ATTRATTORI E “DISTRATTORI”: REALTÀ AUTENTICA DEL GIOCO E PRIMA FORMAZIONE

Perché il gioco non può essere allenato con i cinesini, le sagome, le paretine e le forche.                   

Nel calcio il comportamento dei giocatori non nasce da movimenti predeterminati né da gesti tecnici isolati, ma dall’interazione continua con alcuni elementi fondamentali che strutturano la realtà del gioco.

Nella realtà autentica del gioco gli attrattori sono quattro: le porte, la palla, i compagni e gli avversari.

Essi costituiscono il vero campo di forze del calcio.

È all’interno di questo sistema dinamico che emergono percezione, decisione e azione. L’attrattore fisso: la porta

Tra tutti gli attrattori del gioco, la porta è l’unico elemento fisso. Rimane immobile e costante per tutta la durata della partita.

Questa stabilità non è un dettaglio secondario: è ciò che polarizza il gioco.

Ogni azione calcistica è orientata verso una direzione precisa: attaccare una porta e difendere l’altra.

La porta rappresenta quindi lo scopo che dà senso alle azioni dei giocatori.

Passaggi, smarcamenti, conduzioni, pressioni e recuperi palla non sono gesti isolati: sono sempre azioni orientate dalla presenza della porta.

Essa crea una tensione permanente che organizza lo spazio e il tempo del gioco.

Gli attrattori mobili: palla, compagni e avversari

Se la porta è l’elemento stabile, tutto il resto del gioco è in continuo movimento.

Tre attrattori cambiano costantemente posizione:

la palla

i compagni

gli avversari

Questi tre elementi producono un ambiente instabile e imprevedibile, che obbliga i giocatori a continui adattamenti spazio-temporali.

La palla è l’attrattore più immediato: ogni suo spostamento modifica l’organizzazione delle squadre, creando nuove opportunità e nuovi problemi.

I compagni rappresentano possibilità di azione: linee di passaggio, sostegni, smarcamenti, combinazioni.

Il loro movimento genera continuamente nuove soluzioni.

Gli avversari, invece, introducono pressione, opposizione e incertezza.

Sono loro a rendere il gioco realmente problematico, costringendo i giocatori a interpretare rapidamente le situazioni.

Il gioco come sistema dinamico

Il calcio è quindi un sistema dinamico complesso in cui il comportamento dei giocatori emerge dall’interazione tra attrattori fissi e attrattori mobili.

La porta orienta il senso del gioco.

La palla, i compagni e gli avversari generano trasformazioni continue dello spazio e del tempo.

Ogni configurazione di gioco è temporanea e irripetibile.

Per questo il giocatore non può limitarsi ad applicare schemi memorizzati: deve percepire, interpretare e adattarsi in tempo reale.

Il gioco non è la somma di gesti tecnici, ma un processo di adattamento continuo alla situazione.

Il limite degli attrattori artificiali

Se gli attrattori reali del calcio sono questi quattro elementi, emerge una domanda inevitabile: che ruolo hanno i cinesini, le sagome, le paratine e gli altri strumenti artificiali?

La risposta è semplice: non sono attrattori del gioco.

Il cinesino non si muove, non reagisce, non interpreta.

Non genera pressione, non modifica le scelte, non crea incertezza.

È un oggetto statico che non appartiene alla logica della partita.

La sagoma non assume alcuna iniziativa.

La paretina non è un compagno con cui stabilire un rapporto socio-affettivo.

Il compagno di squadra non è semplicemente un riferimento spaziale.

È un soggetto intenzionale che:

si muove,

interpreta la situazione,

cambia decisione,

crea nuove linee di passaggio,

genera cooperazione.

Il compagno è quindi una possibilità di azione viva, che cambia continuamente in funzione del contesto.

Se al posto del compagno mettiamo una paretina, questa possibilità scompare.

La paretina:

non si smarca,

non cambia traiettoria,

non percepisce la pressione dell’avversario,

non modifica il proprio comportamento.

Il giocatore non è più costretto a leggere le intenzioni di un altro soggetto, ma semplicemente a indirizzare la palla verso un oggetto fermo.

In questo modo la relazione cooperativa viene ridotta a un atto tecnico isolato, separato dal contesto decisionale del gioco.

Ancora più evidente è ciò che accade quando gli avversari vengono sostituiti da sagome.

L’avversario nel calcio non è un ostacolo statico.

È un problema intelligente, che:

anticipa,

pressa,

chiude linee di passaggio,

modifica continuamente la propria posizione,

costringe l’altro giocatore ad adattarsi.

È proprio l’avversario a generare incertezza, pressione e imprevedibilità, tre condizioni fondamentali del gioco.

