Chi si occupa di futures studies — le discipline che studiano scenari e tendenze di lungo periodo — parte sempre da un assunto fondamentale: il futuro non si può prevedere, ma è possibile prepararsi ad affrontarlo. Per farlo, non si costruiscono soluzioni predefinite basate sull’esperienza del passato. Si osservano i segnali di cambiamento, si identificano le tendenze in atto e si anticipano scenari plausibili.
Proviamo a leggere, con le lenti dei futures studies il nuovo Progetto Tecnico del Calcio Giovanile Italiano varato dalla FIGC. Una riforma che, nelle intenzioni, è ambiziosa e condivisibile in molti aspetti: il coordinamento tra Settore Tecnico, Settore Giovanile e Scolastico e Club Italia era una necessità da tempo riconosciuta; il focus sul processo formativo piuttosto che sul risultato è una direzione culturalmente giusta; la figura del Direttore Tecnico come punto di raccordo può essere uno strumento utile. Tutto vero.
Eppure, chi guarda al futuro con metodo non può non chiedersi: questa riforma è costruita per il mondo che verrà, o per il mondo che è già stato?
Il rischio del paradigma retrospettivo
Il rischio più insidioso in qualsiasi processo di riforma è quello che possiamo definire paradigma retrospettivo: costruire soluzioni ottimali per problemi del passato, ignorando che il contesto nel frattempo è cambiato.
Il problema sorge quando la complessità e la velocità del cambiamento rendono questi modelli inadeguati. E il mondo del calcio giovanile — come il resto della società — sta attraversando trasformazioni profonde che nessuna riforma può permettersi di ignorare.
Quali sono, concretamente, alcuni di questi fenomeni di cambiamento?
I bambini di oggi non imparano come i bambini di ieri
Il primo fenomeno riguarda le caratteristiche cognitive e comportamentali delle nuove generazioni. I dati sono chiari e consistenti: negli ultimi vent’anni si registra un aumento significativo delle diagnosi di ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività) e dei profili neurodivergenti in età evolutiva. I bambini che oggi frequentano i settori giovanili di base — tra i 5 e i 12 anni, esattamente la fascia al centro della riforma FIGC — sono cresciuti in un ambiente cognitivamente molto diverso da quello delle generazioni precedenti.
Questo ha implicazioni concrete per chi allena. Un modello di apprendimento basato sulla ripetizione seriale del gesto tecnico — “bisogna toccare di più la palla”, sintesi efficace della filosofia Viscidi — presuppone determinate caratteristiche attentive, una certa tolleranza alla frustrazione, una motivazione intrinseca all’esercizio ripetitivo. Caratteristiche che in molti bambini di oggi sono strutturalmente diverse, non per deficit ma per conformazione neurologica di una generazione cresciuta in un ambiente iperstimolato.
Questo non significa che la tecnica individuale non vada insegnata — significa che il come insegnarla richiede un aggiornamento profondo. Approcci basati sul problem solving motorio, sull’apprendimento per scoperta, sulla variabilità del contesto piuttosto che sulla ripetizione fissa, possono risultare più efficaci per queste generazioni. Non è una opinione: è quanto emerge dalla ricerca in neuroscienze dell’apprendimento motorio degli ultimi quindici anni.
Lo schermo è il vero avversario del campo
Il secondo fenomeno è la trasformazione radicale del tempo libero dei bambini. Il calcio giovanile non compete più — o non solo — con gli altri sport. Compete con YouTube, con i videogiochi, con i social media, con TikTok. Questa non è una considerazione sociologica generica: è un dato strutturale che cambia le condizioni di base su cui si fonda qualsiasi modello di sviluppo del talento.
Per decenni, il calcio italiano ha potuto contare su un patrimonio informale enorme: i bambini giocavano spontaneamente nei cortili, nei campetti, nelle strade. Quell'”allenamento invisibile” — migliaia di ore di gioco libero, creativo, non strutturato — produceva una base tecnica e una familiarità con la palla che il settore giovanile organizzato poteva poi affinare. Quel patrimonio si sta erodendo.
La conseguenza è che oggi il settore giovanile deve farsi carico di un lavoro che prima avveniva spontaneamente. E deve farlo competendo per l’attenzione dei ragazzi con strumenti progettati da ingegneri e game designer di Silicon Valley, ottimizzati per massimizzare il coinvolgimento neurologico.
