OLTRE ITALIA – NORVEGIA: LUNGA VITA AI VIVAI

“Io so. Io so i nomi dei responsabili…” – PIER PAOLO PASOLINI (Corriere della sera, 14 Novembre 1974)

Per leggere i commenti de <La Gazzetta dello Sport > di Lunedì 17 novembre 2025 sulla prestazione degli azzurri contro la Norvegia, (eccetto il trafiletto in prima, sopra la pubblicità di certi serramenti) è stata impresa ardua: un salto in lungo di ben 15 pagine da spiccare sopra gli esaltanti titoli dedicati, e giustamente, a RE Jannik Sinner. Per piombare poi nel <  De profundis > di pagina 16. Quattro pagine che non nascondono lo sconforto calcistico del momento. Umiliazione vera, che pure lascia uno spiraglio, tipicamente italiano: la speranza in un possibile spareggio vantaggioso. Esito moderatamente ottimistico dunque, quello acquisito: l’Irlanda del Nord di capitan Bradley e del Ct O’Neill. Pur sapendo che con la maggior parte dei papabili partiamo sfavoriti, gli opinionisti di settore si stanno già chiedendo: sarà Bosnia o Galles? Non cambieremo mai.

Alla mannaia delle rituali patetiche pagelle seguono quattro pagine di mea culpa, redatte a firma Licari, Ramazzotti, Maida: le illusioni del primo tempo, tragicamente naufragate di fronte ad un’armata in “trance agonistica”. “Un plotone d’esecuzione capace di scatenare a comando un immenso potenziale fisico tecnico tattico”, “un’Italia spenta nelle gambe e negli occhi alla quale non arride il secondo tempo, demotivata e atterrita dai fantasmi di una “terza apocalisse”. Uno scenario da conflitto mondiale insomma. Anche la semantica calcistica “ i giocatori non ne avevano più, non riuscivano a coprire il campo”, “ci vuole un cambio di atteggiamento”,” a San Siro ormai non ne vinciamo più una”, ”dobbiamo ripartire dal primo tempo in cui non abbiamo concesso campo”, “ci metto la faccia”, “una serata così non se la meritava nessuno”, “ci è venuto il braccino”, la Norvegia se l’è andata a prendere con qualità e ritmo” denuncia una deriva pericolosissima iniziata da svariato tempo, non solo dal pareggio con la nazionale svedese che ci scaraventò fuori dai mondiali del 2018. Le parole non sono mai solo parole, sono come strumenti, e il loro significato a volte trascina scenari, idee, filosofie crudeli. Ecco. Non solo non siamo più bravi; come italiani, non siamo neanche al passo con i tempi. Ci confrontiamo con realtà che da almeno vent’anni hanno iniziato una consapevole revisione delle proprie fragilità, si sono rimboccate le maniche ed in linea con i progressi della neuro-educazione hanno iniziato a investire seriamente fin dai primi segmenti delle scuole calcio. In Italia, a gestire i piccoli amici si mandano i più inesperti, giovani che debbono farsi le ossa, quelle ragazze “che con i bambini sono le più adatte” seppur completamente digiune di metodologia, tattica e intelligenza calcistica e comunque  non certo il fior fiore degli allenatori delle società, signori che pretendono quasi sempre squadre solo dai giovanissimi in su. No, per dire.

La Norvegia, guarda caso, dal 2000 “quando Halaand aveva 30 giorni di vita” ha invece iniziato ad investire nel rinnovamento di strutture e vivai intorno alla felice intuizione, ormai certezza, che è proprio quando i nostri bambini sono tanto piccoli che saranno in grado di capire per sempre il SENSO DEL GIOCO. Molti paesi oltre la Norvegia, con il tempo, sono riusciti ad invertire quella marcia negativa che non li vedeva apparire in scenari di livello europeo da svariato tempo. A scopo esemplificativo inserisco qui sotto una sommaria tabella, relativa alle linee guida utilizzate dalla Federazione Norvegese per le proprie scuole calcio, evidenziando i fattori ritenuti da loro determinanti, per poi arrivare a delle considerazioni riassuntive alcune delle quali si può trovare traccia negli articoli scritti in passato su questo sito. Lo faccio non solo per ribadire l’evidente riuscita di un modello, ma per sottolineare ancora una volta l’IMPELLENTE NECESSITÀ di un ripensamento vero e totale da parte della FGCI in merito a linee guida CHIARE, EFFICACI, ASSOLUTE, INNOVATIVE da seguire dal punto di vista metodologico. Sempre più stupita del fatto che in tutto questo tempo non si sia ricorso a meccanismi di correzione ed inversione di rotta.

