Non ho chiuso occhio, non ho chiuso occhio stanotte pensando al fatto che un’altra generazione di bambini non si appassionerà al calcio. Perché se torno indietro nel tempo, il primo ricordo che io ho di una partita di calcio sono gli ottavi di finale a Messico ’86, Italia fuori battuta dalla Francia di Platini 2-0. Perché la prima maglia da calcio che ho avuto in regalo da bambino è stata la ’20’ di Pablito (ma ero veramente piccolo) e la prima che ho indossato con consapevolezza è stata la “9” azzurra, con il numero sapientemente incollato sulle spalle con il ferro da stiro dalla mia mamma. Non ho chiuso occhio stanotte perché, quella con la Bosnia doveva essere la partita del coraggio e, invece, si è trasformata nella gara della paura. E parto da questo concetto non perché io ce l’abbia con Gattuso, il solo ad averci messo veramente la faccia, perché anche Rino, che è uno tosto, è stato stritolato da un meccanismo subdolo che nascondiamo sotto il nome di ‘tradizione italiana’: speculare sul risultato, recriminare per un episodio, per un’espulsione mancata, come se non sapessimo che il calcio non è scienza esatta, come se non capissimo che le variabili in una partita sono infinite e gli errori di chi giudica fanno parte del gioco. E pazienza se si perde o non si vince per una decisione errata se abbiamo giocato con coraggio.
L’Italia ha giocato con spirito, anche con abnegazione, anche con la voglia di portare a casa il risultato. È mancato il coraggio, una qualità che il calcio italiano di oggi non ha, in nessuna declinazione, in nessun contesto che manovra il nostro movimento. Non credo, almeno lo spero, che io sia l’unico ad aver pensato, dopo l’espulsione di Bastoni, che sarebbe stato più utile continuare a giocare con due attaccanti, magari scegliendo come sistema di gioco (tanto per rimanere nel linguaggio della tradizione) un 3-4-2 per mantenere la stessa struttura di squadra, non consegnandosi completamente all’avversario, mantenendo una pericolosità (che c’è stata) reale con due giocatori lì davanti, considerando le competenze non eccezionali dei due centrali bosniaci nel rompere la linea in avanti e di darsi coperture in profondità. E invece no, il primo pensiero è stato difenderci a oltranza, sperando in qualche possibile ripartenza, che c’è pure stata, ma con scarsa lucidità. Schiacciati nei nostri 30 metri a remare contro corrente, contro le ondate di una Bosnia che, invece, ha accettato il rischio di prendere gol in superiorità numerica, ma che poi è stata premiata.
Il Ct dell’Under 21, Silvio Baldini, dopo la vittoria contro la Svezia ha detto nell’intervista post-gara alla Rai: “Il calcio ti regala ciò che ti meriti”. E a rileggere questa frase oggi, appare come una sentenza. Parto da questo pensiero tattico sul coraggio, perché poi sento dire in ogni luogo, su ogni campo, dalla grande città al paesino, che le nostre squadre, i nostri ragazzi devono giocare con coraggio. Parole bellissime e condivisibili, ma qual è e dov’è l’esempio più vicino? Dalla Serie C a scendere di categoria abbiamo l’obbligo, e sottolineo l’obbligo, di fare giocare i giovani per accaparrarci qualche contributo oppure per dare l’illusione che facendoli giocare per obbligo (dunque assecondando una forzatura), li faremo crescere dimenticandoci che la base per farli giocare è curarne le qualità, le attitudini e che la crescita passa soprattutto attraverso l’errore o attraverso una partita, un campionato, un torneino di provincia perso. La cultura del risultato ci attanaglia, metterci una medaglia al collo o lo scudettino sulla maglia, è il pensiero permeato dalla paura. Guardiamo all’oggi e mai al domani, scegliamo i giocatori, gli allenatori, i dirigenti in base alla carta d’identità o a logiche di convenienza e rivendiamo questa necessità appellandoci al concetto di esperienza. Esistono giocatori, allenatori, dirigenti più o meno bravi, non più o meno esperti, indipendentemente dalla data di nascita.
