IL COMO HA SMASCHERATO LA SERIE A

No, non do spago alla narrazione secondo cui il Como stia lottando per un posto in Champions esclusivamente in virtù degli ingenti investimenti delle ultime sessioni di mercato. Dalla promozione in massima serie, la società lariana ha acquistato, tra gli altri, i seguenti calciatori che figurano attualmente in rosa: Alberto Moreno, Sergi Roberto, Nico Paz, Jean Butez, Maxence Caqueret, Ivan Smolčić, Assane Diao, Máximo Perrone, Anastasios Douvikas, Alex Valle, Mërgim Vojvoda, Diego Carlos, Jesús Rodriguez Martin Baturina.

Ridurre il Como a una mera sommatoria di capitali significherebbe ignorare quella trama invisibile che, come negli antichi laboratori degli alchimisti medievali, trasforma la materia grezza in qualcosa di più raro e difficilmente replicabile. Proprio nella capacità di trasmutare talento in armonia collettiva si cela il vero segreto della squadra di Fàbregas: una liturgica costruzione di senso, dove ogni interprete sembra chiamato a occupare e comprendere ogni spazio. Il Como appare oggi come un organismo che pensa il gioco prima ancora di eseguirlo, un piccolo cenacolo calcistico in cui l’estetica diventa funzione.

Il Como avvicina con pazienza la porta avversaria, come se ogni azione fosse una negoziazione tra ordine e improvvisazione. Nico Paz e Perrone sono figure di raccordo in un sistema che sembra voler dialogare con il tempo, mentre i veterani incarnano quella memoria tecnica che impedisce alla squadra di smarrirsi nella frenesia contemporanea.

Il punto è comprendere quale idea di calcio stia tentando di incidere, quasi fosse una stele moderna degna di un proprio codice, come quello di Hammurabi che per primo ordinò il caos in legge. Non sempre sono i protagonisti più attesi a cambiare il corso degli eventi, ma coloro che, sottovalutati, riescono a introdurre una frattura nel presente. Il Como è un luogo fertile dove si sta scrivendo un futuro che prende via via forma. E la sta prendendo grazie a calciatori che, a prescindere dal valore del cartellino, avevano tutto da dimostrare a certi livelli. Al grande pubblico era nota solo una minima parte dei nomi citati nel primo capoverso di questo pezzo.

La stessa Juventus ha investito cifre ben più consistenti, rivolgendosi a calciatori già affermati sul palcoscenico internazionale.Jonathan David, arrivato sì a parametro zero, percepisce uno stipendio lordo di circa 11 milioni di euro: in sostanza, quanto guadagnano complessivamente Douvikas, Perrone, Paz, Rodriguez, Butez, Baturina e Diao messi insieme. E se allarghiamo lo sguardo, Dybala, Mancini, Hermoso, Pellegrini e Cristante — il cui apporto è stato, nella migliore delle ipotesi, modesto — assorbono quasi l’intero monte ingaggi della squadra affidata a Cesc Fàbregas. Numeri che mettono a nudo la fragilità del luogo comune secondo cui “con i soldi sono capaci tutti”.

È un argomento logoro, ripetuto fino alla noia, impermeabile a ogni evidenza contraria. Sintomo di una mentalità che fatica a evolversi. E invece bisognerebbe parlare di progetto. Perché i progetti, quando sono tali, non nascono per accidente né si reggono sugli episodi. L’ascesa del Como risponde a una logica precisa: idee tattiche riconoscibili, uno scouting mirato, una visione moderna che supera la tradizione.

Cesc Fàbregas, liquidato con troppa fretta come un “giochista” da salotto, ha fatto ciò che molti predicano e pochi realizzano: ha costruito una squadra che diverte perché funziona. E, soprattutto, una squadra che vince senza chiedere legittimazione ai santoni della panchina italiana, ai quali ha già impartito più di una lezione. La sua impronta è netta, visibile, quasi ostinata.

Il Como, a differenza di altri, non ha mai confuso il mercato con la vetrina. Non ha speso quaranta o cinquanta milioni per inseguire nomi, ma ha cercato giocatori che altri non hanno saputo — o voluto — vedere. E, ancor più grave per il nostro sistema, non ha avuto fretta di giudicarli. In Italia, un giovane che tarda a sbocciare viene archiviato come errore contabile; a Como, invece, si aspetta. Baturina, rimasto mesi in disparte prima di imporsi, ne è la dimostrazione più semplice e più scomoda.

Il metodo è chiaro: scegliere profili funzionali, coltivarli, inserirli in un meccanismo che privilegia l’attacco alla prudenza, il talento alla rendita, il ritmo all’immobilismo. È, in fondo, ciò che il calcio italiano dice da anni di voler diventare, senza mai avere il coraggio di esserlo davvero. Il Como, semplicemente, lo è stato.

E tuttavia, proprio questo modello apre una crepa che non si può ignorare. Tra le squadre emergenti dei principali campionati europei, il Como è tra quelle che utilizzano meno giocatori del proprio Paese. Gli italiani, in rosa, sono pochissimi, nessuno dei quali con un ruolo centrale.

Un segnale eloquente: possibile che per costruire un progetto credibile si debba guardare quasi esclusivamente all’estero? La risposta, per quanto scomoda, chiama in causa il sistema del Belpaese: una filiera giovanile poco valorizzata, una cultura calcistica che diffida del rischio, richieste economiche spesso sproporzionate e, più in generale, un impoverimento generazionale del talento.

Non stupisce allora che anche il Como, pur beneficiando di questa apertura internazionale, abbia avvertito la necessità di correggere la rotta. L’Head of Development Osian Roberts ha già tracciato una linea: ricostruire una base italiana solida a partire dal settore giovanile. È un proposito serio, ma richiederà tempo. E pazienza, virtù che nel nostro calcio resta merce rara.

BIO: VINCENZO DI MASO

Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.

Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia. 

Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.

Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.

Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.

2 risposte

  1. Concordo. Si torna a due temi chiave per qualsiasi organizzazione: la crescita dall’interno per dare un senso di appartenenza e la definizione di una struttura che funzioni prima di prendere qua e là personale qualificato – ma insieme disfunzionale

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