SUTOR, NE ULTRA CREPIDAM. C’è qualcosa che non torna.
E non è una questione di opinioni.
Il nuovo progetto per il settore giovanile non rappresenta una semplice scelta metodologica alternativa: è il segnale di una frattura ben più profonda, di natura epistemologica.
In altre parole, riguarda il modo stesso in cui si pensa l’apprendimento.
E il problema è evidente.
Separare tecnica e tattica.
Separare individuo e collettivo.
Separare cognitivo e non cognitivo.
Non sono scelte operative innocue: sono il riflesso di una visione riduzionista, analitica, superata.
È un salto all’indietro.
Un ritorno a un’idea di movimento che ricorda più la ginnastica prescrittiva degli anni ’50 che le attuali acquisizioni delle scienze motorie, della pedagogia e delle neuroscienze.
Un’epoca in cui il corpo era marginale, il movimento secondario, e l’apprendimento una questione di esecuzione.
Oggi sappiamo che non è così.
Il sapere motorio non è una somma di tecniche. È una competenza situata, che emerge dall’interazione tra percezione e azione, tra intenzionalità e contesto, tra giocatore e ambiente.
Spezzare tutto questo significa negarne la natura.
Ma il segnale più grave è un altro: l’assenza del “gioco”.
Non è una dimenticanza.
È una dichiarazione implicita.
Se il gioco non c’è, non è pensato.
E se non è pensato, non è centrale.
Eppure è proprio nel gioco che tutto accade:
è lì che si costruisce significato,
è lì che si decide,
è lì che tecnica e tattica smettono di essere parole e diventano azione.
Senza il gioco, si allena una simulazione.
Non la realtà.
E allora l’indignazione non è emotiva.
È professionale.
Perché qui non si tratta di aggiornarsi, ma di capire su quali basi si stia lavorando.
Ogni proposta didattica è sempre figlia di una visione della conoscenza.
E questa visione, oggi, appare chiaramente superata.
CUI PRODEST? A chi giova tutto questo?
Non al gioco.
Non al bambino.
A beneficiarne è un modello ben preciso: quello analitico, individuale, decontestualizzato.
Un modello che funziona proprio perché scompone, semplifica, standardizza.
Un modello controllabile. Riproducibile.
Ma lontano dalla realtà.
In questa logica, anche il “manualetto” per fasce d’età diventa coerente: ridurre la complessità a sequenze predefinite, trasformare l’allenamento in prescrizione.
È il letto di Procuste applicato allo sport:
non si adatta il metodo al giocatore, ma il giocatore al metodo.
E poi c’è la comunicazione.
Toni, gesti, postura: più difesa che visione.
Più arringa che proposta.
Come se si dovesse sostenere qualcosa di cui, in fondo, si percepisce la debolezza.
LA VERA QUESTIONE NON È IL METODO
È decidere cosa vogliamo che sia l’educazione motoria.
Una sequenza di esercizi da eseguire
o un processo complesso, situato, che nasce dal gioco?
Perché il rischio non è sbagliare approccio. Il rischio è molto più semplice — e molto più grave:
un salto all’indietro di un secolo.
E questo, oggi, non è accettabile.












10 risposte
si sente dire che una squadra è lenta .. apparentemente svuotata .. perchè non lavora abbastanza sugli sprint a secco …… sipario …
Perfettamente d’accordo.
Un progetto che risente di conoscenze non adeguate che fanno sprofondare il calcio in una strada di non ritorno.
E’ in sintesi, l’adulto
” molesto ”
” cognitivista ” che non si arrende alla necessita’ di doversi mettere ai lati della scena, consegnando, campo, pallone e gioco ai ragazzi, in uno sport dove contano solo le abilita’ intese come sapienze innate e il loro sviluppo attraverso e nel gioco e praticamente zero le cose che si pretende erroneamente di insegnare..
Se pensi che proporre giochi di strada nelle scuole calcio sia un tornare indietro, significa che non sai cos’è la strada,che non l’hai mai calpestata, che non ti hai insegnato niente emotivamente , socialmente,tecnicamente.La libertà di giocare e fare le scelte da solo.
Questo è giocare . Imparare
Ma io non credo abbiate capito. Io sono d’accordo con ciò che viene scritto nell’articolo però credo che chi ha scritto non abbia ben compreso la riforma e ciò che mr viscidi propone da anni in merito. Egli è un sostenitore della tecnica di ma situazionale (coi possessi di posizione ecc ecc), comprendenti elementi offensivi e difensivi non separabili tra loro in cui il gioco è il maestro stesso.
Ciao Marco, domani usciamo con un altro articolo con delle dichiarazioni che non sembrano andare in quella direzione.
Grazie per il contributo.
Filippo
Buongiorno sono un mister che per scelta “cerca “ di essere utile a ragazzini di 14 anni ( cat. Giovanissimi) età molto delicata perché si vanno a sommare oltre alle difficoltà calcistiche anche quelle scolastiche
Scelta della scuola superiore e tutte le problematiche che ne comportano.
Voglio fare una provocazione:
Mi chiama una mamma di un mio ragazzo e mi mette al corrente di una problematica certificata dalla scuola, e lo stesso ragazzo fatica ad accettare (DSA disturbo dell’attenzione).
Mi chiede se manifesta durate gli allenamenti dei momenti dove fatica nella comprensione …
La mia risposta è stata che il ragazzo non ha nessun problema nel calcio anzi.
È lui che trascina i ragazzi … è lui che prima di altri trova la “soluzione” … e lui il ragazzo che ha più tecnica … e’ lui che trova la giocata più bella e tante volte la decisiva.
Ha delle doti innate … ingabbiarla con delle metodologie e’ tappare le ali a chi aspetta solo di volare.
Ho avuto la fortuna di cucire intorno a lui altri ragazzi similari e complementari nel ruolo. Ma quando si ha la tecnica, questa diventa linguaggio universale.
La società ci targhetta e ci vuole tracciare il percorso… ma forse ci si dimentica che alla base di tutto se non c’è divertimento e piacere di giocare , tutto appiattisce, valori , sentimenti, socializzazione.
Il calcio è una tela da dipingere … i colori sono i ragazzi… il sorriso è la voglia di giocare ed esultare sono l’espressivita del quadro. Chi se ne frega se vado alcune volte con il piede sbagliato … se poi quel piede fa cose fantastiche.
Ricordo le mie rovesciate sull’asfalto dell’oratorio… si cadeva .. si qualche graffio… ma cosa facevamo… oggi questa palestra non c’è più e non potrà più tornare. Ma la scuola può intervenire. Inserire molte più ore di attività fisica settimanali. Lo sport è benessere fisico e mentale.
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Cioa Roberto, bellissimo contributo. Grazie!
Filippo
Istrittore Uefa B 2006. Tempo fa, in una riunione con tanti Istruttori iscritti AIAC sezione VT abbiamo proposto una seduta di allenamento dove, in sostanza, il Conduttore era il Gioco e gli Attori i Bambini che giocavano. Gli Istruttori, sostenevano il Tutto da assistenti del Gioco. È stato bello, i bambini si sono divertiti 90 minuti..nel debrifing…si è parlato della figura del Mister..non era il centro della seduta..per loro non è concepibile…
Capisco Emanuele, il problema spesso risiede li: voler istruire, dare istruzioni (ecco perchè non mi piace il termine istruttore) per sentirsi protagonisti, anzichè accompagnare.
Io l’ho abolita da tempo. Grazie per la risposta