VIVAI NORVEGIA

Le squadre di calcio giovanile si concentrano sull’offerta ampia e inclusiva al maggior numero possibile di bambini. L’enfasi è posta sullo sviluppo delle abilità individuali e sulla comprensione tattica, sul SENSO DEL GIOCO, ABILITÀ E CREATIVITÀ: l’allenamento dà priorità alle abilità e sostiene la creatività; i giocatori sono incoraggiati a pensare con la propria testa per risolvere le sfide sul campo.

VERSATILITÀ: viene riconosciuto il merito all’allenamento tramite altri sport come alternativa per sviluppare la fantasia nella presa di decisione.

TEMPO DI GIOCO: a tutti i giocatori è garantito un tempo di gioco minimo in una partita.

Il modello calcistico infantile in Norvegia era accusato del fatto che la nazionale non otteneva risultati a livello internazionale. Il mirino era sulla selezione tardiva dei “migliori” Ma dopo aver revisionato in maniera certosina obiettivi regole e linee guida, i responsabili hanno tenuto duro puntando alla differenziazione.

DIFFERENZIAZIONE

I gruppi possono occasionalmente essere differenziati per adattare l’allenamento ai diversi livelli di sviluppo. Si utilizza il DL, DIFFERENTIAL LEARNING dunque, di un trattamento differenziato positivo, in cui l’intenzione è organizzare l’attività in modo che tutti raggiungano un buon equilibrio tra padronanza e sfide adatte al proprio livello di abilità e maturazione. Spesso è difficile da realizzare nella pratica. Il gruppo di giocatori è solitamente composto da ragazze e ragazzi con abilità, fisici e ambizioni diverse.

Le linee guida della NFF per la differenziazione nel calcio per bambini si basano sul fatto che l’arena di allenamento è l’incubazione di sviluppo più importante, insieme al gioco del calcio non organizzato.

DIFFERENZIAZIONE NELLA QUANTITÀ DI ALLENAMENTO.

Anche la partita settimanale è un’arena di allenamento. Il club deve garantire che ci siano sufficienti opportunità di allenamento sia per la fascia d’età che tra le fasce d’età, in modo che sia possibile allenare di più coloro che lo desiderano o che lo necessitano. La qual cosa deve essere aperta a tutti e rappresenta una sorta di differenziazione nella quantità di allenamento.

DIFFERENZIARE I CONTENUTI dell’allenamento. Alcuni hanno bisogno di più tempo, più spazio e più tocchi di palla. La cosa migliore sarebbe ovviamente avere un numero sufficiente di allenatori nel gruppo, ma anche genitori o altri tutori possono dare una mano.

DIFFERENZIARE LA COMPOSIZIONE DEI GRUPPI in base alle abilità. Non sempre e non sempre con gruppi statici. Per una resistenza il più possibile equilibrata, 2/4 del tempo con e contro giocatori con approssimativamente lo stesso livello di abilità e maturità. Quindi 1/4 contro coloro che hanno fatto progressi e 1/4 contro coloro che non hanno fatto progressi. Questa organizzazione mantiene la formula calcistica per bambini: SICUREZZA + SFIDE + PADRONANZA = BENESSERE E SVILUPPO.

Sappiamo per esperienza, e per alcune ricerche condotte nel tempo, che una DIFFERENZIAZIONE PREMATURA basata esclusivamente sulle abilità porterà ad abbandoni precoci. Se non riesci mai a giocare con il tuo migliore amico e pensi che solo la squadra “migliore” riceva tutta l’attenzione, il calcio non sarà divertente. E se non è divertente, i bambini smetteranno. Per la massima parità possibile durante la partita, i responsabili di gara di entrambe le squadre assicurano che i giocatori siano assegnati in modo tale da evitare un senso unico di gioco. Con un tempo di gioco approssimativamente uguale per tutti i partecipanti.

