Torniamo a trattare alcuni temi esposti in un precedente articolo.
UNA LETTURA FENOMENOLOGICO-ENATTIVA DEL CALCIO
Nel calcio della prima formazione – quello dei bambini e dei giovani calciatori – spesso l’insegnamento del gioco viene ridotto alla trasmissione di gesti tecnici o di semplici schemi di comportamento. Tuttavia, questa visione rischia di separare la tecnica dal contesto reale nel quale essa acquista senso.
L’approccio fenomenologico-enattivo propone invece una prospettiva differente: il calcio può essere compreso come una lingua che i giocatori imparano a parlare giocando. Come ogni lingua, anche il gioco possiede una propria grammatica, una struttura di relazioni che organizza il significato delle azioni.
In questa prospettiva è possibile interpretare la logica del gioco attraverso una metafora grammaticale composta da cinque elementi fondamentali:
SOGGETTO
PREDICATO
COMPLEMENTI
ATTRIBUTO
APPOSIZIONE
Questi elementi non rappresentano semplici categorie teoriche, ma dimensioni vive dell’azione di gioco, particolarmente importanti nei processi di apprendimento della prima formazione.
Il SOGGETTO del gioco: il giocatore che agisce
Nella grammatica del gioco il soggetto è il giocatore.
È colui che percepisce la situazione, interpreta le relazioni presenti nel campo e agisce di conseguenza. Nella prima formazione questo aspetto è fondamentale: il bambino non deve essere educato a diventare un esecutore di gesti tecnici, ma un soggetto intenzionale del gioco.
Il giovane giocatore:
osserva i compagni
percepisce gli avversari
riconosce gli spazi
decide come agire
Il soggetto non è quindi soltanto il singolo individuo, ma può diventare anche la squadra come unità coordinata, quando più giocatori agiscono insieme per recuperare palla o costruire un’azione.
Nella prima formazione è essenziale creare contesti nei quali il bambino si senta protagonista dell’azione, capace di esplorare e interpretare il gioco.
Il PREDICATO del gioco: la palla
Se il soggetto è il giocatore, il predicato del gioco è la palla.
La palla rappresenta l’elemento che attiva il gioco e organizza le relazioni tra i giocatori.
Intorno ad essa si generano movimenti, cooperazioni e opposizioni.
Nella prima formazione la palla non dovrebbe essere vista solo come uno strumento tecnico, ma come il centro dinamico dell’esperienza di gioco.
Quando la palla si muove:
cambiano gli spazi
cambiano le distanze
cambiano le possibilità di azione
Ogni passaggio, controllo o tiro rappresenta quindi una parola della frase del gioco.
Il bambino impara progressivamente a comprendere che la palla non è soltanto qualcosa da calciare, ma un mezzo per comunicare con i compagni e interagire con il contesto.
I COMPLEMENTI del gioco: il contesto relazionale
Nella grammatica linguistica i complementi completano il significato della frase.
Nel calcio i complementi del gioco sono rappresentati da:
compagni
avversari
spazi
tempo
porte
Essi costituiscono il contesto relazionale dell’azione.
Per un giovane calciatore comprendere il gioco significa imparare a riconoscere queste relazioni:
dove si trova lo spazio libero
dove si muove il compagno
da dove arriva l’avversario
verso quale porta si attacca o si difende
Nella prima formazione il compito dell’allenatore non è spiegare queste relazioni in modo astratto, ma farle vivere ai bambini attraverso situazioni di gioco ricche e variabili.
L’ATTRIBUTO: il gioco che emerge
Un elemento particolarmente interessante della grammatica del gioco è l’attributo.
Nella grammatica linguistica l’attributo qualifica il soggetto. Nel calcio, invece, possiamo interpretarlo come la qualità del gioco che emerge dalle relazioni tra giocatori, palla e contesto.
Il gioco non è qualcosa di completamente predefinito dall’allenatore.
Esso nasce dall’interazione tra:
soggetto (giocatori)
predicato (palla)
complementi (spazio, compagni, avversari)
Da queste relazioni possono emergere diverse forme di gioco:
gioco rapido
gioco combinato
gioco verticale
gioco di ampiezza
gioco di transizione
Nella prima formazione è fondamentale permettere ai bambini di scoprire queste forme di gioco attraverso l’esperienza, piuttosto che imporle rigidamente.
Il gioco non viene insegnato come uno schema, ma emerge progressivamente dalle situazioni vissute.