Di fronte a questo scenario, la risposta non può essere solo “più ripetizioni tecniche”. Deve includere una riflessione sulla motivazione: perché un bambino del 2026 dovrebbe preferire un’ora di esercizi sul campo a un’ora di gaming? La risposta non è scontata, e una riforma che non se la pone rischia di lavorare su una platea che si sta restringendo.
Il progetto FIGC potrebbe investire su format di allenamento che mutuino dalla game design la logica della progressione, del feedback immediato, della sfida calibrata. Non si tratta di “gamificare” il calcio in modo superficiale, ma di capire cosa rende un’esperienza coinvolgente per le nuove generazioni e portarlo nel campo di allenamento.
Le nuove tecnologie: un’opportunità da non sprecare
Il terzo fenomeno è l’accelerazione tecnologica applicata allo sport. Il riferimento alla “moderna tecnologia” nel documento FIGC c’è, ma rimane vago. Vale la pena essere più precisi, perché le opportunità sono concrete e già disponibili.
Il tracking dei dati e la video analisi accessibile anche ai livelli dilettantistici possono permettere ai tecnici dell’attività di base di avere un feedback oggettivo sui pattern di movimento dei ragazzi, sulle abitudini di gioco, sulle aree di miglioramento — senza dover dipendere unicamente dall’occhio dell’allenatore, che resta fondamentale ma inevitabilmente parziale. Le piattaforme di apprendimento digitale possono supportare la formazione continua dei tecnici in modo molto più efficace dei corsi tradizionali. I tool di realtà virtuale e simulazione iniziano ad essere applicati nella formazione percettivo-decisionale degli atleti giovani con risultati interessanti.
Nessuna di queste tecnologie sostituisce la relazione umana tra allenatore e ragazzo — che rimane il cuore irriducibile di qualsiasi processo educativo. Ma ignorarle, o menzionarle senza un piano di implementazione, significa rinunciare a strumenti che le federazioni più avanzate stanno già usando sistematicamente.
Costruire per il futuro, non per il passato
Nulla di quanto scritto vuole sminuire il lavoro di chi ha costruito questa riforma, né l’esperienza e la competenza delle persone coinvolte.
Ma la domanda che i futures studies ci invitano a porci è un’altra: accanto alle competenze sul calcio che è stato, ci sono anche competenze sul mondo che verrà?
Una riforma del settore giovanile non produce risultati in un anno, né in cinque. I bambini che oggi entrano in un settore giovanile di base usciranno — nel migliore dei casi — come calciatori professionisti tra dieci, quindici anni. Il contesto in cui giocheranno e si alleneranno sarà diverso da quello attuale in modi che oggi possiamo solo in parte anticipare.
Costruire per quel futuro richiede non solo esperienza del passato, ma intelligenza prospettica. Ed è questa, forse, la vera sfida che la FIGC si trova davanti.
Allenarsi ai Futuri
Su questo blog, nel corso degli ultimi 2 anni abbiamo provato ad anticipare alcuni scenari di futuri con l’intento di stimolare una discussione:
- Il futuro del calcio giovanile in Europa: https://www.filippogalli.com/2025/07/24/il-futuro-del-calcio-giovanile-in-europa-una-partita-lunga-5-491-308-minuti/
- Il potenziale trasformativo dell’AI: https://www.filippogalli.com/2025/02/04/tactic-ai-lintelligenza-artificiale-trasformera-il-calcio/
- Il futuro desiderato di un calcio più umano https://www.filippogalli.com/2024/10/26/2035-marco-e-la-scuola-calcio-un-futuro-alternativo-e-possibile/
- Il futuro distopico di uno sport condizionato dalle macchine: https://www.filippogalli.com/2024/10/20/2035-un-allenamento-alla-scuola-calcio/
Anche nel libro appena pubblicato “Allenarsi ai futuri: tecniche di Foresight e Scenario Planning”, pensato per sviluppare il pensiero prospettico, è presente un racconto dedicato al calcio giovanile: un esercizio per esplorarne possibili evoluzioni, perché il suo futuro, prima di essere costruito, deve essere reso immaginabile e pensabile.

BIO: Davide Proverbio
Sono nato a Legnano nel 1973 e per passione personale alleno le giovanili di calcio a 7 di una squadra della provincia di Milano iscritta al campionato C.S.I.
