La vita e la sua imprevedibilità, alle volte, pongono le persone di fronte a enormi sfide del tutto inattese, che non possono sottrarsi dal dover affrontare. Può trattarsi di eventi avversi che sorgono e si concludono in un lasso temporale definito, oppure, eventi che, una volta sorti, cambiano definitivamente il corso della propria esistenza, sino a stravolgere abitudini sino a quel momento consolidate. L’istinto umano ci pone di fronte ad un bivio, frutto di una sensazione ancestrale: fuggi o lotta, un meccanismo primario di sopravvivenza. Anche lo stato di bisogno può aiutarci ad evitare di cadere nel baratro, spingendoci alla reazione ed alla lotta. Come sempre, lo sport è uno specchio della vita e gli atleti possono essere di esempio alla gente comune, per dimostrare che si possono affrontare situazioni difficili, che sfortunatamente possono accadere durante la vita di tutti i giorni, con successo, per dare nuova linfa ed obiettivi chiave alla propria esistenza. Ho già trattato i temi dell’importanza dell’errore, della resilienza per affrontare le sfide e le battute di arresto e della mentalità di crescita, nei precedenti articoli: continuo a ritenere che, tali elementi, combinati tra loro, diventino fondamentali nello sviluppo, nell’autodeterminazione dell’individuo ma anche nella gestione delle avversità.
L’ispirazione: un incontro in azienda
Devo ammettere che ho deciso di scrivere questo articolo traendo ispirazione dall’esposizione di un ragazzo, che ha frequentato per un brevissimo periodo il mio Team all’interno di un’azienda per la quale ho collaborato, durante un percorso di alternanza scuola lavoro. A quest’ultimo, avevo chiesto, avendo scoperto che aveva la passione per lo sport e che era Portiere di Calcio, di argomentarmi il perché secondo lui è importante non arrendersi a scuola, nello sport e nel lavoro. Ci siamo dati solo una regola: no all’utilizzo dell’intelligenza artificiale, si all’utilizzo del proprio pensiero.
Apprezzo che gli studenti frequentino ambienti aziendali prima del termine degli studi, una settimana in un ufficio può aiutarli ad acquisire un’infarinatura delle competenze tecniche da spendere nel mondo del lavoro. Avrei potuto limitarmi nel mostrare le attività lavorative, le procedure da seguire, i task che portiamo a compimento nel quotidiano, ma mi sono posto una domanda: che cosa posso fare concretamente, oltre al trasferimento delle nozioni tecniche, per fare sì che questo ragazzo trascorra in azienda un tempo di totale e reale qualità, che faccia maturare in lui il ricordo di un’esperienza che gli potrà altresì essere utile in futuro? Ci ho riflettuto un po’ e sono arrivato alla conclusione che una cosa che la scuola probabilmente non ti insegna, e che personalmente ho appreso con l’esperienza, è che anche nel mondo del lavoro sia necessario ritagliarsi del tempo per riflettere, successivamente lavorandoci sopra, sulle proprie competenze trasversali (o soft skills), quelle che riguardano il modo in cui interagiamo, comunichiamo, con colleghi e capi, le quali aiutano a valorizzare altresì le capacità tecniche.
Per questo motivo ho deciso di puntare su di esse, in quanto, quest’ultime, non sono legate a un settore specifico, ma sono applicabili ovunque e sempre più ricercate dalle aziende. Insomma, il fatto che mi dovesse raccontare perché non ci si deve mai arrendere a scuola, al lavoro, nello sport, nella vita, oltre che ad essere un tema trasversale, diventava anche l’occasione per esercitarsi nello Story Telling, tecnica di comunicazione fondamentale anche nei contesti di lavoro trattando una tematica di attualità nella vita in generale, da parte di uno studente sportivo e appassionato di calcio e a me per trarre insegnamento dall’esposizione.
BEATRICE MARIA ADELAIDE MARZIA VIO GRANDIS

“Se sembra impossibile, allora si può fare”.
La prima delle due storie è quella di Beatrice Maria Adelaide Marzia Vio Grandis, meglio conosciuta come Bebe Vio. Non è una calciatrice, ma una Campionessa con la “C” maiuscola. Bebe Vio è una schermitrice paralimpica italiana nata il 4 marzo 1997 a Venezia che, nonostante tutte le difficoltà che la vita le ha riservato in tenera età, con l’avanzare del tempo, è riuscita a mettere in disparte la negatività, canalizzando tutte le proprie energie positive, trasformandosi in una persona di successo, ancora più forte, nonché in una sportiva di assoluto prestigio. Grazie alla propria bravura, alla propria tenacia, alla propria resilienza, un passo dopo l’altro, è riuscita ad aggiungere gradualmente, in bacheca, un numero impressionante di trofei: ori, argenti e bronzi tra paralimpiadi, campionati mondiali, campionati europei e tanto altro.