L’APPOSIZIONE: l’identità funzionale del giocatore
L’ultimo elemento della grammatica del gioco è l’apposizione.
Essa rappresenta la funzione che il giocatore assume nella situazione.
Nel calcio reale le funzioni non sono rigide.
Un giocatore può trasformarsi continuamente:
il difensore può diventare attaccante
il centrocampista può diventare rifinitore
l’attaccante può diventare primo difensore
Nella prima formazione è importante evitare una specializzazione precoce dei ruoli.
I bambini devono poter esplorare molteplici funzioni nel gioco, sviluppando una comprensione più ampia delle dinamiche collettive.
L’apposizione diventa quindi l’identità momentanea che il giocatore assume nella frase del gioco.
LA FRASE DEL GIOCO
Quando questi elementi si intrecciano nasce la frase del gioco.
Per esempio:
un bambino riceve palla, vede il compagno smarcato e gli passa la palla nello spazio libero davanti alla porta.
In questa semplice azione troviamo:
il soggetto (il giocatore che agisce)
il predicato (la palla giocata)
i complementi (compagno, spazio, porta)
l’attributo (il gioco che emerge, ad esempio combinato o verticale)
l’apposizione (il compagno come finalizzatore)
Attraverso queste esperienze il bambino impara progressivamente la lingua del calcio.
Implicazioni pedagogiche per la prima formazione
Interpretare il calcio come una grammatica del gioco comporta alcune importanti conseguenze pedagogiche.
L’allenatore della prima formazione non è l’istruttore di tecnica, ma un progettista di ambienti di apprendimento.
Il suo compito è creare situazioni nelle quali i giovani giocatori possano:
percepire le relazioni del gioco
prendere decisioni
agire in modo significativo
In questo modo il calcio non viene appreso come una sequenza di esercizi, ma come un’esperienza viva e significativa.
I bambini non imparano il gioco memorizzando movimenti, ma giocando, esplorando e interpretando le situazioni.
Proprio come accade quando si impara una lingua, la grammatica del gioco non precede l’esperienza, ma emerge progressivamente dall’uso.
Dopo la grammatica del gioco, introduciamo la LINGUISTICA DEL GIOCO, composta da:
sintassi del gioco
semantica del gioco
pragmatica del gioco
Queste tre dimensioni spiegano come il gioco si organizza, cosa significa e perché viene fatto.
LA LINGUISTICA DEL GIOCO
Sintassi, semantica e pragmatica nella prima formazione del calciatore
Se la grammatica del gioco descrive gli elementi fondamentali dell’azione (giocatore, palla, spazio, funzione), la linguistica del gioco permette di comprendere come questi elementi si organizzano nel tempo e nello spazio.
Nel processo di formazione dei giovani giocatori questa prospettiva è particolarmente importante, perché aiuta a sviluppare non solo abilità tecniche, ma soprattutto intelligenza di gioco.
Come nel linguaggio umano, anche nel calcio possiamo distinguere tre dimensioni fondamentali:
SINTASSI
SEMANTICA
PRAGMATICA
LA SINTASSI DEL GIOCO
Come si organizzano le azioni
La sintassi riguarda l’organizzazione delle parole nella frase.
Nel calcio, la sintassi riguarda l’organizzazione delle azioni nel flusso del gioco.
Non esistono azioni isolate: ogni gesto tecnico è collegato a ciò che accade prima e dopo.
Ad esempio:
controllo → passaggio → smarcamento → tiro
oppure
intercetto → conduzione → passaggio → inserimento
Queste sequenze rappresentano la struttura sintattica del gioco.
Nella prima formazione è fondamentale che i bambini imparino a percepire queste connessioni:
cosa succede prima
cosa succede dopo
come le azioni si collegano tra loro
Per questo motivo le esercitazioni troppo analitiche, isolate dal contesto, non sono per nulla efficaci perché impoveriscono la comprensione del gioco.
I giovani calciatori imparano la sintassi del calcio giocando, perché solo nel gioco reale le azioni si concatenano naturalmente.
LA SEMANTICA DEL GIOCO
Il significato delle azioni
La semantica riguarda il significato delle parole e delle frasi.
Nel calcio la semantica riguarda il significato delle azioni nel contesto del gioco.
Un passaggio, ad esempio, può avere significati molto diversi:
mantenere il possesso
superare una linea difensiva
cambiare lato del gioco
creare una occasione da gol
Il gesto tecnico è lo stesso, ma il significato cambia in base alla situazione.
