Si parla di calcio globalizzato fin dall’alba del nuovo millennio, ma oggi siamo entrati in una fase diversa, quasi una seconda epoca. Non è più solo un torneo planetario: è una cartina geografica che si muove. Le squadre di Cipro o dell’Azerbaigian che sgomitano nel mega girone di Champions, le formazioni delle Far Oer o di Gibilterra che avanzano baldanzose in Conference League; e poi un Mondiale a 48 squadre, dove spuntano realtà come Curaçao, Haiti o Uzbekistan. Quest’ultima nazionale vanta addirittura un calciatore che milita nel City, scelto appositamente da Pep Guardiola.
Vale la pena sottolineare come FIFA e UEFA abbiano spalancato porte un tempo ben chiuse, permettendo a federazioni periferiche di affacciarsi al calcio competitivo. Sull’onda della Super Champions europea è nata persino la nuova Champions asiatica: non un semplice torneo, ma un teatro in cui Arabia Saudita, Qatar ed Emirati hanno attratto non solo stelle sul viale del tramonto, bensì calciatori europei di rango, pronti a misurarsi in un nuovo equilibrio calcistico.
Ma come ci siamo arrivati? La globalizzazione del pallone non è piovuta dal cielo, non è stata un’esplosione improvvisa né una bolla destinata a sgonfiarsi. I primi tremiti si avvertivano già negli anni ’90, quando alcune nazionali africane iniziarono a farsi largo nelle competizioni mondiali. Le piccole, però, arrancavano ancora. Ricordo uno Spagna-Albania finito 9-0, e non era certo la Spagna dorata dei lustri successivi. Col tempo, quasi tutte le nazionali minori hanno levigato tecnica e identità. Certo, qualcuna è scivolata indietro: Romania e Bulgaria, regine a USA ’94, oggi tra le Cenerentole del continente, schiacciate da demografia e crisi.
Eppure chi avrebbe mai immaginato le Far Oer giocare dal basso con disinvoltura, battere la Repubblica Ceca, rifilare una goleada al Montenegro? Chi avrebbe pensato di vedere squadre azere o cipriote lottare per superare turni di Champions? È vero: spesso sono formazioni colme di stranieri. Ma sotto la vernice internazionale si intravede una mano locale, una cultura calcistica che cresce, studia, si organizza. Ed è forse questa la vera rivoluzione.
Ma qual è, allora, la vera differenza rispetto alla “fase uno” della globalizzazione? Cosa è cambiato dai tempi in cui il Camerun imbrigliava l’Italia a Spagna ’82 o sfiorava la semifinale a Italia ’90? O dagli anni in cui la Colombia di Asprilla e Valderrama rifilava una manita all’Argentina, lasciando il Monumental ammutolito?
Per capirlo, basta sfogliare l’album della storia. Negli anni ’30 il circolo delle nazionali era esiguo, quasi un club privato. Solo in seguito si affacciarono Ungheria e Olanda, rivoluzionarie a modo loro. Il numero delle squadre d’élite rimaneva comunque ridotto: in Europa pochi colossi, in America meridionale le solite Brasile e Argentina, con l’Uruguay a fare da guastafeste quando gli astri si allineavano. Il pallone, oggi, si è semplicemente dilatato: la FIFA ha intuito che il “cielo è il limite” e ha spalancato gli investimenti a ogni latitudine. Le piccole federazioni sono diventate decisive nelle urne e preziose nei mercati; e l’accesso universale a media, formazione e infrastrutture ha permesso di coltivare calcio anche dove prima attecchiva a fatica.
Se un tempo si celebravano il Camerun di Milla o la Romania di Hagi come eccezioni poetiche, oggi le frontiere si sono dilatate ben oltre quel romanticismo. Si ammira la costruzione dal basso delle Far Oer, guidata da un tecnico di casa, ma la stessa impronta si riconosce in campi remoti, affidata a allenatori sconosciuti che portano principi moderni dove il pallone, in teoria, non avrebbe dovuto germogliare. Il web è pieno di clip che mostrano nazionali minuscole in azioni da venti o trenta tocchi, armoniosi come un rondò di scuola catalana. Non stupisce più. Anzi, incuriosisce.