Da almeno 20 anni come dicevo hanno rivisto nuovamente le linee guida affinchè i circoli calcistici TROVINO LE SOLUZIONI MIGLIORI PER I PIÙ GIOVANI. Ma, ancora una volta, è assolutamente fondamentale che tutti coloro che si iscrivono a una squadra abbiano la stessa comprensione e lo stesso obiettivo, ovvero creare partite di calcio il più possibile equilibrate e dinamiche.

SVILUPPO DEI GIOCATORI

Grande enfasi è data allo sviluppo dei giocatori nel calcio infantile, dove vogliamo che tutti diano il massimo in base alle proprie capacità e ai propri desideri. Ma questo richiede competenza e pazienza, NON FRETTA DI OTTENERE RISULTATI E IMPAZIENZA.

Per questo grande enfasi viene data alla formazione dei formatori che poi organizzeranno l’attività in modo che tutti ricevano LA GIUSTA SFIDA e sperimentino la MAESTRIA DI GIOCO che fornisce sviluppo. Insieme all’aspetto sociale, questa è la ragione più importante per cui i bambini praticano sport. LO SVILUPPO DELLA VISIONE E DELL’INTELLIGENZA DI GIOCO. Risultati e classifiche sono le prime cose di cui noi adulti ci preoccupiamo. Ma non è nemmeno vero che il “modello calcistico norvegese per bambini” sia solo un’arena di ritrovo sociale dove ognuno può fare ciò che vuole. Gli allenatori stabiliscono delle aspettative sia per i genitori che per i giocatori, ma adattate all’età e al livello. Quando si confrontano, sia in allenamento che in partita, il calcio per bambini significa anche segnare gol e impedire agli avversari di fare lo stesso.

MA NON IN BASE A UN REQUISITO DI RISULTATO, BENSÌ IN BASE A CIÒ CHE SI ALLENA CON L’OBIETTIVO DI MIGLIORARE, INSIEME E INDIVIDUALMENTE. Quindi il club deve avere il coraggio di stabilire delle aspettative per gli allenatori. In pratica, questo significa  frequentare corsi di formazione, aderire al piano sportivo del club e alle linee guida della NFF e avere come obiettivo il miglioramento di tutti, piuttosto che risultati a breve termine per pochi. Il volontariato nello sport norvegese in generale, e nel calcio in particolare, è ai vertici mondiali ed è fondamentale per poter mantenere l’attività in tutti i comuni del Paese. D’altra parte, però, essere un allenatore di calcio per bambini non è un diritto umano. Offrendo corsi di formazione per allenatori di base e l’assistenza del “coach’s coach” o del Supervisore Allenatori in ogni club, garantiamo anche sicurezza, competenza e sviluppo per gli allenatori dei nostri bambini.

 sicurezza vs sfide   +   padronanza del gioco =  benessere e sviluppo

In questi giorni abbiamo letto molti competenti articoli che suggeriscono a Gattuso e al suo staff gli antidoti più o meno competenti e condivisibili relativi a mentalità vincente, autostima, equilibrio, formule serie, serissime, strategiche, nostalgiche, magiche per riemergere dalla palude. Le urgenze che personalmente avverto sono invece tutte rivolte al fine di crescere una nuova generazione di giocatori. Proposte che si aggiungono al lavoro già esistente ma che dovranno essere sperimentate nell’ottica della complessità e SEMPRE attraverso il gioco, gioco del calcio, SSG, RONDOS, utilizzando metodologie ben chiare, delineate e, a volte, utilizzate da anni come il DIFFERENTIAL LEARNING, il CLA CONSTRAINTS – LED APPROACH, il GAME SENSE, il CALCIO A 5, delle quali vorrei estrapolare e ribadire le best practice da trasferire poi in partita.

– Anticipando il prossimo argomento che ho pensato di approfondire, dico subito che STAFF e ALLENATORE DOVRANNO PER PRIMA COSA CONFRONTARSI SUL SIGNIFICATO DI “BUONA PERFORMANCE.” Quali sono i parametri tali da soddisfare la qualità della prestazione sia in allenamento che in partita?