La sagoma, invece:

non pressa,

non anticipa,

non cambia posizione,

non reagisce alle azioni del giocatore.

Il risultato è che il giocatore non impara più a risolvere problemi, ma soltanto a eseguire movimenti programmati.

Per non parlare della forca.

Quando l’allenamento sostituisce gli attrattori reali con elementi artificiali, il giocatore impara a orientarsi verso riferimenti che non esistono nel gioco.

Il risultato è una separazione tra gesto tecnico e contesto decisionale.

In sintesi, quando i veri attrattori del calcio vengono sostituiti da oggetti artificiali, il sistema dinamico del gioco si trasforma in qualcosa di completamente diverso.

Il gioco, che è un processo relazionale e adattivo, diventa una sequenza di gesti meccanici.

Il giocatore può anche migliorare l’esecuzione tecnica del movimento, ma lo fa fuori dal contesto che gli dà senso.

Allenare dentro la realtà del gioco

Allenare il calcio significa allora mantenere attivi gli attrattori autentici del gioco.

Significa progettare situazioni in cui:

la porta orienta l’azione

la palla genera problemi

i compagni offrono possibilità

gli avversari creano pressione

Solo dentro questo sistema il giocatore sviluppa realmente le capacità che il gioco richiede: percezione situazionale, anticipazione, adattamento e creatività.

Il calcio non si apprende semplificando, se non addirittura alterando la realtà del gioco, ma abitandone la complessità.

Perché il gioco nasce sempre nello stesso luogo:

dove si incontrano la porta, la palla, i compagni e gli avversari.

Per questo, Il calcio può essere inteso non solo come un gioco di movimento e strategia, ma anche come una forma di linguaggio.

Come ogni linguaggio possiede una grammatica, una struttura interna che organizza le azioni e attribuisce loro senso.

Questa grammatica non è fatta di parole, ma di relazioni tra elementi del gioco. Possiamo rappresentarla attraverso una metafora semplice ma molto efficace: la struttura della frase.

Nel linguaggio, una frase è composta da soggetto, predicato e complementi.

Allo stesso modo, nella realtà autentica del gioco, ogni azione calcistica emerge dall’interazione tra alcuni elementi fondamentali che svolgono funzioni analoghe.

Il soggetto: il giocatore e la squadra

In ogni frase il soggetto è colui che compie l’azione.

Nel calcio il soggetto è rappresentato dal giocatore e dalla squadra come sistema collettivo.

Il giocatore non è un esecutore passivo di istruzioni, ma un soggetto che percepisce, interpreta e agisce all’interno di una situazione.

Le sue decisioni non sono semplici risposte meccaniche, ma atti intenzionali orientati verso uno scopo.

Quando il gioco si sviluppa, non è il gesto tecnico a prendere l’iniziativa, ma il soggetto che interpreta il contesto e decide come agire.

Il predicato: la palla

Se il giocatore è il soggetto della frase, la palla è il predicato.

Il predicato esprime l’azione. Nel calcio l’azione si costruisce sempre attorno alla palla: passarla, controllarla, proteggerla, conquistarla, condurla o calciarla.

La palla è il centro dinamico del gioco.

Attorno ad essa si organizzano movimenti, pressioni, smarcamenti e strategie.

Senza la palla il gioco non prende forma, così come una frase senza predicato rimane incompleta.

I complementi: compagni e avversari

Ogni frase diventa più ricca quando si aggiungono i complementi, che specificano relazioni, direzioni e circostanze.

Nel calcio i complementi sono rappresentati da compagni e avversari.

I compagni introducono possibilità cooperative: linee di passaggio, sostegni, triangolazioni, rotazioni.

Gli avversari introducono vincoli, pressione e opposizione.

È proprio dalla relazione tra questi due poli che il gioco diventa realmente significativo.

Senza compagni non esisterebbe cooperazione; senza avversari non esisterebbe il problema da risolvere.

Il punto della frase: la porta

Ogni frase tende verso una conclusione.

Nel calcio questa conclusione è rappresentata dalla porta.

La porta è lo scopo dell’azione, ciò che orienta l’intero sviluppo del gioco. Tutte le decisioni dei giocatori sono, direttamente o indirettamente, legate alla possibilità di avvicinarsi alla porta avversaria o di proteggere la propria.

In questo senso la porta svolge una funzione simile al punto finale della frase: dà direzione e significato all’intero discorso del gioco.