Credo sia un vero esempio di chi non si arrende mai, di chi non getta mai la spugna.
Bebe Vio ha evidenziato fin da piccola una personalità molto forte, caratterizzata da determinazione, resilienza e una grande forza interiore, il destino le ha riservato un duro trattamento in giovane età ma, di certo, non ha potuto fermarla dal realizzare i propri sogni. Ed è probabilmente durante il periodo di maggior difficoltà che è sorta la mentalità vincente che l’ha portata successivamente alla sua ascesa sportiva.
Purtroppo, all’età di 11 anni, ha contratto una meningite fulminante per colpa della quale ha dovuto affrontare la prima grande sfida. Una pedana sulla quale non si duella con un avversario visibile e dove la posta in palio non è una medaglia o un riconoscimento economico, ma è la vita e l’attaccamento ad essa. Bebe ha dovuto affrontare una serie di battaglie, la prima per restare in vita, la seconda, immediatamente a seguire, con un nemico interiore, per via dello sviluppo di necrosi e di infezioni, che l’hanno portata all’amputazione delle gambe e, successivamente, degli avanbracci. Ma è proprio durante questi tragici eventi che il suo spirito sportivo da campionessa è sorto ed ha iniziato a prendere forma, una reazione incredibile di lotta che l’ha probabilmente aiutata successivamente a sviluppare quella forza mentale e quell’attitudine a non arrendersi, così utile anche nella scherma.
Dopo 100 giorni, e dopo essere tornata a scuola, Bebe Vio si diletta nella scherma in carrozzina: è la prima atleta a gareggiare con protesi a tutti e quattro gli arti. Specialista nel fioretto, gareggia iniziando a collezionare trofei. Non tarda ad arrivare la chiamata più importante per un atleta, quella per le olimpiadi. Il suo spirito da guerriera si unisce perfettamente allo spirito olimpico, diventando un tutt’uno, e Bebe riesce a vincere il titolo più prestigioso per un atleta, l’oro olimpico, sia alle Olompiadi paraolimpiche di Rio de Janeiro che a quelle di Tokyo.
Bebe Vio è diventata un’atleta simbolo, per tutti gli italiani, in quanto ha sempre cercato di trasmettere passione e forza a tutti coloro che, come lei, hanno incontrato enormi eventi avversi e difficoltà nella vita, cercando di trasmettere il messaggio che la pratica dello sport può costituire uno stimolo, una leva ed una rivalsa, a raggiungere dei nuovi obiettivi sino a prima inaspettati. Ha creato uno slogan che recita: “se sembra impossibile, allora si può fare”, sintesi efficace della propria resilienza e della propria determinazione.
Ad oggi, per tramite dell’organizzazione art4sport che ha fondato insieme ai suoi genitori, aiuta altri giovani con amputazioni ad integrarsi attraverso lo sport, dimostrando che non ci si debba arrendere mai e che la forza interiore possa aiutare a superare qualsiasi ostacolo.
APACHE: CARLOS TEVEZ

C’è un’altra storia, questa volta di un calciatore, che a mio avviso dà l’idea che il non arrendersi possa contribuire a dare una svolta alla propria esistenza, indipendentemente da ciò che è accaduto nel passato e dal contesto in cui si è nati e cresciuti.
Tutti gli appassionati di calcio lo conoscono, parliamo di Carlos Tevez. Tevez è nato il 5 febbraio 1984 a Ciudadela (Argentina), ed è un ex calciatore che ha militato in club prestigiosi come West Ham, Manchester City, M. United e Juventus. Il grande pubblico lo conosce come un attaccante di successo, ma ciò che è interessante ai fini del presente articolo è la sua storia e di come sia arrivato al successo.
In carriera si è aggiudicato quattro campionati argentini, una Coppa d’Argentina, una Supercoppa argentina, una Coppa di Lega, una Coppa Libertadores, una Coppa Intercontinentale e una Coppa Sudamericana con il Boca Juniors, un campionato brasiliano con il Corinthians, due campionati inglesi, una Coppa di Lega inglese, un Community Shield, una UEFA Champions League e una Coppa del mondo per club FIFA con il Manchester Utd, un campionato, una FA Cup e un Community Shield con il Manchester City, due campionati italiani, una Coppa Italia e una Supercoppa italiana con la Juventus.
Con la nazionale argentina ha disputato due mondiali (Germania 2006 e Sudafrica 2010), quattro Coppe America (2004, 2007, 2011 e 2015) e una Confederations Cup (2005). Inoltre, ha vinto un’Olimpiade con la selezione olimpica (2004).
La sua non è stata un’infanzia uguale a quella degli altri suoi coetanei, al contrario, è stata caratterizzata da momenti molto difficili ai quali sono susseguiti momenti straordinari che hanno fin da subito evidenziato la sua resilienza e determinazione che l’hanno portato a superare situazioni complicate, soprattutto per l’età prematura in cui le ha vissute.
La sua infanzia fu segnata da eventi tragici, il suo padre biologico fu ucciso con un colpo d’arma da fuoco prima che lui nascesse e sua madre lo abbandonò a soli di tre mesi di vita, successivamente fu adottato dagli zii materni e da loro prese il cognome “Tevez”.
Tevez a soli 10 mesi fu vittima di un incidente domestico in cui fece cadere per sbaglio il bollitore verso di se e tutta l’acqua bollente contenuta all’interno gli finì sul viso causando ustioni di primo e secondo grado, ma la situazione, anche se già complicata, si aggravò ancora di più dal momento in cui gli venne appoggiata una coperta di nylon sul viso che finì solo per peggiorare lo stato delle ferite, diventando di fatto delle cicatrici permanenti. In seguito, passò due mesi in terapia intensiva.
Passa la sua adolescenza a Fuerte Apache, al primo piano della Torre 1 del quartiere Ejército de los Andes, a pochi metri dal temuto Nudo 14: un quartiere conosciuto per un altissimo tasso di criminalità, ma nonostante queste difficoltà, Tevez, che viene appellato come “Apache”, cerca rifugio nel calcio, iniziando la sua carriera calcistica sino ad arrivare al Boca Juniors.
Da ragazzino, il migliore amico di Tevez, che era un giovane promettente del calcio e viveva anch’egli nel quartiere difficile Fuerte Apache, a soli 17 anni, dopo essere stato accusato di aver ucciso un poliziotto, sentendosi senza via d’uscita, si tolse la vita durante una sparatoria. Possiamo solo immaginare quanto questa sia stata un’ulteriore tegola per Carlos.
Ma tutti gli eventi che gli sono accaduti non sono bastati a fermarlo e, consapevole delle proprie doti di attaccante, della sua forza fisica e mentale, nonché della sua tenacia è riuscito a costruire una carriera sportiva di successo, arrivando a giocare non solo nella nazionale Argentina ma anche in alcuni dei club più prestigiosi al mondo.
PENSIERO:
Bebe Vio e Carlos Tevez arrivano da mondi distanti, non hanno quasi nulla in comune, se non il fatto che, pensando alle loro storie, ci accorgiamo che hanno saputo superare, anche più volte, difficoltà enormi. Per fare tutto ciò serve una grande forza, fisica certamente, come quella che impiegava Tevez in campo nel ruolo di attaccante, o come quella di Bebe quando è stata in grado di impiegare vincendo gare massacranti, ma soprattutto una grande forza mentale. Le loro storie sono a mio avviso di grande insegnamento: tutti noi possiamo trovarci di fronte a delle situazioni avverse o a dei punti di svolta, non dobbiamo sentirci sopraffatti, dobbiamo pensare che c’è sempre una possibilità, l’importante è non demordere, esserne consapevoli, reagendo ed adattandosi: cercando di essere come l’acqua. L’acqua è uno degli elementi più forti, infatti, ha la capacità di adattarsi alle circostanze mutevoli, supera ogni ostacolo senza spezzarsi, è una forza che mantiene la propria essenza grazie alla propria adattabilità, resilienza e fluidità.
“Il limite è solamente un ostacolo mentale che figuriamo nella nostra testa.”

BIO: LUCA INNOCENTI
Manager, Coach e Mentor. Ex giocatore di Calcio a 5 in campionati nazionali. Da ragazzo, nella stagione 2002/2003, ha vinto insieme al Seregno calcio a 5 uno storico scudetto Juniores, laureandosi Campione d’Italia. Ha collezionato alcune presenze con la Nazionale Italiana di calcio a 5 (Under 18 ed Under 21).
Istruttore qualificato di scuola calcio, é ideatore da diversi anni di progetti calcistici (aventi un taglio “Futsal”) giovanili, anche collaborando con professionisti provenienti da altre nazioni europee. Tra le esperienze sportive, allenatore dell’attività di base dei Saints Milano (Serie A2 Élite Calcio a 5). Attualmente allenatore dei Primi Calci e Piccoli Amici della società Tubo Rosso.
Ha scritto il libro “L’allenatore di Futsal nelle categorie giovanili”, è autore nel blog betterfutsalcoaching.wordpress.com e scrive per il blog “La complessità del calcio”, di Filippo Galli.
Da decenni è attivo nel sostenere l’importanza dell’insegnamento del Futsal anche nei settori giovanili delle società calcistiche.









