Diciamocelo francamente: quanto fastidio provano gli appassionati di calcio ad ogni occasione in cui il campionato si ferma per le soste della nazionale?
Quelli stessi appassionati, e con loro la gran parte degli addetti alla comunicazione, sono coloro i quali dalla mezzanotte del 1 aprile 2026 se la stanno prendendo con l’intero sistema del calcio italiano per la terza mancata qualificazione consecutiva alla fase finale del campionato del mondo.
Sarebbe come se, dopo aver totalmente omesso di accompagnare il proprio figlio (o la propria figlia) durante la crescita, di insegnare le minime regole educative e di aiutarlo in occasione dei momenti di difficoltà, un genitore se la prendesse con quest’ultimo (o quest’ultima) per l’inadeguatezza dei suoi comportamenti.
Il nostro Commissario Tecnico, a fronte del playoff che rappresentava il più importante appuntamento calcistico dell’ultimo quinquennio, ha avuto a disposizione tre soli giorni di lavoro nei quattro mesi che hanno anticipato la partita contro l’Irlanda del Nord.
Da qui si deve partire, non per offrire una giustificazione, ma per comprendere la particolarità del calcio delle nazionali che dev’essere contestualizzato all’interno di un sistema che non lo apprezza e per il quale, forse, rappresenta una scocciatura.
L’Italia esce sconfitta ai rigori dopo una gara, giocata per 90 minuti su 120 in dieci uomini, con molti rimpianti tra i quali spicca un’occasione clamorosa capitata sui piedi di Kean che, solo davanti al portiere, non centra la porta dopo una galoppata in solitario di 50 metri.
I calci di rigore, ovvero l’epilogo degli ultimi trionfi azzurri in occasione del mondiale 2006 e di euro 2020, ci castigano al termine di un incontro che, seppur interpretato con qualche angoscia di troppo, poteva, e forse doveva, essere chiuso con il duplice vantaggio.
Riavvolgendo il nastro, non possiamo tralasciare le difficoltà azzurre palesate durante il primo tempo di Bergamo contro l’Irlanda del Nord, compagine di modesti valori, trafitta dagli azzurri nel momento in cui stava prendendo campo e mettendo paura a casa nostra.
Complice la follia e la scelleratezza di una formula che prevede la finale in gara unica con il sorteggio a stabilire il padrone di casa, in una disciplina in cui il fattore campo riveste ancora una determinante importanza, gli azzurri si sono giocati tutto nei 120 minuti di Zeneca.
Lasciamo ad altri la retorica sul cuore, sullo spirito e la bontà del clima in azzurro (come se le altre nazionali fossero un covo di serpi o di lotte intestine) che tanto sa di ingeneroso nei confronti del precedente CT e ragioniamo sul come una sbagliata lettura a seguito di un maldestro rinvio di Donnarumma (comunque tra i migliori) abbia comportato un’inferiorità numerica a cui la nostra nazionale ha finito per tributare un dazio superiore rispetto a quello che la Bosnia ed Herzegovina era in grado di farci pagare di suo.
Intendiamo affermare che, pur non avendo nulla da obiettare sul cambio di Retegui e pur comprendendo l’esigenza di compattarsi come squadra, l’atteggiamento degli azzurri è stato forse di eccessiva prudenza rispetto al valore dell’avversario.
Nelle rare occasioni in cui la squadra è ripartita ha dimostrato che poteva far male, non fosse altro per le incertezze palesate dalla retroguardia avversaria a cominciare dal portiere.
La parata, tanto fortunosa quanto decisiva, di quest’ultimo sul colpo di testa di Esposito rappresenta l’anticamera dell’eliminazione e l’ingresso nell’inferno calcistico proprio di chi non parteciperà alla coppa del mondo.
Duole constatare che, tanto in partita che ai calci di rigore, i nostri abbiamo mancato di inquadrare la porta. Dalle conclusioni fuori misura di Kean, Di Marco ed Esposito sino ai rigori imprecisi, sembra che ai calciatori azzurri difetti la mira in un football, quello moderno, che in prossimità della porta predilige la conclusione chirurgica alle bordate di un tempo.
E adesso? Prima dei processi sommari destinati, secondo italico costume, a smuovere tutto perché nulla cambi, buttiamo giù qualche considerazione emersa da questo nefasto playoff.
La formula:
Lo ribadiamo, e non perché l’Italia sia uscita: il sistema di qualificazione in vigore in Europa è totalmente iniquo.
Nel momento in cui la fase finale della coppa del mondo si apre a 48 squadre, i posti per le europee scarseggiano.
L’Italia, giunta seconda nel girone esattamente come la nazionale che poi avrebbe trionfato nel 1982, si è trovata in compagnia di altre 15 nazionali divise in 4 diversi percorsi.
