IL CONFRONTO IMPOSSIBILE TRA EPOCHE DIVERSE

La celebre massima di Marcello Truzzi, resa popolare da Carl Sagan, «affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie» resta un cardine dello scetticismo epistemico. Tradotto dal gergo filosofico al linguaggio del pallone: più una tesi suona clamorosa o contraria al buon senso storico, più deve poggiare su dati solidi e verificabili, non su nostalgie da bar sport o su ricordi filtrati dal tempo.

Il principio torna utile quando si scivola nel terreno, spesso ideologico, dei confronti tra calciatori di epoche diverse. Con frequenza quasi liturgica si ascoltano sentenze apodittiche: «Maradona oggi segnerebbe 70 gol», «Van Basten 55», «Ronaldo 60». Numeri sostenuti da una narrazione ricorrente: calcio moderno impoverito, Serie A decadente, arbitri troppo protettivi verso gli attaccanti e difensori contemporanei ritenuti inferiori per scuola e mestiere. Non manca chi evoca addirittura una presunta involuzione tattica e tecnica.

Nessuno mette in discussione la grandezza di fuoriclasse come Maradona, Zico, Ronaldo, Baggio, Platini o Gullit, né l’arte difensiva di monumenti quali Baresi, Maldini o Vierchowod. Se il confronto si limita alla raffinatezza tecnica o alla cultura del gesto, il consenso è ampio e spesso fondato. Ma sostenere che un campione di trent’anni fa sarebbe automaticamente dominante oggi equivale a formulare un’asserzione straordinaria, che richiederebbe prove altrettanto straordinarie.

Alcuni parametri si possono misurare: velocità massima, precisione esecutiva, biomeccanica del gesto. Altri, forse i più decisivi, sfuggono ai numeri: contesto tattico, densità degli spazi, intensità dei ritmi, complessità delle letture collettive. È in questa zona grigia che prosperano le nostalgie più ardite.

Conta anche la materia prima. I palloni di una volta, in cuoio pieno, assorbivano acqua e diventavano sempre più pesanti. Quelli moderni sono progettati per offrire controllo e risposta elastica. Gli scarpini erano rigidi e poco ergonomici, lontanissimi dalle calzature odierne studiate tra biomeccanica e materiali sintetici. Le maglie si inzuppavano di sudore e pioggia, trasformandosi in zavorre. Sono variabili che incidono sulla prestazione tanto quanto il talento.

È altrettanto vero che campioni come Maradona hanno giocato su campi sconnessi, in un calcio dove il contatto fisico godeva di una tolleranza arbitrale oggi impensabile. Ma il confronto con il presente va oltre la retorica della durezza. Il calciatore moderno beneficia di preparazione scientifica, nutrizione mirata, fisioterapia avanzata e protocolli di recupero che hanno cambiato la natura stessa della carriera sportiva.

Gli esempi emblematici chiariscono la complessità del paragone. Se Messi fosse emerso negli anni ’80, il suo disturbo della crescita avrebbe potuto impedirgli di diventare professionista. Viceversa, un Van Basten nato oggi avrebbe probabilmente prolungato la propria carriera grazie alla medicina sportiva moderna, magari con la longevità di un Lewandowski o di un Benzema. Sono conseguenze dirette dell’evoluzione scientifica.

Molti sottolineano, a ragione e non a torto, l’intensità del calcio odierno, dimenticando però il vantaggio strutturale dei giocatori moderni in termini di monitoraggio dei carichi, recupero e allenamento. Da qui nasce un paradosso: teletrasportare un fuoriclasse contemporaneo nel calcio di quarant’anni fa, mantenendo al suo fianco lo staff moderno, potrebbe renderlo dominante. Tuttavia, immaginare un atleta come Haaland o Saliba crescere negli anni ’80, senza quell’ecosistema scientifico, porta a scenari ben diversi.

Basti pensare a difensori come Konaté, Rüdiger o Van Dijk: strutture fisiche e prestazioni atletiche rese possibili dai progressi della scienza sportiva. Konaté, un centrale da 1,94 per 95 chili capace di superare i 36 km/h, catapultato negli anni ’80, sarebbe apparso un alieno. Non perché i difensori di allora fossero inferiori come scuola, ma perché appartenevano a un’altra fase evolutiva del gioco.

Si può discutere se il calcio contemporaneo offra meno raffinatezza tecnica individuale rispetto ad alcune epoche auree. Ciò che appare evidente è il predominio dell’intensità, del pressing organizzato e della preparazione atletica. Rivedendo oggi una gara dei Mondiali di Spagna ’82, il ritmo può sembrare da moviola. Ma questa percezione non diminuisce il valore dei protagonisti di allora: riflette semplicemente un contesto evolutivo differente.