La frase del gioco

Possiamo quindi considerare ogni azione calcistica come una frase dinamica:

Soggetto → il giocatore o la squadra

Predicato → la palla

Complementi → compagni e avversari

Conclusione della frase → la porta

Il gioco emerge dall’interazione tra questi elementi. Non è una sequenza di gesti isolati, ma un discorso continuo che i giocatori costruiscono insieme mentre la partita si sviluppa. Allenare dentro la realtà autentica del gioco significa permettere ai giocatori di costruire frasi di gioco sempre nuove, sviluppando la capacità di scrivere la situazione, anticipare le intenzioni degli altri e adattarsi continuamente.

Il calcio, in fondo, è un dialogo in movimento.

Un linguaggio collettivo che prende forma quando giocatori, palla, compagni, avversari e porta si incontrano nello stesso spazio e nello stesso tempo.

La prima formazione: costruire il gioco dai giocatori. Nell’approccio fenomenologico-enattivo, la prima formazione è il punto di partenza del processo di apprendimento situato, dove ogni giocatore inizia a esplorare il gioco nella sua autenticità.

In questa prospettiva, la prima formazione è vista come una rete relazionale, piuttosto che a una lista di ruoli o numeri.

Qui l’allenatore ha il compito di creare  ambienti in cui i giocatori possono iniziare a vivere le situazioni e orientarsi verso gli attrattori autentici, per consentire al giocatore di  sperimentare possibilità diverse e comprendere come le relazioni tra attrattori influenzano l’azione.

La prima formazione è quindi un laboratorio naturale di apprendimento situato.

Qui i giocatori devono iniziare a vivere e adattarsi alle dinamiche del gioco reale, piuttosto che a reagire a schemi astratti, o a eseguire e ripetere esercizi

È il primo passo per costruire giocatori capaci di vivere, interpretare e trasformare il gioco, mantenendo sempre il contatto con la realtà autentica del campo.

Il tutto deve sempre essere adeguato alla zona di sviluppo prossimale (ZPD) di ciascun giocatore: il livello di supporto, di sfida e di complessità delle situazioni deve essere adattato sulle possibilità di apprendimento immediate, permettendo al giocatore di espandere gradualmente le proprie capacità senza frustrazione né eccessiva semplificazione. Occorre quindi garantire da subito la presenza dei veri attrattori del gioco, osservare le interazioni proporre piccoli vincoli che mantengano la complessità del gioco senza semplificarla artificialmente, facilitare quando necessario, anche con interventi analitici, purché coerenti con la logica del gioco e orientate al senso situato dell’azione, accompagnando i giocatori dentro la ZPD (zona di sviluppo prossimale – Lev Vygotskij) favorendo apprendimento significativo, autonomia decisionale e adattamento continuo, senza mai interrompere la connessione con la realtà autentica del gioco.

4 risposte

  1. Pasquale, leggo con grande piacere i tuoi scritti, spessissimo condividendoli, ma comunque mi generano sempre riflessioni.

    Per esempio, concordo perfettamente che allenare per la competizione (la partita) è una cosa che va realizzata con le partite. Non sto a ripetere quanto con efficacia hai fatto tu.

    Poi, c’è l’uso della strumentazione esterna (quella immobile), che ritengo possa essere usata per migliorare l’elasticità del fisico (non della mente) nell’aggirare gli ostacoli, o il controllo del proprio corpo per colpire di testa. Tutto questo ovviamente centra poco o nulla con la partita, ma migliora controllo e risposta elastica del fisico.

    Che poi questo sia non solo secondario, ma forse anche insufficiente, lo dimostra ciò che mi è accaduto da militare.

    In addestramento si spara contro sagome che fotografano nemici veri. Ti dico che quando lo facevo avevo un profondo senso di nausea morale. Poi, sempre da militare, sono andato a sparare nel poligono interno, ove con una carabina dovevo colpire il centro di una serie di centri concentrici. Lì mi sono divertito.
    Voglio dire che una cosa è fare un gesto senza un avversario (nemico) di fronte e compagni di supporto, altra sparare a bersagli statici e non umani. Si può migliorare tecnicamente la precisione e l’elasticità, ma poi, oltre ai condizionamenti degli avversari e dei compagni, c’è la propria componente emotiva (Baggio e Baresi hanno sbagliati il rigori più importante della loro vita).

  2. Mi riferisco alla prima formazione, dove il bambino deve essere immerso nella realtà autentica del gioco da subito. È nel gioco che deve imparare e dal gioco che deve apprendere. E a giocare si impara con i suoi elementi.
    Tutto ciò che altera questo processo non è pertinente.

  3. Scusami Raffaele solo adesso mi rendo conto di averti chiamato Pasquale, ero troppo concentrato sul tuo articolo. Oltretutto, Pasquale è un nome a me caro (il mio fratello grande che purtroppo non c’è più).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *