MILAN, GLI STEP DA COMPIERE PER LO SCUDETTO

Il Milan di Massimiliano Allegri veleggia secondo con 32 punti in 15 giornate, posizione nobile ma non ancora regale. Il pareggio col Sassuolo ha frenato l’assalto alla vetta, proprio mentre l’Inter espugnava Genova: il classico gioco delle coppie, dove ogni mezzo passo falso pesa. La stagione, per certi versi, ricorda quella del 2021-22: il Napoli che si sciolse a marzo, l’Inter che calò sul piano fisico, e il Milan di Pioli che, senza fare troppo rumore, costruì uno scudetto di ritorno, solido e ostinato.

Ma questo è un altro Milan, con un altro capomastro. Allegri è tornato per rimettere ordine dopo l’annata storta, anzi stonata, chiusa con un nono posto che bruciava ancora prima di essere archiviato. Fonseca prima, Conceição poi: esperimenti mal riusciti, senza sintesi né anima. L’assenza dalle coppe europee, però, è manna dal cielo, così come l’eliminazione dalla Coppa Italia: niente viaggi, niente rotazioni forzate, solo campionato. Pista libera, come si diceva una volta.

Eppure le ultime uscite non hanno avuto il profumo del dominio. Vittorie di corto muso, più di sopravvivenza che di supremazia. Il derby vinto con mestiere, la rimonta furiosa di Torino da 0-2 a 3-2: partite portate a casa più con i nervi che con il gioco. A Parma era emersa qualche crepa difensiva in un 2-2 che lascia comunque una bella dose di rammarico per le occasioni fallite nel finale. E contro il Sassuolo, un altro pareggio casalingo, ancora per 2-2, con tanto di palo clamoroso di Laurienté nel finale, segnale che il confine tra controllo e rischio resta sottile.

Quando il Milan gira, quando Pulisic e Leão sono entrambi in campo e in salute, la squadra ha un passo da scudetto: strappi, qualità, profondità. Ma basta che uno dei due manchi, o renda al minimo, e riaffiorano le fragilità strutturali. Con il Sassuolo non c’erano Leão e Giménez. Il messicano, pur dentro una stagione fin qui deludente, resta comunque, esito dell’operazione cui si è sottoposto permettendo, un’opzione offensiva. Nkunku, invece, continua a essere un’ombra lunga, più promessa che realtà.

Ed eccoci al nocciolo. Cosa manca a questo Milan per trasformare i pareggi in vittorie? Qualcosa di molto semplice e molto concreto: uomini da tre punti. Cinque pareggi sono tanti. Tantissimi, se guardiamo l’Inter, che ha perso più partite ma non ha mai pareggiato. Allegri è stato chirurgico negli scontri diretti, ma ha lasciato punti per strada contro piccole e medio-piccole, rischiando anche grosso in più di un’occasione.

La rosa è corta dietro: basta l’assenza di Gabbia, onesto soldato in crescita, non certo un Baresi, per far sentire scricchiolii evidenti. Davanti manca il bomber, quello che ti garantisce almeno 15 gol stagionali senza doverlo implorare. Non può essere sempre Pulisic, trequartista di razza, a togliere le castagne dal fuoco. Nkunku e Giménez, finora, hanno portato poco o nulla. E lo scudetto, non si vince solo con l’ordine: servono anche i colpi, quelli veri. Colpi dell’attaccante, non di calciatori che compongono la batteria dei trequartisti.

E allora la domanda diventa pratica, quasi terragna: come si compiono questi step? Da dove si comincia? Si comincia dai trofei che contano, anche quelli che qualcuno finge di snobbare. La Supercoppa, per esempio. È alla portata, pur in mezzo a concorrenti ingombranti: l’Inter, il Napoli di Conte e quel Bologna che in primavera ha fatto piangere i cuori rossoneri nella finale di Coppa Italia. Vincere chiama vincere, diceva un vecchio saggio del pallone, e Allegri questo lo sa meglio di tanti altri.

In semifinale c’è il Napoli, che non è mai una passeggiata, specie quando è guidato da un allenatore che vive il calcio come un corpo a corpo permanente. In caso di finale, due partite vere, da nervi scoperti. Poi il campionato riprende con una sequenza che invita alla prudenza più che all’arroganza: Verona, penultimo sì, ma capace di far sudare l’Inter e di battere la Fiorentina; Cagliari in piena lotta salvezza, già corsaro contro la Roma; un Genoa ringalluzzito dalla cura De Rossi; infine Firenze, oggi derelitta ma sempre pronta a mordersi la coda, prima di incrociare il Como delle meraviglie di Cesc Fabregas.

Mettiamo una bandierina prima del mercato. Qui Allegri deve affinare gli automatismi, limare i dettagli, riuscire a vincere quelle partite che oggi scivolano nel pareggio. Basta l’assenza di Fofana, o l’infortunio di un difensore, e l’equilibrio vacilla. È il prezzo di una rosa costruita per una sola competizione, il campionato, senza rete di protezione. Ma l’appetito cresce mangiando, e Allegri l’asticella l’ha alzata eccome, anche se a parole continua a mascherarsi da Pinocchio sobrio: “Lo scudetto è una cosa tra Inter e Napoli”, ripete. Naso lungo, ma mestiere (e muso) corto.

