THE OUT-SKIRT OF FOOTBALL – 28 – SEGNI SUL VOLTO

Ogni novembre torna lo stesso rituale: giocatori con un segno rosso sul volto, compagne sullo sfondo, sorrisi per i social. La solita campagna, il solito slogan, le solite fotografie perfette. Quel segno rosso, però, è un puro gesto estetico che si lava via a fine giornata. Passato il 25 novembre, il volto torna com’era, pulito, pronto a riprendere la vita di tutti i giorni. Per le donne che subiscono violenza, invece, il trucco non è simbolico anzi spesso diventa una necessità quotidiana per coprire lividi e proteggere la propria dignità anche davanti agli sguardi di chi dovrebbe tutelarle e ai quali non si riesce a raccontare.

Ogni 25 novembre, di fronte alle solite campagne social, provo rabbia e frustrazione. Rabbia per le mille parole spese per “parlare di” e non “parlare con”, frustrazione per il non fare concreto. Questi post non sono altro che una maschera ipocrita, un trucco per ripulire l’immagine di chi li promuove senza cambiare nulla della realtà. Perché nelle stesse squadre, negli stessi campionati in cui si posa contro la violenza, continuano a giocare atleti denunciati, indagati o condannati per violenza contro donne e minorenni. Non vengono sospesi, non vengono allontanati ma continuano la loro vita normale, perché un talento vale più della dignità e dell’esistenza di una donna. E tutto questo accade mentre nel nostro paese, ogni tre giorni, una donna perde la vita per mano di un uomo.

Sono i fatti, non le foto, la vera fotografia che rivela il volto di un Paese che ha un problema profondo di violenza sulle donne e di concezione delle donne stesse. Il calcio mostra questa contraddizione e, a volte, suo malgrado, ne diventa amplificatore. Studi europei confermano che le aggressioni domestiche aumentano durante le partite della squadra del partner e crescono ulteriormente quando la squadra perde. Ciò che per molti è intrattenimento, per troppe donne diventa un rischio reale alimentato da frustrazione, alcool, aggressività e da una credenza ancestrale ancora radicata ovvero la donna come possesso, come strumento di sfogo.

Una campagna di un solo giorno non può compensare mesi e anni in cui nessuno affronta il problema alla radice e dove un gesto simbolico serve soprattutto a ripulire l’immagine del sistema. Così, sotto l’acqua, quel segno rosso sulla guancia dei calciatori scompare, mentre le ferite fisiche, psicologiche ed economiche della violenza restano sui corpi delle donne, spezzando presente e futuro.

Il cuore del problema è semplice: non esiste un vero impegno, solo il desiderio di apparire impegnati. Così ogni novembre tornerà uguale al precedente.

Per rompere questo trend dobbiamo assumerci la responsabilità di una lotta alla violenza sulle donne che non si fa con le foto, si fa con la coerenza. Eppure, finché il calcio non guarderà con serietà alla violenza che lo attraversa nei suoi spogliatoi, nei suoi stadi, nelle case dei tifosi  nessuna campagna potrà davvero fare la differenza.

BIO: LAURA ZUCCHETTI

Gen Z di nascita ma vintage nei modi, parlerei per ore di sport e questioni di genere. Vivo il calcio femminile da tifosa ma con lo sguardo da psicologa sociale per riflettere sulle sue contraddizioni e opportunità figlie della realtà nella quale siamo immersi.

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