– AVVIARE quindi UN CAMBIO DI PROSPETTIVA: PENSARE L’ATTIVITÀ DI ALLENAMENTO ESATTAMENTE COME ATTIVITÀ DI TRANSFER.  Le attività progettate dovranno essere SPORT-SPECIFICHE, collimare con quello che il giocatore vivrà in partita. Ma chi ci dice cosa vivrà effettivamente il giocatore in partita? Come ci comportiamo con la variabilità? Paradossalmente dovremmo pensare attività tali da rendere il giocatore estraneo alla grammatica che da lui stesso ci si aspetterebbe. Acquisire anche punti di vista altri. E, senza imbeccarli, potremmo con stupore osservare UNA GRANDE VARIABILITÀ INTERNA TRA CIASCUNO DEI LORO RIPETERE SENZA RIPETERE. Inoltre, di cosa avrà bisogno il giocatore in allenamento per sentirsi ed essere effettivamente pronto e competitivo? Cosa sente davvero un piccolo amico o un pulcino? Restiamo mai fermi ad ascoltarli?

La partita richiede al giocatore di RICERCARE LE FONTI DI INFORMAZIONE PERTINENTI, adeguate affordances per creare un’azione funzionale. Lo spazio in cui si muoveranno non sarà mai solo un contenitore ma una continua emergenza di tensioni e trasformazioni da percepire e da agire.

– L’allenamento dunque dovrebbe essere rappresentativo dell’ACCOPPIATA PERCEZIONE-AZIONE che in partita accadrà in un’ottica di problem solving. Le attività progettate e proposte in allenamento dovranno  richiedere PROCESSI RISOLUTIVI SIMILI A QUELLI CHE IL GIOCATORE SI TROVERÀ A RISOLVERE IN PARTITA.  Non chiediamoci solo, osservando i giocatori, se il tocco è stato corretto ed efficace, ma anche SE I GIOCATORI HANNO PROCESSATO RAPIDE ADEGUATE SOLUZIONI IN BASE ALLE RICHIESTE DELLA SITUAZIONE. Se sono apparsi distratti, se si sono abbattuti facilmente, come hanno reagito alla frustrazione di un gol subito o di un dribbling perso……. UNA DECISIONE SBAGLIATA SPESSO SCATURISCE DA UNA PERCEZIONE SBAGLIATA. 

Tutte queste osservazioni dovranno essere discusse in seno allo staff per allontanare il pericolo di valutazioni erroneamente  illusorie rispetto all’apprendimento avvenuto in seduta.

-L’abilità osservata temporaneamente durante l’allenamento in un giocatore potrebbe non essere riprodotta in gioco in situazioni giudicate analoghe. Utile a questo proposito risulta una pratica che comunemente viene chiamata RIPETIZIONE SENZA RIPETIZIONE. Dato che mai eseguiamo lo stesso movimento esattamente allo stesso modo, specialmente in una competizione, le nostre RIPETIZIONI DI PRATICA dovrebbero simulare questa VARIABILITÀ COMPETITIVA. La VARIAZIONE INTENZIONALE DELLE RIPETIZIONI DI PRATICA risulta un mezzo per migliorare il TRANSFER in relazione al contesto competitivo. (CLA)

RPD RECOGNITION PRIMED DECISION- DECISIONE BASATA SUL RICONOSCIMENTO

La decisione basata sul riconoscimento è un modello di come i giocatori prendono decisioni rapide ed efficaci di fronte a situazioni complesse come quelle proprie del gioco. In questo modello il decisore di fronte al problema da risolvere genera una possibile LINEA DI CONDOTTA, la paragona a VINCOLI IMPOSTI dalla situazione o dallo stesso allenatore, e seleziona LA PRIMA LINEA DI CONDOTTA CHE NON VIENE RIFIUTATA, specialmente se è in CONDIZIONI DI PRESSIONE SPAZIO-TEMPORALE, se le INFORMAZIONI SONO PARZIALI   e gli OBIETTIVI NON CHIARISSIMI.

Il modello RPD combina 2 modi per sviluppare una decisione:

-il primo è riconoscere quale linea di condotta ha senso,

-il secondo è la valutazione nel corso dell’azione mediante IMAGERY su quale decisione avrà senso.