Ed ecco il mercato, che nel calcio moderno è una costante. Serve intervenire senza fare poesia. Sostituire chi incide poco. Uno tra Giménez e Nkunku rischia seriamente il taglio: serve un bomber vero. Lewandowski è un sogno da copertina, quasi irreale. Più concreto Füllkrug, che però in Premier ha trovato più panchina che gol. L’ago della bilancia sta tutto lì: azzeccare il centravanti. Da questo dipende la differenza tra competere davvero per lo scudetto o accontentarsi di un podio dignitoso. Vlahović resta un’opzione per giugno, a parametro zero, ma oggi è lontano, fermo, infortunato. A centrocampo si spera che il rinforzo sia già in casa: Jashari, arrivato e subito sparito per infortunio, deve ancora dire chi è. In difesa serve esperienza, un uomo di mestiere come riserva affidabile. Sulla fascia destra, infine, manca un vice Saelemaekers che non faccia rimpiangere il titolare alla prima assenza.

Questa rosa era nata per la Champions, non per lo scudetto. Ma la classifica, gli scontri diretti vinti, la presenza di un Modrić quarantenne che gioca come se avesse vent’anni di calcio ancora in tasca, obbligano il Milan a guardare più in alto. Sognare non è un peccato, è una responsabilità. Trasformare i pareggi in vittorie è il primo comandamento. Trovare un paio di uomini giusti sul mercato è il secondo. Il terzo è già scritto: senza coppe, senza alibi, il Milan di Allegri deve fare di tutto per diventare protagonista fino in fondo.

BIO: VINCENZO DI MASO

Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.

Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia. 

Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.

Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.

Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.

3 risposte

  1. Buongiorno Vincenzo.
    A mio modesto parere, il Milan deve crescere nella società: una società che vuole ottenere risultati, investe in un attaccante “sicuro” e, comunque, in giocatori dal sicuro rendimento.
    L’acquisto di Allegri è già di per sé un passo in avanti e, per quanto bravo, credo ci sia anche di meglio.
    Con Allegri viaggi sicuro, ma poi temo, che per fare il salto internazionale, non sia sufficiente.
    Per quanto riguarda la rosa, il Milan è inferiore a Inter e Napoli, sia per quantità, che per un ruolo chiave, ossia il centrattacco.
    Gimenez al di là dell’infortunio, mi sembra molto lontano da Lautaro o Lukaku, giusto per fare due nomi.
    Per cui, continuando con i Gimenez o i Fullkrug, giocatori rispettabili, ma non ciò che serve a noi, piuttosto che Nkunku, che tra l’altro non è una punta, il Milan non andrà oltre questi affanni.
    Ma si possono spendere 40 milioni per il doppione di Leao, quando abbiamo bisogno di un centrattacco, che manca dai tempi di Shevchenko/Inzaghi?.
    Giroud e Ibra, non li considero, perché nonostante abbiano fatto bene, erano però dei ripieghi, presi in circostanze particolari.
    Possiamo comprare Estupinan (mai sentito, almeno io), per poi trovarci col buon Bartesaghi (per fortuna mi viene da dire!), titolare?.
    Possiamo fare la stagione con tre centrali difensivi più due scommesse?.
    Possiamo comprare un giocatore(forte tra l’altro), per la mediana, solo dopo essere stati messi sotto dalla Cremonese?.
    Possiamo fidarci di questa società, che appena ha un calciatore bravo, o lo vende, oppure lo porta a fine contratto e lo perde gratis?.
    Ecco, Vincenzo, con tutto il rispetto e con quel poco che ne possa capire io, lo step è si nella rosa corta e male attrezzata (ed in questo Allegri è un maestro), ma il grosso step purtroppo è nella società Milan.
    Grazie.

    1. Ciao Gian Paolo,
      non sono a conoscenza dei dettagli specifici della situazione finanziaria della società, ma credo che si punti sul tedesco proprio per una motivazione legata ai costi. Occorre un’attenzione certosina al bilancio e non si può sforare. Le conseguenze sarebbero notevoli. L’anno trascorso fuori dalle competizioni europee ha pesato inevitabilmente.
      Oramai in Italia non esistono più i mecenati. Tutte le squadre del Belpaese vivono di player trading e di proventi Champions. L’Inter sta sfruttando il volano delle finali Champions, come la Juve anni addietro. Qualora dovessero venire meno i risultati europei, i nerazzurri sarebbero costretti a contenere i costi. Lo stesso Napoli è bloccato dall’indice di liquidità. Questo perché nell’ultimo quinquennio non ha ottenuto risultati di rilievo oltre i confini italici.
      A livello prettamente tecnico e dirigenziale, non ho apprezzato la gestione precedente. Si respira, tuttavia, un’aria nuova con l’avvento di Tare.
      Chiosa sulle punte: quanti attaccanti stanno facendo la differenza in Serie A? Posso accettare che il Milan avrebbe potuto puntare su Rasmus Hojlund, ma parliamo sempre di un progetto di gran calciatore, non di un fenomeno fatto e finito. Nkunku si è reso protagonista di ottime prestazioni al Leipzig, ma è stato falcidiato dagli infortuni. E, come sostieni giustamente tu, non è un centravanti.

  2. Ciao Vincenzo, capisco il ragionamento e capisco che non siamo più il Milan degli olandesi; del resto il fatto che alcuni giocatori di buon livello siano andati via, è la testimonianza di tutto ciò.
    Però, mi sembra che 30 milioni per Gimenez e 40 per Nkunku (se non sbaglio), se spesi meglio, avrebbero portato un attaccante di sicuro rendimento.
    Poi alcuni innesti non mi hanno convinto, Emerson Royal su tutti: anzi, proprio la cessione di Kalulu, con l’arrivo di Royal è stato a mio avviso, un notevole passo indietro.
    La mia sensazione è che il mercato non viene fatto sempre con logica: è possibile accorgersi a Novembre, che non ci sia un centrattacco di ruolo?.
    Bah….

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