Roberto Baggio, il “Divin Codino”, è stato un esempio di talento puro e cristallino, un artista del pallone che ha incantato il mondo con le sue giocate. Nel giorno del suo cinquantanovesimo compleanno, ci piace celebrare la sua storia come l’emblema dell’importanza della protezione dei punti di forza, anche di fronte alle avversità più grandi.
La vita è per il 10% ciò che ti accade e per il 90% come reagisci a ciò che ti accade. Ed ecco, nella sua storia, una delle prime “prove del fuoco” per il diciottenne Roby, sotto forma di grave infortunio al ginocchio destro con interessamento a crociato e menisco, subito nel 1985, quando la sua stella si è appena accesa in maniera accecante. Giocate da sudamericano, tecnica fuori dal comune, atleticità “moderna”, sono già sotto gli occhi di tutti ma serve oltre un anno di operazioni e di sofferenze prima di rivederle nuovamente dipinte in campo. La lesione è così grave che agli occhi dei medici, tornare a giocare ad alto livello pare fin da subito utopistico. Baggio sceglie invece di lottare, di proteggere il suo talento e di non arrendersi. Soffrendo dannatamente, ma resistendo.
Le imprese del “Raffaello” di Caldogno hanno caratterizzato un’epoca d’oro per tutto il calcio italiano, a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta, con l’addio nel 2004 in un San Siro gremito ed estasiato nell’abbraccio iconico con Paolo Maldini in un Milan – Brescia dai toni surreali.
Nel coaching lo chiamiamo “principio di ripetibilità dei comportamenti”: per questo la storia di questo campione senza tempo ed emblema dell’Italianità, rappresenta pura ispirazione per chi inizia dalla provincia con una valigia carica di sogni, mettendone davanti l’energia e la forza, a dispetto di circostanze sfavorevoli e molto negative, come il fatto di giocare un’intera carriera con un ginocchio e mezzo, come da lui stesso raccontato in più di un’occasione.
La sua rinascita a mò di araba fenice, il suo continuo rialzarsi dopo le svariate cadute legate agli infortuni, il suo Pallone d’oro, sono stati un esempio di forza e di determinazione extra-ordinari. Baggio ha lavorato sodo per recuperare, per ritrovare la forma e la fiducia. E quando è tornato in campo, ha dimostrato che la sua classe era ancora lì, intatta e smagliante.
Il talento è un dono raro e prezioso, che deve essere coltivato e protetto. Baggio ha dimostrato che, anche di fronte alle avversità più grandi, si può aver la meglio per valorizzarlo.
La sua eredità, quella che lo rende indimenticabile, nonché uno dei campioni più amati nella storia calcistica moderna, è un inno alla protezione del talento, un esempio di come la passione e la determinazione possano superare anche gli ostacoli più grandi.
Non è il vano recupero lampo dall’ennesimo infortunio nel 2002, cui non segue la meritata convocazione per l’ultimo mondiale della sua carriera a decretarne il minor valore… O ancora non è il rigore della vita a Pasadena calciato alto, dopo una carrellata lunga un’intera carriera di esemplari pennellate dagli undici metri a scalfirne l’affetto da parte della gente…
L’ispirazione costante per la quale chi ha vissuto, da spettatore e tifoso, le sue vicende, è eternamente grato a Baggio, sta proprio nell’imperfezione, nelle sconfitte e nella sofferenza. Baggio ha ispirato e ispira tutt’ora generazioni di persone che lottano ogni giorno a dispetto del richiamo alla comodità, della tentazione di “mollare”, del cedere di fronte agli ostacoli. Ma gli ostacoli stessi, altro non sono che evidenze capaci di ingigantirsi quando distogli lo sguardo dai tuoi obiettivi, specie se animati questi ultimi dalla magia di un sogno che inizia da quando sei bambino. Perché non è il finale che rende immortale una storia…

Bio: Francesco Borrelli
Francesco è un Mental Coach certificato Acsi – CONI. Oltre alla Laurea in legge presso l’Università degli Studi di Genova, si è formato in PNL attraverso corsi e Master conseguiti nell’ambito di aziende private di cui ha fatto parte. Negli anni ha coltivato la sua passione per lo sport scrivendo per testate giornalistiche liguri, oltre a svolgere il proprio lavoro di consulente d’azienda in ambito bancario. L’attività di Mental Coach lo porta da diverse stagioni ad accompagnare sportivi impegnati a preparare Olimpiadi e Mondiali, oltre a calciatori di tutte le età, agevolandone i rispettivi percorsi e seguendone tutta la trafila giovanile fino all’approdo in prima squadra. Il suo sogno è continuare ad aiutare i giovani calciatori, anche rossoneri, dal suo ufficio a Milanello, di fianco alla “palestra delle leggende”.
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2 risposte
Le due caratteristiche contrastanti che caratterizzavano Baggio erano la sua immensa classe e la alta fragilità fisica.
Ma c’era un altro aspetto importante dell’epoca, Baggio era malvisto da alcuni allenatori, non come persona o fuoriclasse, ma come giocatore di difficile collocazione in un undici.
I pessimi rapporti con Lippi e il rifiuto di Ancellotti di averlo nel Parma, ne sono la testimonianza. Le stagioni più belle, anche perchè inaspettate e fatte quando veniva rifiutato, le ha fatte con Ulivieri nel Bologna e con Mazzone nel Brescia.
Non è un caso che con due allenatori di apparente seconda fascia lui abbia lasciato segni incredibili. Loro di gestire un campione se lo sognavano, per cui misero Baggio nelle condizioni migliori per dare il massimo della sua classe, tenendo presente i suoi problemi fisici.
Il Baggio di Brescia è stato strepitoso.
Poi, onestamente, a livello personale ero convinto e lo sono tuttora, che Baggio fosse superiore a Del Piero; per cui mi sono sempre più convinto che abbia avuto una carriera molto inferiore, non alle sue potenzialità, ma alla realtà calcistica che esprimeva. Purtroppo, un certo tipo di allenatori ne hanno tarpato le ali.
Con questo non sto dicendo che Ancellotti e Lippi non fossero bravissimi allenatori, anzi c’è una loro grande carriera a dimostralo, ma solo incapaci di gestire il genio calcistico di Baggio.
Buongiorno Francesco, concordo con la risposta di Giuseppe Mario Alfredo, sul fatto che abbia dato il meglio di sé, in provincia.
Indubbiamente è stato sfortunato e, come detto una volta da Fabio Capello, pochissimi giocatori italiani hanno avuto una classe superiore e, tra questi, non nominò ne Del Piero ne Totti (comunque, molto bravi anche loro).
Personalmente, credo che negli ultimi 40 anni, l’unico calciatore italiano superiore a Baggio, sia stato Franco Baresi.
Sono anche d’accordo sul fatto che non tutti gli allenatori lo abbiano utilizzato a dovere: d’altronde, non era facile schierare un numero 10 (o 9,5), in certi moduli, mentre per il modo di giocare di Mazzone, Baggio era oro puro.
Per il rigore di Pasadena, pazienza, come per Franco Baresi: ma se vediamo la partita nei suoi 120 minuti, si nota il forte contrasto tra questi due campioni ed in questo caso, Baggio è mancato, mentre Baresi ha fatto, forse, una delle partite più belle della sua carriera.
Ad ogni modo, Baggio mi ha fatto divertire e mi ha fatto apprezzare molto questo gioco.