Se si è in possesso di una VASTA ESPERIENZA, di fronte a ricorrenti situazioni di gioco o a specifici pattern, si potrà avere vantaggio, riconoscendo un vissuto.

 Esistono 3 varianti nella strategia RPD in base alle seguenti situazioni:

-i giocatori riconoscono la situazione come tipica

-i giocatori approcciano una situazione non conosciuta ma posseggono linee d’azione nel proprio repertorio -i giocatori approcciano una situazione non conosciuta e sono ignari della corretta linea di condotta.

-LA SITUAZIONE da affrontare POTREBBE ESSERE NON CONOSCIUTA MA IL GIOCATORE potrà SCEGLIERE TRA UNA SERIE NOTA DI LINEE DI AZIONE gia’ vissute EFFETTUANDO IL TRANSFER DI RIPETIZIONI VARIATE INTENZIONALMENTE IN ALLENAMENTO.

Poiché in partita certamente cambiano i parametri (forza, distanza, situazione, numero di compagni e avversari….) di quello schema di movimento conosciuto, TALI VARIAZIONI RAPPRESENTERANNO LA PARTE NECESSARIA, INDISPENSABILE DELL’ALLENAMENTO E DELL’APPRENDIMENTO.

Quando un giocatore commette un errore di qualsiasi genere nel gioco, molto spesso l’allenatore è pronto a riprenderlo, a dirgli cosa è sbagliato a dare consigli. L’ALLENATORE VEDE UNA DIFFERENZA, un margine che si discosta da quella che lui reputa la best practise. Secondo il Prof.Schollhorn, mentore del Differential Learning invece di dire al giocatore: “Non dovresti fare così,” l’allenatore dovrebbe essere in grado di AMPLIFICARE QUESTA DIFFERENZA, questo errore e non aspettare che le variazioni si verifichino per coincidenza. Perché L’APPRENDIMENTO HA proprio BISOGNO DI VARIAZIONE se si vuol raggiungere LIVELLI DI PRESTAZIONE MOLTO PIÙ ALTI. E la consapevolezza nel giocatore di un prima e di un dopo ( DL )

-L’ALLENATORE sarà dunque un CREATORE DI CONTESTI IN CUI SBAGLIARE SARA’ POSSIBILE, anzi sarà lui ad offrire ai giocatori IL RISCHIO DI SBAGLIARE, L’AZZARDO di STRESSARE L’ALLENAMENTO. L’ERRORE per questo motivo DIVENTA PROCESSO INTEGRANTE E STRUTTURALE DI APPRENDIMENTO PERMANENTE.

-Il gioco sarà visto dunque come uno spazio che continuamente si scompone e si ricompone. Un passaggio in diagonale dal limite al centrocampo riconfigura totalmente lo spazio che attraversa, aprendo a nuove possibilità e veicolando il pensiero tattico del giocatore: tale visione-educazione dovrà essere stimolata da prestissimo. SI PUO’. IO L’HO FATTO.

 -FORZA, VELOCITÀ, AGILITÀ, RESISTENZA, non potranno più essere interpretate ed allenate come entità separate ma interconnesse E I BINOMI FORZA E COORDINAZIONE, RAPIDITÀ E COORDINAZIONE SONO ORMAI CONSIDERATI E ALLENATI

COME UN’UNITÀ INSCINDIBILE. Abbiamo perso troppo tempo a privilegiare la precisione e non la rapidità del movimento, la sua efficacia indispensabile nell’ottica del gioco, anche a rischio di commettere errori e di perdere palloni.

-Risulterà utile a questo proposito riflettere sul fatto che le proprietà dei sistemi coinvolti nel gioco sono sempre in relazione. ESSE SI REALIZZANO SE NON NELLA RELAZIONE: ANCHE NEL GIOCO SENZA L’ALTRO SIAMO NULLA (A.FORMISANO). L’abitudine alla relazione con i compagni, reparto, avversari sarà sempre UN’OPPORTUNITA’ E MAI UN LIMITE.

Ci saremo chiesti durante la nostra esperienza di allenatori come mai alcune squadre evolvono talmente tanto da riuscire a fare bene e anche vincere campionati mentre altre si disgregano anche quando i livelli di talento sembrerebbero uguali. Oltre all’habitus di squadra certamente da creare, molto conta anche COME LA SQUADRA INSIEME PRENDE LE DECISIONI quando la posta in gioco è alta e l’ambiente imprevedibile. Se i bambini di 6 anni cominciano ad abituarsi alla composizione delle squadre, alle caratteristiche dei compagni, a trovare un ordine ed un equilibrio e imparano a decidere insieme, credo che avremo guadagnato tempo. E’ IL POTERE DELLA COMPLEMENTARITÀ. Le migliori partnership si costruiscono anche su punti di forza contrastanti: un giocatore porta energia, l’altro porta stabilità, uno si prende rischi l’altro fornisce un equilibrio: adattabilità e fiducia sotto pressione. Perché i punti di forza personali potrebbero cambiare quando l’ambiente cambia.

Ripensiamo dunque anche all’opportunità di far girare le squadre e i bambini come trottole per abituarli a stare con tutti. E’ sempre giusto? Va sempre bene? DIPENDE dice il grande Mister educatore MAX DE PAOLI.
 -Un’altra intuizione è SFIDARE i giocatori.  La proposta di giochi di invasione anche molto diversi dal calcio e dalle sue regole che rivelano però, per come sono congegnati, una decisa propensione a principi, concetti, fasi, organizzazioni, transizioni, ricerca visiva dei dettagli determinanti, prontezza esecutiva, anticipazione, timing da poter fluidamente trasferire in partita è un habitus da acquisire.

– Saper chiaramente cosa si è chiamati a fare: L’ATTENZIONE SUL COMPITO è determinante. Quando i bambini, i giocatori conoscono le proprie responsabilità, le decisioni sono più semplici e rapide. Altrimenti la comunicazione si rompe e i giocatori esitano. Accertarsi che i bambini, i giocatori abbiano chiaro il compito è determinante anche attraverso la pratica del GAME SENSE di Bunker e Thorpe.

-Imparare a lavorare sia in regime di calma che di pressione. Sappiamo bene perché lo abbiamo sperimentato tante volte come sentirsi in vantaggio o in svantaggio modifichi naturalmente il comportamento. Lo spaziotempo non è solo quello al di fuori del bambino ma anche quello che lui stesso sperimenta dentro di sé.  Le prestazioni delle squadre migliorano quando l’adattamento psicologico, i modelli comunicativi e i ruoli sono chiari e condivisi; per migliorare nelle prestazioni ma specialmente nell’apprendimento, sarà necessario investire nella complessità delle abitudini emotive e cognitive della squadra, non certo e non solo nelle abilità individuali.

CONCLUSIONI E RIFLESSIONI: RICOMPORRE L’INFRANTO

Anche se il malato è grave, ho sempre avuto in antipatia i pessimisti nostalgici, quelli che “prima andava tutto bene ed ora tutto male.” Di certo una maggiore cura nei confronti dei più piccoli è indispensabile. Di più. E’ vantaggiosa. Le nostre speranze di futuro, i nostri bambini sono spesso oggetto di babysitteraggio più che soggetti calciatori, attivi attori di intelligenza. Non ci rendiamo conto che la potenziale rinascita è tutta lì. RIPENSIAMO I VIVAI. Per carità, anche in passato nei settori giovanili gli errori si facevano, ma erano probabilmente staticamente definiti, facilmente interpretabili, valutabili e risolvibili. Il tipo di lettura che avevamo valutava attività più semplici che prevedevano risposte lineari, immediate, interpretabili, decifrabili. Ora il mondo è complesso, il calcio lo è sempre di più e sono richieste all’allenatore delle prerogative superiori. NELLA COMPLESSITÀ BISOGNA SAPERCI STARE, BISOGNA SAPERLA GESTIRE. Non solo pappagallarla a parole. La qual cosa non è da tutti. O almeno è indispensabile una formazione efficace. Osservo, nel calcio dei settori giovanili questa generale prolungata fragilità fatta di tante lacune mai risolte definitivamente. QUEL CHE È CERTO È CHE LE ARMI CHE USIAMO IN ITALIA NON FUNZIONANO PIÙ. Chi lavora nei settori giovanili accetta di vivere pericolosamente ma ha pochi aiuti, rimborsi scarsi laddove esistenti, molti dubbi e frustrazioni. Il problema è che queste condizioni non sono occasionali. Il burn out è dietro l’angolo. Ed i corsi online federativi non sanno dare adeguate risposte.

