IL SILENZIO FORMATIVO DAI 9 AI 13 ANNI

Da tempo ho la sensazione che nel nostro sistema esistano due mondi separati: il calcio de piccoli e il calcio dei grandi. Come se tutto ciò che accade prima del passaggio al gioco a 11 non avesse realmente bisogno di metodo, studio, cura, né tantomeno figure specializzate.

Un’idea pericolosa, perché è proprio nella fascia d’età che va dai 9 ai 13 anni che si costruisce tutto ciò che conta davvero: l’alfabetizzazione calcistica, le basi della tattica individuale, le prime vere competenze motorie e decisionali.

Il paradosso è che, proprio in questa fase delicatissima, l’allenatore viene spesso scelto non per la sua preparazione specifica, ma per altri motivi: perché ha tempo, perché è una brava persona, perché ha equilibrio ed esperienza di vita. Qualità preziose, certo, ma non sufficienti senza un approfondimento metodologico dedicato all’età evolutiva. Anche perché, ad oggi, in Italia un vero percorso di specializzazione per l’attività di base è ancora più un’intenzione che una realtà strutturata.

L’altro scenario possibile è opposto, ma non meno problematico: assegnare queste categorie a un appassionato — o presunto esperto — del calcio a 11. Una figura competente, forse, ma competente del calcio dei grandi. E quando il modello di riferimento è quello, il rischio è di portare in campo metodi, linguaggi e aspettative inadatti all’età. Il bambino viene trattato come un piccolo giocatore adulto, invece che come un bambino che sta imparando a giocare.

Questa mancanza di specializzazione, quindi, non solo aumenta la frattura tra il calcio dei piccoli e quello dei grandi, ma produce due errori opposti e altrettanto dannosi.

Da un lato si rischia di far crescere ragazzi con poche competenze, immersi in un’attività troppo generica, più ricreativa che formativa, priva di un vero insegnamento della tattica individuale e dei fondamenti del gioco. Dall’altro si rischia il contrario: una precoce adultizzazione metodologica, un linguaggio tecnico sproporzionato e una valutazione continua e prematura che trasforma i bambini in piccoli giocatori adulti, caricati di un modello mentale e competitivo che non appartiene alla loro età. A tutto questo fa eco — e spesso amplifica — la cultura calcistica legata ai media, che tende naturalmente ad accelerare verso ciò che conosce meglio: il calcio degli adulti. In questo senso anche le figure vicine ai bambini, non avendo strumenti o competenze specifiche, finiscono per complicare l’equivoco. Genitori e parenti, infatti, osservano una gara dei piccoli e la confrontano inevitabilmente con ciò che vedono in televisione. Ne deriva un ulteriore rischio: valutare l’operato dell’allenatore con gli stessi parametri del calcio professionistico, penalizzando chi lavora sulla crescita e premiando chi ricerca il successo immediato e la precocità.

In tutto questo, però, non ci sono colpevoli. Nessuno sbaglia volontariamente. Il vuoto culturale e sportivo legato all’età dell’attività di base genera inevitabilmente queste distorsioni. Tutti agiscono in buona fede, tutti fanno ciò che le loro conoscenze permettono. Ma a perdere, in mezzo a queste tensioni opposte, sono i bambini: frastornati da messaggi e direzioni che spingono in due estremi lontanissimi, ma nessuno davvero centrato sui loro bisogni, né come bambini né come giovani calciatori.

Ora, aspettarsi che si sviluppi da sola una cultura migliore non è utopistico — è un dovere. Lo dobbiamo ai nostri bambini e ai nostri giovani. Ma perché questo accada, serve un’assunzione di responsabilità collettiva. Le federazioni, i club professionistici e gli istruttori dell’attività di base devono iniziare davvero a fare qualcosa di importante, qualcosa di serio, nella direzione della formazione specifica e qualificata per chi lavora con i più piccoli. Perché senza allenatori preparati, attenti e competenti, il calcio dei bambini continuerà a vivere nell’ombra di quello dei grandi, mentre dovrebbe esserne la radice più preziosa.

