AUGURI A LUCA PELLEGRINI, IL CAPITANO DELLA SAMPDORIA DI VIALLI E MANCINI

Spegne sessantatré candeline il capitano dell’undic blucerchiato più bello e vincente di sempre. Nel corso della mia telefonata di auguri è tornato alla luce non solo l’amore che ancora nutre per la sua squadra, ma anche l’orgoglio di essere stato tra i protagonisti di quel progetto, uno dei più fulgidi miracoli sportivi del nostro calcio

Tra le non poche definizioni che i vari vocabolari danno al termine miracolo, quella che più mi piace è della Garzanti: “cosa o fatto meraviglioso, fuori del comune”. Seguendo questa formulazione concettuale ci rendiamo conto di quanto avesse ragione la mamma di Forrest Gump nel sostenere che i miracoli accadono tutti i giorni. Basta pensare a un padre che ogni mattina si alza prima dell’alba per svolgere un lavoro che detesta, mosso unicamente dall’amore per i suoi cari, o a due persone che si amano per tutta la vita, ritrovando ogni giorno nell’altro la stessa bellezza di un tempo, anche quando i capelli imbiancano e le rughe ne segnano il volto.

Anche il calcio — il gioco che secondo Eduardo Galeano “… somiglia a Dio nella devozione con cui lo seguono molti credenti e nella sfiducia con cui lo qualificano molti intellettuali…” — ha i propri miracoli. Il più conosciuto — anche per effetto del film del 2003, diretto da Sönke Wortmann, che ne racconta la storia — è “Il miracolo di Berna”, ovvero la sorprendente vittoria della Germania Ovest sull’Ungheria di Ferenc Puskás nella finale del Campionato mondiale di calcio del 1954. Tra gli altri miracoli del “Dio pallone” si segnalano lo scudetto vinto dal Verona di Osvaldo Bagnoli nella stagione 1984-1985, la Danimarca Campione d’Europa (selezione alla quale ho dedicato il mio secondo libro), il quinto posto del Chievo all’esordio in Serie A e il Leicester campione d’Inghilterra.

C’è poi la Sampdoria, che in questa galleria di miracoli sportivi merita un capitolo a parte. La società blucerchiata, negli anni d’oro del calcio italiano — quelli nei quali il nostro campionato era a ben ragione considerato il “più bello del mondo” — di fatti capaci di superare ogni speranza o aspettativa ne ha compiuti ben due. Il primo, realizzato sul campo, è quello più noto, quello finito nei libri di storia e che tutti conoscono. Fu realizzato tra il 1985 e il 1994, quando la squadra, dopo decenni da provinciale, si ritrovò a competere con i club più ricchi e titolati d’Italia e d’Europa, riuscendo perfino a vincere uno scudetto, una Coppa delle Coppe, quattro Coppe Italia, una Supercoppa italiana e a giocare una finale di Coppa dei Campioni.

Il secondo miracolo è meno raccontato, ma forse più interessante. Quella Sampdoria — in barba alle ataviche rivalità che da sempre dividono le tifoserie italiane — riuscì a farsi voler bene anche da chi non aveva il sangue blucerchiato, un’eccezionalità di cui era consapevole anche Vujadin Boskov, che non a caso un giorno rivelò: «Sampdoria è come bella ragazza, a cui tutti vogliono dare baci».

Il capitano di quel collettivo meraviglioso, dal 1986 al 1991, fu Luca Pellegrini. Ora devo ammettere che da ragazzino, quando giocando al campetto con gli amici si sogna di fare goal e non di anticipare o contrastare chi tenta di farli, non capivo perché fosse proprio lui il capitano di una squadra che aveva Vialli e Mancini. Anni più tardi, dopo averlo ospitato in una diretta YouTube, tutto mi è apparso chiaro. Non tutti i capitani hanno la classe di Diego Armando Maradona o le doti realizzative di Alan Shearer. Alcuni hanno “solo” l’integrità morale di Gaetano Scirea, e a questi leader silenziosi appartiene a pieno titolo Luca Pellegrini.

La telefonata con la quale gli ho rivolto i miei auguri è stata inviata in un momento non particolarmente fortunato per la Samp, e inevitabilmente la nostra chiacchierata è partita da lì. «Vedere la Sampdoria in Serie B, per di più a metà classifica, immagino faccia male», gli dico.

 «Sicuramente.» risponde con rammarico. «È stato depauperato un patrimonio economico e tecnico incredibile. Purtroppo, quando vengono a mancare passione, competenza e umiltà, e al loro posto subentrano arroganza e presunzione, il rischio è arrivare a situazioni come questa, dove una squadra rischia di diventare una sorta di “bistecca da spolpare”».

Prima che potessi ricordargli che nel calcio non mancano esempi di corretta gestione societaria, è lui stesso a indicarne uno. «Il modello da seguire è rappresentato dai Percassi. Hanno passione, competenza, umiltà e adeguate risorse economiche. La loro Atalanta somiglia alla mia Sampdoria».