Per passione professionale, invece, mi occupo di foresight e alfabetizzazione ai futuri, competenze che l’UNESCO ha dichiarato fondamentali per affrontare le sfide di un mondo complesso e incerto: nel concreto aiuto le persone e le aziende a costruire scenari di potenziali futuri e a riflettere sulle conseguenze personali, organizzative e strategiche.
Credo fermamente che la creatività e il pensiero laterale siano fondamentali per immaginare futuri che ancora non esistono; per questo motivo, nel 2012 ho ottenuto la certificazione all’utilizzo della metodologia Lego® Serious Play® e nel 2014 la certificazione in Business coaching presso la Scuola Universitaria della Svizzera Italiana.
Ho perfezionato le competenze in foresight acquisendo il master in Previsione Sociale presso l’Università di Trento.
Sono autore per Atelier des futurs rivista di foresight e studi di futuri https://atelierdesfuturs.org/ e rappresentante per la Svizzera italiana dell’associazione Futurs https://futurs.world/











3 risposte
Davide, almeno per me sfondi una porta aperta. Su un piano teorico, ci si guarda indietro per comprendere come e perchè siamo quel che siamo. Ma se guardi avanti devi necessariamente esaminare i fattori di cambiamento in atto e proiettare la situazione nel futuro.
In economia per individuare i futuri punti di svolta congiunturali, si studiano i leading indicators, che sono quei segnali che anticipano la svolta congiunturale dell’economia. Ad esempio, negli Usa, un aumento delle polizze assicurative sul lavoro, viene ritenuto un indicatore di prossima discesa congiunturale dell’economia.
In termini sociali, come hai indicato la logica è la stessa ma le analisi di base sono diverse.
Ho molto apprezzato la tua breve ma significativa analisi sociale.
C’era una frase molto usata, nell’indicare che guardare alla sola esperienza passata e alle dinamiche passate, significa “guidare l’auto guardando solo lo specchietto retrovisore.
Tornando al tema in oggetto, io mi ero illuso che finalmente la Federazione coinvolgeva il mondo scolastico, ma Filippo, su mia richiesta precisa, mi ha precisato che si faceva riferimento al mondo delle scuole calcio.
In tal senso guardo con invidia all’organizzazione sportiva americana nella scuola. Da noi, non so se si fanno ancora i giochi della gioventù, ma comunque limitatissimi.
Io sono sempre convinto dell’utilità dei gruppi di lavoro e dei seminari anche di una settimana, dove ci si scambiano le idee e si cercano soluzioni per il futuro.
Qualcuno sa dirmi se la FiGC organizza questi gruppi, soprattutto formati con i tecnici delle migliori società di calcio italiane ed esterni specialisti in particolari materie?
Io non penso solo alla crescita del calciatore, ma del bambino come membro di una società civile più vasta. Il calcio, come tutti gli sport di squadra, aiuta la crescita sociale dei ragazzi, se vissuto e praticato in modo corretto. Il problema non è diventare campioni, ma divertirsi migliorando.
Davide grazie per il prezioso articolo.
Io sono dell’idea che bisognerebbe dare molte più opportunità di fare svolgere Attività Multidisciplinare ai bimbi e ragazzi dall’età Pre-Scolare e Scolare, in questo modo si va a migliorare l’Aspetto Generale Coordinativo. Prendere come esempio dal così detto ” Miracolo Norvegese”. Fare in modo che nelle Scuole Calcio il Bimbo-Ragazzo impara a Giocare a Calcio Divertendosi………Giocando e Confrontandosi Giocando a Calcio.
Mi chiedo ma è necessario partite dalla fine del processo di addestramento e apprendimento? Al netto delle considerazioni lette e che condivido, non bisogna dimenticare che in gran parte del resto del Mondo, lo Sport si fa nelle scuole prima e nei centri poi. Quindi tante ore settimanali. Un primi calci, società dilettante evoluta.. arriva 140/150 ore totali di attività…Nelle Federazioni più evolute sino ai 13/14 anni non ci sono classifiche (da noi anche Finali Regionali Pulcini..punti..numeri..già abituiamo al risultato, non al gioco). Ho fatto il NAG fine anni 70, addestramento..noia..quanti giocatori professionisti dai NAG?Insegnare al Gioco! Sostenere le scelte. Accettare l’errore come parte del Processo. Riconoscere cosa succede in campo e affrontarlo. Ecco alcune delle basi, da integrare e migliorare, ci mancherebbe, per un vero percorso di rinascita del Sistema Calcio.