BIO: Gianluca Urgnani, 50 anni, marito e padre, Uefa B. Da oltre 30 anni allenatore nell’Attività di Base; da dieci nel settore giovanile di FC Internazionale, attualmente con incarico di allenatore U9.

Il talento del tempo.

3 risposte

  1. Complimenti mister.
    Questo è stato sempre il mio pensiero e nelle qualità di resp. sono andato sempre per quella strada…con allenatori preparati per quella fascia d’età.
    Il problema dei genitori che vedono la partita come una partita di prime squadre,.. purtroppo è difficile fargli capire che ci troviamo in un altro modo dove si vanno a vedere i miglioramenti che i bambini fanno nel loro percorso .

  2. Concordo al 200% le tue parole, ti seguo da qualche anno e ho provato sulla pelle dei miei bimbi che alleno che la tua metodologia li fa crescere in maniera esponenziale grazie proprio al fatto di fargli vivere questa fascia di età con la consapevolezza che l’errore fa parte dell’apprendimento, che lavorare con più stimoli nella stessa esercitazione migliora parecchio la performance, che più fiducia dai a tutti e più raggiungi obiettivi di crescita, che più gli stimoli la fantasia e più si divertono ed imparano ciò che realmente serve in quest’età….

  3. Gianluca, il tuo è un articolo perfetto se l’obiettivo è sfornare bravi calciatori. Sicuramente chi è nel giro lavora per questo e ripeto le tue sono ottime considerazioni.

    Ma esiste anche il sociale ed il calcio può rivelarsi un’ottimo strumento di crescita civile di un ragazzo. Si diceva, ai tempi in cui ero socio-dirigente-allenatore naif – che da un lato vogliamo crescere come società di calcio e dall’altra possibilmente togliere di strada i ragazzi. Quindi, univamo obiettivi tecnici ad obiettivi sociali.

    Ecco condivido il tuo articolo nell’aspetto tecnico-logico di chi vuol far crescere ed evolvere calcisticamente un ragazzo, inquadrando il problema in un ambito strettamente calcistico.

    Ciò detto immagina un gruppo di ragazzi poco portati per il calcio, che vogliono comunque praticare calcio, mortifichiamo questi ragazzi? certo si possono migliorare, ma fino ad un certo punto.

    Appena dopo dato lo sviluppo (ritengo 15 anni), ero un bravo portiere di calcio, mi presentai alla Molfetta sportiva per provare. Mi disse l’allenatore (giustamente) che era il fratello del noto Fabbri, io non posso utilizzare il mio poco tempo per allenare da portiere un ragazzo alto 1,70 cm.

    Presi atto che la vita calcistica da un certo punto in poi non è di tutti, a prescindere da quanto è bravo l’allenatore.

    Quindi, quando parliamo della catena di lavoro volto a generare calciatori completi, va benissimo quanto tu scrivi e firmo volentieri il tuo articolo.

    Ma esiste anche il sociale e ben vengano giovanotti e signori che dedicano il loro tempo libero a seguire i ragazzi senza speranza calcistica. In termini sociali il calcio aiuta molto, ti abitua a convivere con il gruppo, ti abitua a lavorare nel gruppo e coordinarsi con il gruppo. Migliora la personalità, soprattutto (e su questo hai tantissima ragione) se l’intrattenitore è garbato ed aiuta i ragazzi a rispettare arbitro ed avversari.

    Quindi, sì! va benissimo il tuo mondo, ma lasciamo prosperare anche l’altro mondo, soprattutto se non c’è il censo giusto a supportare l’attività sportiva dei figli.

    Gianluca voglio precisare che non ti sto accusando di non considerare l’altro mondo, ma semplicemente che ti sei concentrato sul tuo mondo del calcio che produce almeno discreti calciatori. Voglio dire che non sto contrastando quanto tu dici, ma aggiungere il punto di vista sociale.

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