Non potendo organizzare, complici i calendari intasati, gare di andata e ritorno, anziché consegnare il vantaggio del fattore campo per sorteggio, sarebbe il caso di rivedere la formula con una sorta di “final four” in campo neutro.
La politica.
Interpretando un sentimento di malcontento diffuso, non erano ancora rientrati i calciatori negli spogliatoi, quando alcune cariche istituzionali di rilievo chiedevano a gran voce le dimissioni ed il repulisti.
Non vogliamo certo opporci al sentimento nazionale ma la componente politica, negli ultimi anni, ha già esondato a sufficienza nello sport.
Dopo che la politica si è garantita l’organizzazione degli eventi che funzionavano benissimo come gli Internazionali di Tennis o le ATP Finals, transitando per una riforma che tanti problemi sta creando alle realtà giovanili sino ad un’evidente polarizzazione in parlamento, l’intento di metter mano al calcio, che rappresenta la disciplina in grado di veicolare il maggior numero di interessi, è evidente da tempo.
Sfruttare il risultato sportivo negativo a fini di interesse politico sarebbe una catastrofe.
Il ministro dello sport, che diserta la finale del torneo di Wimbledon con un italiano presente, da tempo ha mirato il sistema calcio come contesto da occupare.
Attenzione all’eccessivo coinvolgimento del mondo politico italiano perché ogni qualvolta è stato chiesto alla politica di occuparsi di sport, la politica ha finito con l’occupare lo sport.
Federazione
Anche se chi scrive non appartiene al partito secondo cui il risultato sportivo debba valere come parametro per valutare la bontà di un dirigente, il destino del Presidente Gravina appare segnato.
Se interverranno dimissioni o verrà accompagnato alla porta non è dato saperlo.
Un dato che, tuttavia, non dev’essere tralasciato risiede nella percentuale del 98% dei consensi con cui è stato eletto. Circostanza che coerenza vorrebbe veder portare alle dimissioni anche di altri soggetti che ne hanno consentito una rielezione con un simile plebiscito.
Nel tentativo di mantenere elevato il consenso endofederale, Gravina ha chiamato in FIGC Gianluigi Buffon offrendogli il posto di capo delegazione della spedizione azzurra.
Ruolo, quest’ultimo che, prima del suo avvento, veniva ricoperto in occasione dei grandi eventi (mondiale, europeo) e che con l’ex portiere azzurro ha visto ampliare la propria importanza al punto di cancellare la figura del team manager.
La scelta, che crediamo non sia stata apprezzata, almeno nei modi, dall’allora CT Mancini, non ha portato i frutti sperati perché la grandezza del Buffon calciatore, addizionata alla sua storia di uomo a cui piace “metterci la faccia”, non può essere circoscritta ad un ruolo residuale.
Se si porta in Federazione un monumento calcistico simile, gli si deve dare un ruolo di primo piano.
Buffon, a differenza di Gigi Riva, di Oriali e di Vialli, non è persona che dà il meglio di se stesso dietro le quinte.
Se lo volete in Federazione eleggetelo Presidente (sempre che ne abbia le competenze).
Il rischio è che si prenda, non per presunzione ma per naturale propensione, più responsabilità di quelle che la sua funzione prevede. Circostanza che si è puntualmente verificata nel momento in cui, primo capo delegazione nella storia azzurra, se ne è uscito dicendo che la scelta di Gattuso quale Commissario Tecnico era una scelta sua.
Il gioco
È probabile che i processi sommari a cui ci accingiamo ad assistere distolgano l’attenzione da quel particolare talvolta dimenticato secondo cui il calcio è un gioco.
Il nostro massimo campionato non offre granché da questo punto di vista.
Chi scrive non crede che i nostri calciatori siano “scarsi” o inadeguati.
Crede, questo sì, che proprio nei momenti in cui le generazioni non sono floride di talento, un gioco propositivo, di costrutto, di palleggio, finalizzato al controllo della partita, possa migliorare anche i singoli.
Da qualche anno trincerato dietro concetti come “l’uomo su uomo”, sembra che il football di casa nostra goda nel “chiamarsi fuori” dall’evoluzione in campo internazionale. Se è vero che gli allenatori ci insegnano come il sistema di gioco non sia dirimente, è altresì vero come l’applicazione intensiva della difesa a 5, tanto in voga da noi, vada in controtendenza rispetto alla funzione dell’esterno alto capace di puntare l’avversario.
Di sicuro desta notevoli perplessità la circostanza secondo cui i tecnici di casa nostra non perdano occasione di pizzicare e di attaccare Fabregas (talvolta facendo pure dell’ironia), ovvero uno degli allenatori più attenti alla bellezza del gioco, giovandosi in questo dei servigi della stampa e dei media, sempre pronti a negare la bontà delle idee innovative oltre che ligi alla divulgazione della teoria del nostro DNA e della bontà sottesa ad un calcio difensivo.