Ricordo una frase letta da ragazzo su un libro dedicato ai più grandi campioni dello sport: «Merckx il più forte di sempre, Coppi il più grande di sempre». Se l’Airone fosse stato proiettato negli anni Settanta avrebbe probabilmente sofferto il salto tecnologico e atletico; ma catapultando il Cannibale negli anni Quaranta e Cinquanta, forse sarebbe stato Coppi a prevalere. La grandezza è sempre figlia del proprio tempo.

Esistono, certo, fenomeni trasversali alle epoche. Maradona, Pelé, Eusébio o Gullit erano avanti non solo tecnicamente ma anche fisicamente. Gullit era un colosso; l’argentino, il brasiliano e il portoghese risultavano inafferrabili per rapidità e progressione oltre che per talento. È plausibile immaginare che un’élite di questo livello avrebbe trovato spazio anche nel calcio moderno. Ma parliamo di eccezioni, non di regole universali.

Un discorso a parte meritano i portieri e le palle inattive, spesso evocate con eccessiva leggerezza nei confronti tra epoche. Gianluigi Buffon ha ricordato più volte come l’evoluzione del ruolo abbia cambiato radicalmente il paesaggio dell’area di rigore: i portieri moderni sono mediamente più alti, più preparati atleticamente e soprattutto più esplosivi nei primi metri. E non va tralasciato il discorso relativo al metodo: studio delle traiettorie, preparazione specifica, analisi video e lavoro quotidiano sui dettagli.

Lo stesso vale per le punizioni. Non è affatto scontato, come qualcuno ha sostenuto con affetto nostalgico, che un fuoriclasse del passato segnerebbe oggi con la stessa frequenza su calcio piazzato. È vero, come ricorda Baggio, che un tempo la barriera a 9,15 metri veniva spesso “interpretata” con maggiore elasticità; ma oggi i giocatori in barriera sono mediamente più alti, le squadre utilizzano accorgimenti tattici come il cosiddetto “coccodrillo” per coprire i tiri rasoterra e, soprattutto, i portieri possiedono reattività ed esplosività superiori. La qualità del tiratore resta, ma cambiano le condizioni che ne determinano l’efficacia.

Come parametrare, allora, le differenze? Un tempo si giocava su campi improbabili, con palloni spartani e difensori meno scolpiti ma più tollerati dagli arbitri. Oggi ogni giocatore è un atleta completo, inserito in sistemi di gioco ad altissima intensità. Nei principali campionati molti percorrono oltre undici chilometri a partita. Due mondi paralleli.

Il calcio evolve con velocità vertiginosa: una tattica efficace dieci anni fa può diventare oggi obsoleta. Il Barcellona del tiki-taka venne travolto in breve tempo da un Bayern dominante per intensità, salvo poi assistere a nuovi equilibri nel giro di poche stagioni. Se bastano pochi anni per cambiare paradigma, cosa rappresentano trent’anni se non un’era geologica calcistica?

La memoria, poi, filtra tutto. Mio nonno sminuiva Maradona per esaltare Pelé; molti nati tra gli anni Cinquanta e Sessanta considerano Maradona superiore a Messi. Domani emergerà un nuovo prodigio — qualcuno già indica Lamine Yamal — e la mia generazione forse lo giudicherà inferiore ai miti recenti.

La verità, forse, è più semplice e più onesta: ogni epoca calcistica produce i propri fuoriclasse, le proprie tattiche e le proprie evoluzioni. Parliamo spesso di archi temporali brevi, non decenni interi Posso preferire, per gusto personale, l’estetica dei campioni di ieri. Sarebbe, tuttavia, intellettualmente disonesto sminuire i migliori di oggi solo perché giocano in un tempo diverso. Il calcio cambia pelle. Il talento, invece, continua a fiorire sempre, e comunque, figlio della propria epoca.

BIO: VINCENZO DI MASO

Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.

Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia. 

Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.

Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.

Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.

Una risposta

  1. Buongiorno Vincenzo, effettivamente è difficile paragonare epoche diverse e ogni sportivo, nello specifico il calciatore, appartiene alla sua epoca.
    Per cui dire che tale o tal altro è il più forte di sempre, forse non è possibile.
    Come, a mio parere, non è possibile dire che Tizio, che ha vinto 5 champions e 10 campionati è più forte di Caio(di un’epoca precedente), perché ha vinto meno: infatti, oggi c’è minore equilibrio, per cui i campioni odierni, soprattutto gli attaccanti, presentano dei curriculum clamorosi.

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