LA CRISI DEL CALCIO ITALIANO – FORMAZIONE E DIGNITÀ LAVORATIVA DEGLI ALLENATORI

Negli ultimi tempi, soprattutto dopo le prestazioni della Nazionale, si è tornato a parlare con insistenza della “crisi del calcio italiano”. Molti attribuiscono questa situazione alla presunta mancanza di talenti. Personalmente non condivido questa visione: in Italia i talenti ci sono, e continueranno a nascere.

Il problema vero non riguarda la quantità dei talenti, ma il modoin cui questi talenti vengono educati, accompagnati e formati fin dai primi passi nel settore giovanile.

Partendo dal Report FIGC, che ogni anno offre una fotografia precisa del nostro movimento calcistico, credo che l’analisi debba spostarsi dal settore giovanile professionistico al Settore Giovanile e Scolastico, ovvero la vera base della piramide. È lì che si trovano numeri impressionanti, ma anche le criticità più forti, spesso ignorate. Il dato centrale è questo: in Italia ci sono 752.447 giovani tesserati nel settore giovanile e scolastico. A questo punto la domanda è inevitabile: chi allena davvero questi ragazzi?

Non in senso teorico, ma in modo concreto: quanti allenatori con una formazione adeguata sono coinvolti ogni giorno nella crescita dei giovani calciatori?

Per rispondere ho considerato solo le licenze UEFA B e UEFA C, escludendo quelle minori che avrebbero inciso poco sul ragionamento. La licenza UEFA B conta 21.915 allenatori. Tuttavia, essendo una qualifica rivolta principalmente alle prime squadre, ho ipotizzato che solo il 10% lavori realmente nel settore giovanile: circa 2.191 allenatori. A questi si aggiungono gli 8.833 allenatori UEFA C, la qualifica maggiormente orientata alla formazione dei giovani. Sommando, otteniamo 11.024 tecnici abilitati che operano nel settore giovanile.

Poi ho cercato di stimare quante squadre giovanili esistano realmente. Dividendo i tesserati per una media di 18 giocatori per squadra – un valore realistico per molte categorie – si arriva a circa 41.802 squadre giovanili.

E qui emergono i numeri più preoccupanti. Se ogni tecnico abilitato segue una sola squadra, significa che solo 11.024 squadre hanno un allenatore qualificato. Le altre 30.778, cioè quasi tre squadre su quattro, non sono guidate da un tecnico con una formazione certificata. In percentuale, vuol dire che soltanto il 26,4% delle squadre ha un allenatore abilitato, mentre un impressionante 73,6% non lo ha.

Questo dato, da solo, dovrebbe aprire un dibattito nazionale. Come possiamo essere certi che la maggior parte dei nostri bambini riceva un percorso tecnico, educativo ed emotivo adeguato se non è nemmeno affidata a figure preparate? Come possiamo pretendere che il talento naturale si trasformi in talento calcistico maturo? E cosa accade nelle zone d’ombra, ovvero tutte quelle squadre guidate da allenatori non censiti, non formati e privi di un metodo di lavoro riconosciuto?

A questa criticità si aggiunge un altro elemento cruciale: le condizioni economiche degli allenatori qualificati. In base ai dati disponibili e all’esperienza diretta, un allenatore abilitato nel settore giovanile percepisce mediamente circa 250 euro al mese per dieci mesi, quindi 2.500 euro l’anno. Una cifra che, considerati i costi di trasporto, l’attrezzatura, gli aggiornamenti obbligatori e le spese vive, spesso non copre nemmeno i costi sostenuti.

Di conseguenza, quasi tutti gli allenatori sono costretti ad avere un secondo lavoro, spesso un lavoro principale non collegato allo sport. Dopo una giornata di lavoro devono spostarsi al campo, gestire allenamenti, preparare sedute, seguire partite, occuparsi di relazioni con genitori e società. È inevitabile chiedersi: come può un allenatore lavorare con dedizione, cura e professionalità se il sistema non gli permette di vivere del proprio ruolo? Come può approfondire contenuti tecnici, pedagogici ed emotivi se è costretto a dividere tempo ed energie tra più occupazioni?

Un movimento che non valorizza i propri formatori, né economicamente né sotto il profilo sociale, non può garantire qualità ai propri giovani. Di conseguenza, difficilmente può sperare di far crescere talenti che arrivino fino ai livelli superiori. Se non viene riconosciuto valore a chi forma, non si può pretendere di ottenere valore da chi è formato.

A questo si aggiunge un altro numero rivelatore: se quei 250 euro al mese vengono moltiplicati per i circa 50 allenatori coinvolti in un settore giovanile strutturato, il costo tecnico totale è circa 12.500 euro.Ora, se consideriamo che in Italia una semplice squadra di Prima Categoria — parliamo della settima serie nazionale — costa tra i 15.000 e i 30.000 euro annui, è evidente che nel settore giovanile non si investe, o quantomeno non si investe in modo proporzionato all’importanza che rappresenta.

Alla luce di tutto questo, credo sia fondamentale che la Federazione avvii una serie di analisi più approfondite:

• un’analisi specifica regione per regione sul numero reale di tecnici abilitati e non abilitati

• un’analisi dei costi degli allenatori su base territoriale

• una raccolta dati attraverso questionari strutturati e sviluppati insieme all’area tecnica della federazione per valutare contenuti, metodi e competenze degli allenatori

Credo che la vera crisi del calcio italiano sia nascosta in questi numeri, non nei discorsi. generici o nelle polemiche del momento. La Federazione, da sola, può fare poco se il tema non diventa anche politico e culturale. Ma un’indagine accurata, numerica e verificata potrebbe finalmente aprire una riflessione seria su ciò che serve davvero per far crescere il calcio italiano: valorizzare chi educa, per far crescere chi gioca.

BIO: LORENZO FORNERIS

Lorenzo si occupa di progetti internazionali e dello sviluppo di academy in tutto il mondo. Grazie alla sua passione e al suo lavoro ha visitato e supportato numerose academy, contribuendo alla loro crescita sia dal punto di vista tecnico sia da quello organizzativo. Ha potuto constatare come il linguaggio del calcio sia universale e come permetta ai bambini di sviluppare non solo le proprie abilità tecniche, ma anche la propria personalità e dimensione umana.

5 risposte

  1.  

    L’URGENZA DI RIVEDERE IL PROCESSO DI FORMAZIONE DEL GIOVANE GIOCATORE DEL MODELLO ITALIANO

    La formazione del giovane calciatore in Italia attraversa oggi un momento decisivo.

    I profondi mutamenti culturali, scientifici e sociali degli ultimi decenni impongono una revisione radicale dei modelli tradizionali, superando approcci ormai anacronistici e inadeguati rispetto alla complessità del mondo contemporaneo.

     L’idea stessa di settore giovanile deve essere ripensata, spostando l’attenzione dall’“utile” al “necessario”, dalla logica funzionalistica tipica del mercato alla costruzione di una vera comunità educativa e di apprendimento, capace di includere, valorizzare e far crescere ogni ragazzo.

    Dalla cultura dell’esecuzione alla cultura della formazione

    Il modello italiano ha per troppo tempo privilegiato l’esecuzione tecnica, la ripetizione, l’esercizio isolato e la standardizzazione dei comportamenti.

    Questa impostazione, ereditata dal passato, riflette una mentalità che vede il giovane come un esecutore e non come un soggetto intenzionale capace di comprendere e trasformare il gioco.

    Continuare a perpetuare pratiche pedagogiche nate quarant’anni fa significa ignorare ciò che oggi sappiamo sul funzionamento del cervello umano, sulle dinamiche dell’apprendimento e sul ruolo dell’esperienza nella costruzione della competenza.

    Le neuroscienze come fondamento del cambiamento

    Le neuroscienze contemporanee hanno chiarito un punto fondamentale: il cervello non apprende attraverso routine rigide, prescrittive e ripetitive.

    Di fronte alla monotonia e alla costrizione, si irrigidisce, riduce la propria flessibilità, limita la creatività e impoverisce la capacità di adattamento.

    Al contrario — come affermato da Gerald Edelman — la neuroplasticità si attiva e si potenzia quando il soggetto è immerso nella complessità, quando deve affrontare compiti non previsti, quando deve interpretare la realtà e trovare soluzioni nuove in contesti mutevoli.

    È qui che si manifesta l’essenza dell’apprendimento autentico: non nella riproduzione del noto, ma nella costruzione del nuovo.

    Questa prospettiva è pienamente confermata anche da François Jacob, che parla di “bricolage evolutivo”: educare significa allenare la capacità di risolvere problemi emergenti, adattandosi creativamente a un mondo che cambia continuamente.

    Non si tratta di trasmettere risposte preconfezionate, ma di sviluppare menti elastiche, critiche, capaci di fare scelte intenzionali in relazione a un ambiente vivo e imprevedibile.

    Perché l’approccio fenomenologico-enattivo è oggi indispensabile

    L’approccio fenomenologico-enattivo offre un paradigma radicalmente diverso da quello ancora dominante in molti settori giovanili italiani.

    Esso non si basa sulla prescrizione, sulla linearità, sulla correzione dell’errore o sulla sequenza dimostrazione–esecuzione, ma su una visione dialogica e riflessiva dell’apprendimento.

    Il giovane giocatore è visto come un soggetto attivo, corporeo, intenzionale, immerso in un contesto dinamico dal quale riceve stimoli e al quale risponde costruendo significati.

    L’enazione, processo attraverso cui percezione, decisione e azione si co-determinano, rappresenta il cuore di questa rivoluzione pedagogica.

    Non si impara “ripetendo”, ma si “ apprende”  agendo;

    non si migliora “imitando”, ma interpretando;

    non si cresce “eseguendo”, ma enagendo attraverso il corpo  nel gioco.

    Una comunità educativa, non un mercato

    Il cambiamento culturale richiesto non riguarda solo le metodologie, ma la visione complessiva del settore giovanile. Occorre passare da un modello che seleziona, esclude e produce esecutori a un modello che accoglie, include e fa emergere giocatori autonomi, consapevoli, creativi.

