AUGURI A ROBERTO BAGGIO, L’UOMO CHE NON CI FECE PERDERE IL MONDIALE DEL 1994

Nel giorno del cinquantanovesimo compleanno del campione di Caldogno, è ormai giunto il momento di sfatare una delle più antipatiche fake news del calcio. Non fu il suo rigore a farci perdere la Coppa del Mondo, ma la miglior abilità dal dischetto dei nostri avversari. Il “Divin Codino”, semmai, con 5 gol in tre partite fu il principale artefice della cavalcata — iniziata all’88’ dell’ottavo di finale contro la Nigeria — che ci portò in finale

Fin da piccoli ci viene insegnato che fu Cristoforo Colombo a scoprire l’America e che i vichinghi indossavano elmi ornati di corna. Narrazioni affascinanti, certo, ma prive di fondamento. Cinquecentosei anni prima di Colombo, le coste del Canada erano già state avvistate dal navigatore norreno Bjarni Herjólfsson. Questi, celebrato per l’avvistamento ma anche rimproverato per non aver compiuto uno sbarco esplorativo, cedette poi la sua imbarcazione a un giovane esploratore islandese, Leif Erikson, il quale, dopo aver radunato un equipaggio di 35 uomini, salpò alla volta di quei nuovi territori per approfondirne la conoscenza. Sbarcato a Terranova nel 996, Erikson divenne così il primo europeo a mettere piede nel nuovo mondo.

La ricostruzione — accettata dagli archeologi, condivisa dalla storiografia moderna, confermata da prove materiali e riconosciuta da organismi internazionali come l’UNESCO — ha ricevuto ben due riconoscimenti ufficiali, sanciti da altrettanti presidenti degli Stati Uniti. Il primo risale al 1925, quando Calvin Coolidge indicò Leif Erikson come scopritore dell’America; il secondo al 1964, quando Lyndon B. Johnson proclamò il 9 ottobre “Leif Erikson Day”.

Al popolo vichingo, cui Erikson apparteneva, si lega un altro celebre fraintendimento storico: quello degli elmi con le corna. Il mito, nato nell’Ottocento sotto l’influenza dei costumi indossati dai cantanti lirici protagonisti de L’anello del Nibelungo di Richard Wagner, è, a tutti gli effetti, infondato. A dimostrarlo sono innanzitutto due elmi ritrovati nel 1942 a Viksø, in Danimarca, risalenti al 900 a.C. (non proprio l’epoca delle scorribande vichinghe). Inoltre — come riporta ilportale storiachepassione.it — certe decorazioni tradiscono affinità artistiche con culture lontane dal contesto scandinavo (secondo uno studio pubblicato sulla rivista Praehistorische Zeitschrift, potrebbero perfino avere origini sarde).

Ma cosa permette a delle narrazioni prive di certezze di essere tramandate come verità? La “colpa” è dell’effetto dell’illusione di verità, in inglese Truth Effect, ovvero quella convinzione per cui tendiamo, più o meno consapevolmente, a ritenere vera un’informazione perché ci è stata comunicata moltissime volte e l’abbiamo dunque memorizzata come un fatto assodato.

Anche il calcio, come ogni altro ambito soggetto a dibattiti e discussioni, ha i propri falsi storici. Tra i più noti, c’è un episodio che ci riporta al 17 luglio del 1994, e più precisamente alla finalissima della 15ª edizione del campionato mondiale di calcio. Protagonisti di quell’ultimo atto, giocato al Rose Bowl di Pasadena in un pomeriggio nel quale il termometro toccò punte di 40-42°C, gli azzurri di Arrigo Sacchi e il Brasile di Carlos Alberto Parreira.

Dopo 120 minuti di sostanziale equilibrio, nei quali l’unico momento davvero epico fu il bacio di Pagliuca al palo che mise una pezza al goffo intervento con cui aveva risposto al tiro dalla distanza di Mauro Silva, la contesa arrivò ai rigori. Gli errori di Baresi, Márcio Santos e Massaro e i gol di Albertini, Romário, Evani, Branco e Dunga portarono i verdeoro sul 3-2. Il penalty successivo, calciato da Roberto Baggio oltre la traversa della porta difesa da Taffarel, chiuse la partita. La prima finale decisa ai rigori aveva premiato il Brasile. L’immagine di Roberto Baggio con la testa bassa e le mani sui fianchi divenne fin da subito l’emblema della sconfitta. Negli anni a venire, la percezione secondo la quale l’errore di Roberto Baggio fu l’episodio che ci costò il mondiale si radicò fino a offuscare perfino il ricordo di Arrigo Sacchi. In un articolo per la Gazzetta dello Sport, pubblicato nel 2025, l’ex c.t. scrive infatti: “La differenza tra la mia Italia del 1994 e l’Italia di Lippi del 2006 che ha vinto il titolo è in un rigore: Roberto Baggio lo sbaglia, Fabio Grosso lo segna”. La constatazione di Sacchi, tanto inelegante quanto priva di veridicità, contribuisce a diffondere una visione distorta della storia, consolidando un concetto che — come la scoperta dell’America attribuita a Cristoforo Colombo o gli elmi cornuti dei vichinghi — non è che un falso storico. Vi spiego: anche se il campione col codino avesse segnato, il Brasile, potendo calciare un ultimo e decisivo penalty, avrebbe avuto a disposizione un ulteriore match-ball che al 75,49% avrebbe segnato. A dirlo sono i risultati di uno studio condotto dall’InStat, il quale ha preso a campione 100.000 rigori calciati in 1017 differenti tornei provenienti da 201 paesi diversi: il 75,49% dei rigori calciati, come detto, finisce in rete; il 17,57% viene parato; il 4,07% viene deviato ma non parato; il 2,87% finisce sul palo.

