Parrebbe che tre indizi facciano una prova.
Tre.
Già.
Semmai qualcuno ritenesse necessario arrivare ad inanellarne addirittura tre per provare ciò che millant’altri indizi precedenti provavano già.
E c’è poco da investigare sui perché.
Noti, fin troppo noti.
Ripetuti.
Noiosamente blaterati.
Ignorati? Ma nooooo.
Specie se gli indizi di cui sopra si dilatano in un arco temporale tale da determinarne l’inequivocabile epiteto di incontrovertibili.
Perché investigare?
La più grave colpa in ambito investigativo è quella di deformare i fatti per adattarli alle teorie anziché far partorire queste ultime dai primi.
Ma la volontà pare quella di non partorire più nulla.
Non idee, né talenti.
Né dimissioni.
Un intero movimento ridotto ad un sistema gattopardesco.
Fatto di privilegi, manfrine, circoli ossequiosi.
Gioca chi paga e solo chi si affida a chi.
È tutto così grottesco, antiquato.
Come la recente riforma sul calcio giovanile testimonia.
Anacronistica.
Becera.
Ignorante, poiché redatta da chi ignora pressoché tutto.
Studi recenti, risvolti moderni, approdi complessi.
Tutto semplificato perché in fondo è “tutto semplice”.
Il calcio è semplice.
Ripetiamo insieme: è semplice.
E se è semplice perché andarne a scandagliare complessità?
Si fa come abbiamo sempre fatto.
Volutamente rinchiusi all’interno di angusti e masochistici confini volutamente delineati per continuare a raccontarsi la stessa storiella volutamente alienante.
Delirante.
“Noi vinciamo a modo nostro, secondo il nostro DNA”.
Senza coltivare qualità e produrre bellezza non esiste più nessun “modo nostro”.
Quindi perché far crescere talenti individualmente importanti, al passo coi tempi, se poi alla fine bisogna solo speculare, non avere coraggio, non saltare l’uomo, difendere la porta.
Cosa sono queste novità.
Noi si vince così.
Cercando di fare due tiri in porta e chissenefrega se ne subisci trenta, l’importante è che alla fine, non sapendo come, magari fai risultato.
Come negli ultimi tre indizi.
Il mondo va a giocare il mondiale e noi da quel mondo ci siamo esclusi.
Perché non siamo un popolo avvezzo ad accogliere diversità e bellezza.
A inquadrare l’altro come una risorsa.
Le altrui competenze come un punto di riferimento.
Gli altrui successi come momenti di crescita.
No.
Noi siamo italiani.
Tutto il meglio è al di qua del Rubicone.
In un modo o nell’altro si fa a modo nostro.
Mica c’importa notare l’essere avulsi.
Ce la raccontiamo come vogliamo.
È semplice.
Tutto è semplice.
Va tutto bene.
Anche quando tutto va male.
Anche se in fondo, quando andava bene, non era perché era a “modo nostro”.
E no.
C’era qualità, bellezza.
C’era Baggio.
E Rivera, e Maldini.
Gaetano, Franco, il bell’Antonio, l’urlo.
Conti, Pablito.
Facchetti, Antognoni.
Totti, Pirlo, Ale, Fabio, Sandro.
Gigi e Dino.
E millant’altri.
Cos’è successo ai fanciulli italiani?
Nulla.
Sanno ancora giocare.
Meglio da ragazzini, le under insegnano.
Poi però da grandi si guarda gli altri giocare, perché noi si fa così.
E se gli altri giocano tutti a qualcosa di diverso noi non ci adeguiamo, perché noi siamo semplici.
Facciamo quello che si è sempre fatto anche se non si fa più.
Da nessuna parte.
Ma vinciamo a “modo nostro”.
Come? Buh.
La cosa importante è onorare la casualità.
Ma non vinciamo da illo tempore.
E quindi?
Non vorrete mica che tre indizi ci inducano a quel processo estremo noto come “riflessione” o “analisi delle cose” che ci allontana dalla semplicità?
Non abbiamo più talenti e qualità?
Un caso, o al massimo perché non si gioca più per strada.
Tutti gli altri, anche gli ultimi, hanno prepotentemente elevato qualità e organizzazione? Coraggio e bellezza? Hanno coltivato idee e talenti?
Quisquilie.
Tanto poi alla fine vinciamo noi a modo nostro.
Come negli ultimi tre indizi.
Tranquilli.
È tutto molto semplice.

BIO: ANDREA FIORE
Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.











4 risposte
Concordo cn questa analisi lucida. Adesso, solo amento di dispiacere, la colpa sarà data solo a Rino. La partita è stata inguardabile: un gol scaturito da una clamorosa fesseria del portiere e un’altra occasione che è stata praticamente la fotocopia della fesseria dell’uno a zero. A rendere tutto ancora peggiore, il commento sguaiato di Adani, che ha reso l’eliminazione più farsa che tragedia
Beh che dire noi siamo questi noi guardiamo ad oggi è solo ad oggi e neanche al domani perché non ci interessa. Noi non costruiamo niente perché quello che interessa è che noi oggi come singoli ci pregiamo di complimenti perché oggi abbiamo fatto bene senza pensare che la storia ci ha insegnato in ogni cosa che per costruire qualcosa di solido e duraturo ci vuole tempo ma noi tempo e cose durature non ci interessano ci interessa essere ricordati oggi e poi ci si vende nel futuro per quello fatto anni addietro… noi dei ragazzi che poi saranno uomini e dei giocatori e della loro evoluzione e del loro miglioramento non c’è ne frega niente … quindi noi possiamo anche fare riforme ma se non cambiamo una mentalità di 40 anni fa , cosa che gli altri hanno fatto, noi andremo sempre più indietro. Il Como con un allenatore spagnolo e con altra filosofia con ragazzi giovani e ben scelti e con un progetto diverso sono al 4 posto mentre noi pensiamo ancora che sia una moda questa modalità di gioco e non in evoluzione dello stesso e pensiamo anche che fabregas sia un borioso che ci vuole insegnare calcio… abbiamo bisogno di giovani in tutti gli ambiti per avere idee nuove e per progredire!!! Chissà … speriamo.
Il trattamento che riceve Fabregas in Italia è lo specchio della povertà intellettuale e sportiva in cui versa il nostro Paese, nonché dell’invidia argomentativa e contenutistica altrui rispetto alle quali opponiamo il nulla discorsivo, blaterando le solite e giurassiche frasi fatte, addirittura, nonostante tutte le evidenze, esprimendole con una certa, altezzosa, vomitevole, presunta saggezza. Un allenatore di 38 anni che oggi nobilita il nostro campionato, che dovrebbe essere il volto migliore della penisola nell’accezione calcistica, che dovremmo tutelare, esaltare e sperare che resti ancora sul suolo nazionale, viene bersagliato da quella “gente consumata a farsi dare retta” avrebbe apostrofato De Andrè.
Una partita come tante altre.
Sfavoriti dell’espulsione?.
Forse, ma fa parte del gioco.
Guarda caso, proprio il signor Bastoni!.
Una partita come tante altre: mediocre, con interpreti mediocri, in campo, in panchina e nelle stanze dei bottoni.
La partita precedente?.
Altrettanto mediocre, con avversari di livello molto basso.
Tre eliminazioni consecutive, non servono per fare autocritica: eppure, dovrebbero farci rendere conto del basso livello del nostro calcio.
Chi sa puntare l’uomo?.
Chi crea superiorità numerica?.
Magari chi è stato sostituito sulla fascia destra?….