Nella prima formazione è importante che i bambini comprendano progressivamente il senso delle loro azioni.
Non basta saper calciare bene la palla.
Occorre capire perché e quando farlo.
Questo processo sviluppa la comprensione del gioco, cioè la capacità di riconoscere le opportunità offerte dalla situazione.
LA PRAGMATICA DEL GIOCO
L’intenzione nel contesto
La pragmatica studia come il linguaggio viene utilizzato nelle situazioni reali per raggiungere uno scopo.
Nel calcio la pragmatica riguarda le intenzioni dei giocatori nel contesto della partita.
Ogni azione nasce da uno scopo:
attaccare la porta
creare spazio
aiutare un compagno
recuperare palla
rallentare il ritmo
La pragmatica del gioco è quindi legata a:
intenzione
decisione
strategia situazionale
emozioni
socio-affettività
Nella prima formazione questa dimensione è fondamentale, perché i bambini devono imparare a dare un senso alle proprie azioni.
Quando un giovane giocatore comprende perché fa qualcosa, e soprattutto viene messo nella condizione di risolvere la situazione il suo apprendimento diventa molto più profondo.
DALLA GRAMMATICA ALLA LINGUISTICA DEL GIOCO
Possiamo quindi distinguere due livelli di comprensione del calcio.
LA GRAMMATICA DEL GIOCO
Descrive gli elementi dell’azione
Soggetto (giocatori)
Predicato (palla)
Complementi (spazi, compagni, avversari)
Attributo (gioco che emerge)
Apposizione (funzione situazionale)
LA LINGUISTICA DEL GIOCO
Descrive come il gioco si sviluppa
Sintassi → organizzazione delle azioni
Semantica → significato delle azioni
Pragmatica → intenzioni nel contesto
IMPLICAZIONI PER LA PRIMA FORMAZIONE
Questa prospettiva suggerisce che il compito dell’allenatore non è insegnare tecniche astratte o schemi, ma favorire lo sviluppo della competenza linguistica del gioco.
Il giovane calciatore deve imparare a:
costruire le frasi del gioco
comprendere il significato delle azioni
agire intenzionalmente nelle situazioni
Per questo motivo l’apprendimento più efficace nasce dentro situazioni di gioco autentiche, nelle quali percezione, decisione e azione si sviluppano insieme.
Il calcio, in questa prospettiva, diventa una lingua viva che i bambini apprendono attraverso l’esperienza.












5 risposte
IL Bimbo ha bisogno del Gioco Spontaneo, perchè solo attraverso il quale può costruire la propria sicurezza emotiva. In tale contesto il Bimbo non deve essere diretto dall’adulto, altrimenti rischia di perdere l’autostima e di conseguenza la Fiducia in se stesso. IL Bimbo messo in condizione di eseguire solo schemi predefiniti , mette a rischio la funzione del Gioco trasformandolo in Attività Passiva. Proteggere il Tempo e lo Spazio del Gioco Spontaneo , significa,proteggere il Diritto del Bimbo a Costruire un sè Sano ,Armonioso e Capace di Affrontare le Sfide della Vita. Se si vuole fare Felice un Bimbo è Sufficiente lasciarlo Giocare Spontaneamente.
Mi stà tutto bene, però secondo me il problema stà, a che età del bambino si propongono tali attività, è la conoscenza del bambino e le sue fasi di sviluppo che è scadente nei cosiddetti allenatori formati dalle federazioni e anche dalle Università.
Caro Carmine, Il bambino non è “limitato” in senso rigido dall’età anagrafica, ma dalle opportunità che gli vengono offerte. Se ci muoviamo dentro quella che Zona di sviluppo prossimale, il bambino è assolutamente in grado di affrontare e vivere esperienze di gioco anche complesse, purché queste siano adeguatamente sostenute, accompagnate e rese significative dal contesto.
In altre parole: non è tanto cosa proponiamo, ma come lo proponiamo e con quale sensibilità rispetto al livello di sviluppo del bambino. Situazioni di gioco autentiche, se ben calibrate, diventano perfettamente accessibili e potenti anche nelle prime età, perché parlano il linguaggio naturale del bambino: il gioco.