Già, la sua Sampdoria. Riprendo la parola per condividere un pensiero che coltivo da sempre. «Per me ci sono solo due strade da seguire se si vuole costruire una grande squadra: quella tracciata dal Real Madrid dei “Galacticos”, che grazie a risorse economiche pressoché illimitate può permettersi i migliori giocatori del mondo; e quella indicata proprio dal tuo indimenticato presidente, il quale tra il 1980 e il 1989 acquistò i migliori giovani in circolazione – Roberto Mancini e Gianluca Vialli su tutti –, li fece crescere insieme e con loro vinse quanto una “Big”.»

Pellegrini approva l’analisi. «Dici bene. Siamo arrivati a Genova da pulcini, e insieme siamo diventati galletti. Lo scudetto arrivò al termine di un percorso di crescita collettivo che coinvolse il presidente stesso, il quale dovette, anno dopo anno, immagazzinare esperienza, perché il calcio ha dinamiche, equilibri e poteri differenti rispetto all’imprenditoria.”

Dalle sue parole emerge tutto l’amore che, dopo 35 anni, continua a nutrire per la società blucerchiata, un sentimento confermato dal coraggio dimostrato nella sfortunata finale di Coppa delle Coppe del 1989 persa contro il Barcellona — quando, pur non essendo in condizioni fisiche ottimali, rimase in campo fino al 49’ — e rimasto immutato anche dopo il doloroso addio dell’estate del 1991. Certo, qualche rimpianto c’è, in particolare per le tante finali perse, un chiodo fisso rimasto anche dopo aver lasciato Genova. «Nell’estate del 1992, durante una tournée con il Milan, feci una chiacchierata con Fabio Capello. Dopo i complimenti per lo scudetto vinto a Genova, il quale ne valeva cinque a Milano o Torino, aggiunse che con il potenziale italiano che avevamo – paragonabile solo a quello rossonero – non avevamo vinto quanto avremmo potuto. Ineffetti, pur avendo vinto molto, avevamo anche perso tanto.»

La sua voce tradisce un filo di mestizia. Per fargli tornare il sorriso gli chiedo dei suoi fratelli, anch’essi calciatori, ed in particolare di Stefano, il quale con la casacca della squadra della mia città, il Monza, nella stagione 1987-88 ha ottenuto una promozione in Serie B e vinto una Coppa Italia di Serie C. «Stanno bene. La salute ci accompagna. Stefano conserva un ottimo ricordo della stagione a Monza, dove ha giocato con Pierluigi Casiraghi, Giovanni Stroppa e Francesco Antonioli».

Parlerei per ore con Pellegrini, che affettuosamente chiamo ‘Capitano’, ma s’è fatta una certa e dobbiamo salutarci. Appena riattaccato il telefono, penso che c’era ancora una cosa che dovevo dirgli: questa Sampdoria avrebbe proprio bisogno di un uomo come lui dietro la scrivania. Vabbè, gliela dirò la prossima volta.

BIO: Davide Pollastri nasce a Monza il 26 marzo 1977.

Fin da giovanissimo manifesta un forte interesse per la lettura e talento per la scrittura.

Tra il 2000 e il 2004 alcuni suoi scritti vengono pubblicati da alcuni importanti quotidiani nazionali.

Nello stesso periodo inizia a fare musica e a farsi chiamare Seven, riuscendo a farsi apprezzare all’interno della scena Hip Hop Underground grazie allo stile scanzonato e all’originalità dei testi.

Nel 2014 scrive e stampa il suo primo romanzo dal titolo “L’Albero della Vanagloria”.

Nel 2016 con il racconto “L’Amore Assente” è tra i vincitori del concorso letterario Stampa Libri realizzato in collaborazione con Historica Edizioni.

Nel 2019 è tra i semifinalisti del “Cantatalento”-Festival di Arese. Sempre nel 2019 realizza alcuni video sulla storia della Juventus e apre su Facebook il Blog “Seven Racconta”; i racconti del Blog, dedicati a tutti quei calciatori capaci di farlo innamorare del “gioco più bello del mondo”, fanno breccia nel cuore di molti appassionati e riscuotono interesse. Alcuni degli ex calciatori protagonisti dei suoi racconti ringraziano pubblicamente Pollastri per le storie scritte su di loro.

Dal 2020 è ospite di importanti trasmissioni web-televisive tra cui ‘Signora Mia’, ‘Che Calcio Che Fa’ e ‘LeoTALK’, condotto dalla nota giornalista Valeria Ciardiello.

Nel 2021 è l’ideatore del programma web ‘Derby d’Italia-Una trasmissione pensata da chi ama il calcio per voi che amate il calcio’.

Sempre nel 2021 esce il suo secondo libro dal titolo “C’era una volta la Danimarca Campione d’Europa”.

Il 20 ottobre del 2021 appare in una puntata di ‘Guess My Age-indovina l’età’, il quiz show trasmesso da TV8 e condotto da Max Giusti.

Nel 2022 esce il suo terzo libro dal titolo “Maccheroni alla Trapattoni”. Dal 2023 collabora con ‘Monza Cuore Biancorosso’ e ‘Fatti Nostri’, un giornale indipendente online dedicato a tutti gli italiani che vivono nelle diverse parti del mondo.

Dal 2024, dopo aver frequentato la scuola di alta formazione per il calcio ‘Elite Football Center’, scrive anche per Sporteconomy.it, market leader nell’informazione applicata all’economia dello sport.

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