Il calcio non è più un feudo di pochi. Il mercato è globale e lo scouting ha rinunciato ai vecchi confini. Il City ha un uzbeko; tra dieci o quindici anni potremmo vedere un talento delle Far Oer, ipotesi già concreta, o magari qualcuno dal Laos o da Tahiti indossare la maglia di una big. Ma quale big? Europea, forse. O forse no. Siamo davvero certi che l’epicentro del calcio resterà nel Vecchio Continente? Non è affatto inverosimile immaginare che campionati lontani dall’Europa diventino, in un futuro prossimo, altrettanto competitivi e attrattivi.
Nel calcio, cent’anni sono un’era geologica e il primo Mondiale arriverà al il secolo tra circa quattro anni. Ma anche trent’anni, il tempo trascorso tra la prima globalizzazione e questa nuova ondata, sono un battito abbastanza lungo da cambiare il paesaggio. Forse, nel prossimo trentennio, assisteremo a trasformazioni che oggi nemmeno osiamo immaginare. E il bello, come sempre, è proprio questo: il calcio sorprende sempre.

BIO: VINCENZO DI MASO
Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.
Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia.
Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.
Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.
Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.










Una risposta
Bellissimo articolo. che ovviamente non può essere esaustivo dell’argomento.
Ad iniziare ad integrare quanto tu dici, evidenzio l’importanza: a) da un lato della televisione; b) dall’altro quello della diffusione delle tecniche di allenamento e di gioco.
Grazie alla tv e alla diffusione mondiale del calcio tantissimi ragazzi in tutto il mondo si avviano e praticano questo sport abbastanza economico se fatto da naif. Questo fa sì che nazioni prima lontane da questo sport aumentino notevolmente il numero di praticanti e quindi migliorino la selezione.
In questo discorso difficilmente si inquadrano nazioni con pochi abitanti, le Far Oer contano meno di 60.000 abitanti, ma viaggiano bene nel calcio. Qui entrano in gioco alcuni fattori da te citati, tipo l’organizzazione delle società o delle federazioni.
Ma qui, credo, entrino in gioco la veloce diffusione delle idee di gioco, di allenamento e di crescita tecnico-mentale dei calciatori.
Questo fa sì che la pura tecnica individuale dei calciatori conti meno di prima con le squadre che si aggrediscono su tutto il rettangolo di gioco. Questo limita soprattutto l’incidenza dei campioni e di quelli tecnicamente bravi (o detto limita non annulla).
Poi, c’è un’altro fenomeno, rispetto ai paesi meno ricchi e più giovani nella loro entrata nel calcio, nelle nazioni tradizionali lo sviluppo economico ha reso accessibile anche gli sport per i ricchi.
Ad esempio, negli anni cinquanta io non potevo avvicinarmi al tennis, non solo perchè non avevo divisa e racchetta, ma perchè giocavano gli iscritti al club tennistico, struttura di elite economica e quindi cara.
Molfetta che all’epoca contava settantamila abitanti, aveva un solo campo da tennis, ricavato in un angolo dello stadio di calcio, gestito, ovviamente, dal Tennis Club.
Quindi da un lato c’è il depauperamento dei calciatori (paesi ricchi), dall’altro c’è la crescita dei praticanti nei paesi che ora si affacciano ad un mondo del calcio in cui sono diventati più competitivi.
Vincenzo Alberto Annese, molfettese, figlio di un mio caro amico di gioventù, è un allenatore di calcio quarantenne, ha allenato il Nepal ed ora è in Africa. Ecco la migrazione dai paesi calcisticamente avanzati verso questi nuovi concorrenti tende ad avere l’effetto dei vasi comunicanti e incrementare un livellamento della qualità del calcio proposto dai nuovi arrivati.