Sul tema della formazione degli allenatori, sono pienamente d’accordo con te. È evidente la necessità di un profondo processo di aggiornamento: servono competenze reali sullo sviluppo evolutivo, sulla pedagogia e sui processi di apprendimento, non solo conoscenze tecnico-tattiche. Senza questa base, il rischio è proprio quello che evidenzi: proporre attività scollegate dal bambino reale.Il punto, quindi, non è abbassare la complessità del gioco, ma elevare la qualità dello sguardo dell’allenatore
Raffaele,
intanto ti porto i saluti di Peppe Lepore, che ha aperto da tempo una scuola calcio nel Palaveliero di San Giorgio a Cremano. Mi ha detto di essere stato un calciatore allenato da te e di averti trovato anche come allenatore avversario. L’ha detto con un sorriso di grande simpatia. La sua scuola calcio è stata frequentata da un mio nipote (da nonno lo accompagnavo io). Io ho apprezzato molto il comportamento degli addetti ai lavori, sempre basato su educazione e rispetto. Ho notato che tentano di favorire i rapporti umani tra i ragazzi e, ovviamente, anche quelli tecnici.
Ora c’è un altro mio nipote (junior con mio nome e cognome) , non ha compiuto ancora i 5 anni. Non so se è portato per il calcio, al momento corre molto (è veloce), ma difficilmente tocca la palla, durante il gioco, accompagnandone l’azione.
Questo per dire che quando parliamo di scuole calcio di base, alcune considerazioni indiscutibili che leggo sul blog, appaiono lontano sotto due aspetti: a) il costo economico di una scuola calcio con allenatore come quelli ipotizzati; b) cosa ne facciamo dei ragazzi meno portati degli altri.
Sono domande aperte senza risposte certe per me. Ma, poi, mi pongo la domanda: una scuola calcio si base, come quella di Peppe, deve privilegiare la formazione “sociale” del bambino o trasformarsi in un “calciatorificio” (non lo dico in termini negativi).
Quindi, d’accordissimo su quanto tu affermi nella logica di una società semiprofessionistica o professionistica. Ma le piccole realtà di quartiere, che ormai sostituiscono “la strada” e “l’oratorio”, nella parte ludica, come possono conciliare: socialità, divertimento e formazione tecnica per tutti i bambini partecipanti? Soprattutto se di età inferiore ai 10 anni.
Io, decisamente, sono per segmentare la professionalità richiesta in funzione dell’obiettivo principale del settore giovanile (comprendendo l’intero universo delle scuole calcio e delle strutture giovanili delle squadre professionistiche e semiprofessionistiche) nelle sue singole unità.
Ma ringrazio te e gli altri partecipanti perchè mi piace crescere e conoscere le nuove strade e traguardi e poter ragionare e discutere. Il mio vantaggio è di non avere grade profondità di specializzazione, per cui sono molto elastico nel pensiero; il mio svantaggio è non avere grande profondità di conoscenza specifica, perchè questo mi impedisce di vedere le cose in profondità.
Caro Giuseppe,
grazie innanzitutto per le tue parole e per la disponibilità al confronto. Ricambio affettuosamente i saluti a Peppe!
Riguardo alle questioni che poni, sono assolutamente serie e fondamentali. La conciliazione tra socialità, divertimento e formazione tecnica nei bambini al di sotto dei 10 anni è possibile, ma richiede un approccio attento e progettato con cura.
Il punto di partenza, secondo me, è lasciare che i bambini giochino il più possibile, senza forzature. La pratica ludica e spontanea favorisce naturalmente socialità, divertimento e sviluppo motorio. Parallelamente, possiamo introdurre piccole tracce di formazione tecnica integrate nel gioco, senza mai perdere l’autenticità e il piacere dell’esperienza: dribbling, passaggi, conduzione della palla diventano strumenti per esprimersi, non semplici esercizi da ripetere meccanicamente.
Più che segmentare la professionalità in funzione degli obiettivi del settore giovanile, come suggerisci, forse sarebbe meglio integrare: ogni figura può concentrarsi su un compito preciso, armonizzandolo con gli altri, così da offrire un ambiente ricco ma non dispersivo.
Il nostro vantaggio è la curiosità e l’apertura mentale: chi non ha una specializzazione troppo profonda può osservare l’insieme, cogliere le connessioni e proporre idee innovative. Il nostro compito è trovare quella strada che permette ai bambini di crescere giocando, socializzando e imparando, rispettando il loro ritmo e le loro inclinazioni.
Il cammino non è facile, ma sono convinto che con passione e progettualità possiamo creare esperienze autentiche e formative per tutti.
Un abbraccio,
Raffaele