Nonostante la mia decisa fiducia, non sarà neanche la scienza a trovare una soluzione. Dobbiamo prendere coscienza di essere dentro a modificazioni di un movimento così più grande di noi, di fronte ad un temporaneo fallimento a cui la Federazione ha contribuito in modo importante e che non se ne uscirà senza fare una profondissima riflessione, un grande passo indietro per farne forse tre avanti, dopo.  Bisogna chiarirle queste cose, discuterle. Anche scannarsi con estrema passione, se necessario. Perché l’immaginario di un calcio risanato probabilmente è simile nella testa di tutti, però abbiamo in mente modi diversi per arrivare a questo obiettivo. E non si potrà procedere al meglio senza aprire dei tavoli di confronto dal basso, che inducano ad un forte sentimento di solidarietà tra allenatori e tecnici con cui condividere le incertezze di un lavoro educativo e sportivo che langue.

In tutti i lavori, ma in campo educativo di più, affrontare i momenti difficili manda in tilt perché si possono polverizzare in poco tempo anni ed anni di sforzi, speranze, impegno vero. Eppure, grazie anche alle competenze del passato e alle attuali, quello che intriga di più in questo lavoro è proprio IL PRENDERSI CURA. Rispettarli, i giocatori, non essere invadenti, lavorare un po’ per togliere ed un po’ per aggiungere, onorare quella straordinaria intima potenza di ciascuno e fare il possibile affinchè venga fuori. Averne molta cura, sapendo che ci sono delle condizioni fondamentali, delle competenze da trasmettere, altre da far fruttificare nel miracoloso passaggio dall’infanzia all’adolescenza alla maturità: una MATERIA VIVA AFFASCINANTE, che evolve ogni giorno sui campi, mentre quell’insieme di gesti, rumori, contatti, odori, scambi, azioni avvengono. Ancora un autunno, un inverno, il freddo, la pioggia, i primi caldi, e nelle giornate che si allungano, monitorare a che punto siamo arrivati, che gioco c’è, che carattere avrà: il lavoro di un mister non si vede se non in quel che saranno in grado di fare quei ragazzi lì. In quel che saranno, qualsiasi cosa decideranno di essere. Certi Mister riconoscono la propria squadra dal tipo di gioco che mostra. I Mister e i giocatori, anche i GIOCATORIPERSEMPRE amano pensare ad un calcio italiano capace di procurare infinito piacere nel momento in cui lo si pratica, anche in quello spicchio di campo condiviso con altre due o tre squadre.

In virtù e per rispetto di quanto detto e ribadito, credo sia doveroso e opportuno da parte della Federazione aprire una reale e brutale stagione di riflessione per un confronto con i grandi temi del cambiamento. Siamo a fine novembre di un’annata tristissima per il calcio nazionale. E’ il tempo di fare cose giuste, il tempo di ridare una dignità anche formale a chi lavora con estrema passione. A questi allenatori qui, creatori di SCENARI NON A PERDERE.

Che si progettino, dunque, dei piani per rifondere le scuole calcio e tutto il movimento di quella FORZA EVERSIVA di quella NOBILTÀ e PASSIONE e DIGNITA’ di cui proprio Gattuso è chiaro testimonial. Connotati che hanno sempre caratterizzato il calcio italiano. Basta con questa broda svilita, questa materia in disgregazione che non ha proprio niente a che fare con quelle caratteristiche e prerogative che hanno fatto grande il calcio italiano. L’ “ANDIAMO A BERLINO, BEPPE” è un patrimonio da non disperdere. Una emozione da tramandare. STAY TUNED

Bio: SIMONETTA VENTURI

Insegnante di Scienze Motorie.

Tecnico condi-coordinativo in diverse scuole calcio e prime squadre del proprio territorio ( Marche )

Ha collaborato con il periodico AIAC L’Allenatore, con le riviste telematiche Alleniamo.com, ALLFOOTBALL.

Tematiche: Neuroscienze, Neurodidattica

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