferma convinzione che urlare “terzo uomoo” durante un esercitazione senza avversario, con cinesini aventi la funzione della casa base del baseball, possa avere un transfer diretto verso situazioni vive e dinamiche, in cui la complessità del Gioco la fa da padrona. Taluni soggetti sono gli stessi che cercano di vincolare oltremodo, di pianificare ogni spostamento degli atleti. Ma recentemente se ne è vista una in più: la tristezza e la delusione scavata sul volto in conseguenza ad una proposta di un collega fortemente apprezzata dai calciatori. E lì tante cose diventano chiare e lampanti: non tutti allenano il ragazzo per il ragazzo, per la squadra, per il futuro che lo stesso potrà avere. Il livello successivo prevede allenare per non dover collaborare, starnazzare per sembrare più forti, sicuri, competenti.
    Formare i formatori dei formatori dovrà essere, a mio avviso, la base di campo imprescindibile e dalla quale partire..

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