La guida tecnica
È evidente che, se l’Italia fallisce con tre tecnici differenti la qualificazione (con nel mezzo un pessimo europeo con un quarto allenatore), quello del CT non sia il problema principale.
Il rammarico di chi scrive risiede soprattutto per come si è conclusa l’avventura di Roberto Mancini che, grazie all’impresa del 2021, era riuscito a scavallare la delusione della mancata partecipazione a Qatar 2022, peraltro determinata da circostanze sfortunate quali due rigore decisivi falliti in un girone senza sconfitta.
Appena insediatosi, Mancini aveva portato una visione, un suo credo, ricercando un calcio tendenzialmente propositivo. Vero è che si era andati in difficoltà contro la Spagna in semifinale, ma il suo percorso aveva portato a 34 partite senza sconfitta, la maggior parte della quali caratterizzate da un football gradevole.
Alcuni calciatori avevano trovato la consacrazione (Donnarumma, Barella, Chiesa), altri si erano convinti a rivedere alcuni dogmi (Bonucci, Chiellini).
Se davvero fosse Giovanni Malagò il prossimo presidente federale, un ritorno di Mancini è da escludere?
Altrimenti, se si pensa che la scelta del CT sia la cosa più importante, ricordiamoci di come in tempi bui per la nostra pallavolo, per la nostra pallacanestro e per la nostra pallanuoto, a risollevare le sorti dei rispettivi movimenti siano stati Velasco, Tanjevic e Rudic.
A volte da stranieri, si notano meglio le criticità di un paese…
Concetto, quest’ultimo, tanto vero quanto volutamente non tenuto in considerazione in virtù del nostro DNA per cui praticare un calcio offensivo pare un’eresia nonostante le esperienze positive con i migliori risultati dell’ultimo ventennio portino la firma di Prandelli nel 2012 e di Mancini nel 2021.

BIO: Alessio Rui è nato e vive a San Donà di Piave-VE ove svolge la professione di avvocato. Dal 2005 collabora con la Rivista “Giustizia Sportiva”, pubblicando saggi e commenti inerenti al diritto dello sport. Appassionato e studioso di tutte le discipline sportive, riconosce al calcio una forza divulgativa senza eguali. Auspica che tutti coloro che frequentano gli ambienti calcistici siano posti nella condizione di apprendere principi ed idee che, fatte proprie, possano contribuire ad una formazione basata su metodo e coerenza, senza mai risultare ostili al cambiamento.










4 risposte
La Figc è da riformare dallo statuto in poi.
Solo ex calciatori con non meno di 20 anni in serie A.
Contributi versati dei giocatori stranieri portati al doppio degli italiani.
Poi Una bella Stangata fiscale ai procuratori…di quelle da risanare il debito pubblico. Prosit
Grandissimo Alessio. Davvero eccellente la tua analisi . Completa e profonda per ogni argomento dovrebbe essere un documento da cui partire per provare a ricostituire il mondo calcistico italiano. Perché, se è pur vero che ci sono cicli e periodi storici più fortunati sul piano della qualità degli interpreti e che ci inducono a non escludere la banale accettazione della ” sfiga” rispetto ai destini di una nazionale, molto meglio provare a ragionare in modo più approfondito e quasi scientifico per provare a migliorare il livello del nostro calcio. Le riflessioni di Alessio vanno in questa direzione. Speriamo che in federazione ci siano persone con la stessa competenza.
Nell’analizzare la dettagliata e precisa analisi della partita,al netto della sfortuna ,a mio parere la situazione più determinante è stato l’approccio insufficiente alla partita ,farsi aggredire da una squadra,non sprovveduta ma sicuramente inferiore alla nostra é stato il preludio del fallimento,per quanto riguarda l’allenatore e agganciandomi a quanto da te anticipato in radio allo zio Bergomi ,un cambiamento che potrebbe dare uno scossone al sistema potrebbe essere il considerare la guida della nazionale ad un allenatore straniero e da buon interista l’idea mourinho,anche se per tanti impopolare non mi dispiacerebbe .
Carissimo Adriano,
Il CT straniero è un mio cavallo di battaglia da anni.
Non voglio togliere merito ai nostri ma, nei momenti difficili, dall’esterno si vedono meglio le criticità presenti in un contesto.
Non credo possa capitare.
A Coverciano vi sarebbe la rivoluzione e al primo impiccio vi sarebbero plotoni di esecuzione.
L’esempio dei tre citati nel pezzo, tuttavia, potrebbe essere d’aiuto.