Bajraktarević (che gioca nel PSV e ha fatto 33 presenze) e Alajbegović (che gioca nel Salisburgo e ha fatto 36 presenze) sono rispettivamente un 2005 e un 2007 e ci hanno fatto vedere le streghe. Siamo stati capaci di non trattenere allenatori con idee moderne come De Zerbi (Tottenham) o Maresca (campione del mondo con il Chelsea), di non credere nelle qualità di Farioli (allenatore del Porto) e di non dare opportunità a Lisci (tecnico dell’Osasuna). E lo abbiamo fatto in tutte le categorie, perché la Maceratese, in Serie D, ha esonerato un paio di settimane fa un allenatore bravo come Matteo Possanzini, 43 anni, un’idea di calcio solida e con principi e lo abbiamo fatto perché la sua squadra mostrava un calcio troppo propositivo per la quarta serie nazionale: in Serie D non si può fare! E’ stato detto. E’ vero, i risultati (un pochino altalenanti) lo hanno condannato, ma io vi invito a guardare le partite della sua Maceratese: si può imparare moltissimo.
Abbiamo le licenze Uefa per gli allenatori ancora governate dalla logica della graduatoria, dei posti a numero chiuso, di tre corsi all’anno per ottenere l’Uefa A, ma poi abbiamo l’obbligo della suddetta licenza per allenare in Primavera. E’ anti-democratico. “Per fare il fantino non devi essere stato un cavallo”, diceva tempo fa Arrigo Sacchi, la possibilità va data a tutti, perché solo in un contesto aperto viene poi definito il merito di chi è bravo e di chi non lo è.
Tutto questo sarebbe figlio di una rivoluzione a tutti gli effetti, manca il coraggio, dicevo, il coraggio di guardare più lontano dell’oggi, con un occhio al domani, con la possibilità di sbagliare, di imparare attraverso l’errore, di rimettersi in gioco senza piangersi addosso, senza, per questo, restare fermi.

BIO: AUGUSTO DE BARTOLO
Allenatore prestato alla professione giornalistica o giornalista prestato alla professione di allenatore, fate voi. Ho attraversato tutte le categorie, dalla U14 alla prima squadra, in tutti i contesti lavorativi, tra dilettanti e professionisti. Sei anni nel settore giovanile della ‘vecchia Alessandria’ mi hanno cambiato, le stagioni in prima squadra mi hanno maturato. Ho consolidato il mio modo che sta nell’essere costantemente in dubbio, nella volontà di demolire certezze e costruirne di nuove, sempre fedele ai miei principi, aggiustandoli, sistemandoli, adattandoli ma mai stravolgendoli. “Est modus in rebus” dicevano i latini e ciascuno ha il suo e nessuno di questi è migliore di un altro.
Ho allenato le Prime squadre di Vastese in serie D girone F e Vogherese nel girone A. In attesa di nuove opportunità.











3 risposte
Bravo condivido
Complimenti, condivido in pieno .
Sono brasiliano di origini italiane, tra l’altro. Per diverse ragioni (come la scarsa identificazione e rappresentanza della nazionale brasiliana presso la popolazione), ho sempre tifato e seguito la nazionale italiana. Amo l’Italia perché fa parte di me, e la sua assenza ai recenti Mondiali mi ha profondamente deluso.
Inoltre, sono un collega professionista. Ho una laurea in Scienze Motorie e ho lavorato nei settori giovanili di diverse squadre qui in Brasile (dalle serie inferiori alla prima divisione), e posso constatare molte similitudini per quanto riguarda i problemi nello sviluppo dei giovani calciatori e l’organizzazione strutturale del calcio (anche la Federazione Calcistica Brasiliana è tutt’altro che un esempio), ma credo che il tuo testo tocchi un aspetto fondamentale: il CORAGGIO. Credo che sia questo a differenziare il calcio nei due Paesi, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo dei giovani e il loro inserimento nel mondo del calcio professionistico. In Brasile, a causa delle esigenze economiche dei club, i giovani atleti hanno quasi sempre opportunità di approdare al professionismo (a volte saltando anche delle tappe), mentre in Italia il conservatorismo della maggior parte degli allenatori è spaventoso. Qualcosa di profondamente radicato.
Non credo ci sia una mancanza di qualità. Mentre l’Italia, per diverse ragioni, ha avuto grandi difficoltà a formare attaccanti e giocatori più creativi, d’altra parte, in Brasile abbiamo enormi difficoltà a formare centrocampisti che controllino e dettino il ritmo di gioco (Registas, per esempio), poiché nelle categorie giovanili la cultura della vittoria favorisce l’utilizzo di giocatori più forti e fisicamente più “pronti”.
Credo che si tratti piuttosto di un problema culturale e strutturale nel calcio italiano, dove gli allenatori optano quasi sempre per le soluzioni più conservative. Pertanto, ritengo fondamentale, sotto ogni aspetto, evidenziare la mancanza di coraggio, come è stato fatto nel testo. Forse è uno dei punti di partenza per una ripresa del calcio italiano a partire da ora.
Complimenti per la tua riflessione.