In termini concreti, il Brasile rispettò la statistica dell’InStat, trasformando tre rigori su quattro (75% di realizzazione), mentre l’Italia, anche per effetto delle condizioni non ottimali di Franco Baresi, recuperato a soli 23 giorni da un infortunio al menisco, e di Roberto Baggio, afflitto da una contrattura ai flessori della coscia destra, non raggiunse tale percentuale, condannandosi alla sconfitta.

Ora, è vero — come ha scritto Dimitri Canello sul Corriere del Veneto — che “certe immagini restano nella memoria collettiva come impronte indelebili”, ma chi ricorda Roberto Baggio solo per il rigore di Pasadena fa torto a un campione la cui grandezza trascende quell’errore. Roberto Baggio è stato molto di più dell’uomo sconfitto dal rigore di Pasadena. È stato l’idolo dei miei tredici anni, è stato la massima espressione calcistica della rinomata genialità italiana ed è stato il giocatore più simile a Diego Armando Maradona (chi crede che quest’ultima affermazione sia un’iperbole dovrebbe rivedersi alcune sue giocate e alcuni suoi gol, come quello — solo per fare un esempio — realizzato a San Siro contro il Milan nel campionato 1987-88).

In conclusione: trentadue anni dopo quel maledetto tiro dal dischetto calciato al cielo, è arrivato il momento di assolvere Roberto Baggio, perché il fatto, così come è stato raccontato, non sussiste.

BIO: Davide Pollastri nasce a Monza il 26 marzo 1977.

Fin da giovanissimo manifesta un forte interesse per la lettura e talento per la scrittura.

Tra il 2000 e il 2004 alcuni suoi scritti vengono pubblicati da alcuni importanti quotidiani nazionali.

Nello stesso periodo inizia a fare musica e a farsi chiamare Seven, riuscendo a farsi apprezzare all’interno della scena Hip Hop Underground grazie allo stile scanzonato e all’originalità dei testi.

Nel 2014 scrive e stampa il suo primo romanzo dal titolo “L’Albero della Vanagloria”.

Nel 2016 con il racconto “L’Amore Assente” è tra i vincitori del concorso letterario Stampa Libri realizzato in collaborazione con Historica Edizioni.

Nel 2019 è tra i semifinalisti del “Cantatalento”-Festival di Arese. Sempre nel 2019 realizza alcuni video sulla storia della Juventus e apre su Facebook il Blog “Seven Racconta”; i racconti del Blog, dedicati a tutti quei calciatori capaci di farlo innamorare del “gioco più bello del mondo”, fanno breccia nel cuore di molti appassionati e riscuotono interesse. Alcuni degli ex calciatori protagonisti dei suoi racconti ringraziano pubblicamente Pollastri per le storie scritte su di loro.

Dal 2020 è ospite di importanti trasmissioni web-televisive tra cui ‘Signora Mia’, ‘Che Calcio Che Fa’ e ‘LeoTALK’, condotto dalla nota giornalista Valeria Ciardiello.

Nel 2021 è l’ideatore del programma web ‘Derby d’Italia-Una trasmissione pensata da chi ama il calcio per voi che amate il calcio’.

Sempre nel 2021 esce il suo secondo libro dal titolo “C’era una volta la Danimarca Campione d’Europa”.

Il 20 ottobre del 2021 appare in una puntata di ‘Guess My Age-indovina l’età’, il quiz show trasmesso da TV8 e condotto da Max Giusti.

Nel 2022 esce il suo terzo libro dal titolo “Maccheroni alla Trapattoni”. Dal 2023 collabora con ‘Monza Cuore Biancorosso’ e ‘Fatti Nostri’, un giornale indipendente online dedicato a tutti gli italiani che vivono nelle diverse parti del mondo.

Dal 2024, dopo aver frequentato la scuola di alta formazione per il calcio ‘Elite Football Center’, scrive anche per Sporteconomy.it, market leader nell’informazione applicata all’economia dello sport.

2 risposte

  1. Buongiorno Davide, complimenti per l’articolo, a proposito di sacchi, quando gli chiedono del gol di baggio alla Nigeria, per lui il merito è di Mussi che gli passa la palla!!! Un altro falso storico duro a morire è Napoleone che ruba la Gioconda! Ciaoooo!

  2. Complimenti bellissima articolo,si nota tanta passione,e tanta professionalità,ti auguro il meglio sempre, complimenti

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