    Per farlo, serve una comunità capace di collaborare, riflettere, condividere, e non una struttura orientata solo al risultato immediato, al successo precoce o alla logica del profitto.

    Questo compito non può essere lasciato a chi continua a leggere la formazione dei giovani con categorie vecchie di quarant’anni, incapaci di comprendere il mondo contemporaneo e le evidenze scientifiche che lo caratterizzano.

    Per una nuova responsabilità educativa

    Rivedere urgentemente il processo di formazione del giovane giocatore italiano non è un’opzione: è una responsabilità educativa, etica e culturale.

    È necessario adottare paradigmi che valorizzino la complessità, l’intenzionalità, la creatività e la capacità di adattamento dei giovani.
    Il futuro del calcio italiano dipende dalla capacità di compiere questo salto culturale.
    E qui interviene la valorizzazione, anche sotto il profilo economico, degli allenatori chiamati ad assolvere a questo compito

    1. Ho letto con grande interesse l’articolo di Lorenzo Forneris sulla crisi del calcio italiano e sulla formazione degli allenatori.
      Mi ha fatto riflettere, perché tocca temi che vivo in prima persona.

      Io non ho qualifiche UEFA: lavoro in cucina, con orari che mi rendono impossibile seguire i corsi in presenza.
      Eppure, da quindici anni, corro in campo con bambini e ragazzi. È diventata una parte importante della mia vita.
      In tutto questo tempo ho cercato comunque di formarmi: libri, webinar, corsi online, confronti, osservazioni. Ho cercato di costruire un metodo, una mia idea. Non pretendo che sia migliore di quella di altri. È semplicemente ciò che sono riuscito a creare con le mie possibilità.

      Leggendo l’articolo, però, mi è tornata in mente un’altra riflessione.
      In questi anni ho visto tanti allenatori, anche qualificati, lavorare in modi che faticavo a comprendere: metodologie rigide, poca attenzione all’aspetto educativo, scarsa cura dei dettagli, relazione con i ragazzi quasi assente.
      Non lo dico per giudicare o per sentirmi superiore(non ne avrei alcun motivo)ma come semplice osservazione di campo.
      E questo mi fa pensare che il problema non sia solo chi ha o non ha un patentino, ma come viene monitorato, accompagnato e fatto crescere, indipendentemente dal titolo.

      Ed è qui che nasce la domanda che più mi porto dentro:
      la formazione degli allenatori, così com’è oggi, riesce davvero a raggiungere tutti e a garantire qualità reale?

      Non parlo solo di costi, ma di accessibilità concreta.
      Ci sono tante persone che lavorano con orari complicati, ma che dedicano comunque tempo, sacrifici e passione al calcio giovanile.
      Persone che vorrebbero formarsi di più, ma che semplicemente non possono partecipare ai corsi tradizionali.

      Credo molto nel valore della formazione.
      La farei domani mattina, se esistessero modalità più flessibili: lezioni online, moduli misti, contenuti asincroni.
      Un sistema che non escluda chi lavora in orari “non compatibili”, ma che anzi valorizzi chi ha voglia di crescere, indipendentemente dalla professione.

      Non voglio giudicare nessuno, né sostenere che il mio percorso valga più o meno di quello di altri.
      Vedo solo una cosa, ogni settimana: i ragazzi hanno bisogno di adulti preparati, presenti, aggiornati.
      E i talenti, in Italia, ci sono davvero.
      A volte non trovano solo il contesto giusto per crescere o la fiducia necessaria.

      Per questo credo che una riflessione generale sulla formazione, su come renderla più accessibile, più continua e più legata a ciò che accade davvero in campo, sia necessaria.
      Non per creare “allenatori migliori”, ma per avere più allenatori formati, più persone consapevoli, più percorsi coerenti per i nostri ragazzi.

      Da parte mia, continuerò a studiare e a imparare nel modo in cui posso.
      E spero, un giorno, di poter seguire anche un percorso ufficiale, se verranno offerte modalità più compatibili con la vita reale di tanti di noi.

  2. Buongiorno Lorenzo, non ho senza dubbio la sua esperienza ed ho letto il suo articolo con molto interesse.
    Mi sembra che lei consideri determinante la qualifica, che, per carità, ci sta, ma non è una certezza di buona riuscita e questo lo vediamo anche ad alti livelli.
    Infatti tanti allenatori hanno spesso difficoltà a relazionarsi coi propri calciatori adulti, non voglio nemmeno immaginare cosa succederebbe coi bambini.
    Non vorrei essere frainteso, quello che dice lei è senz’altro giusto, ma forse non basta; tornando proprio ai bambini l’empatia con loro non la insegna nessun corso e questo non è calcio, ma è scuola di vita.
    Per il resto ha ragione.
    Mi permetto di fare ancora due considerazioni: la prima riguarda il numero di giocatori, per il quale forse 18 mi sembra un numero basso, non di molto, ma senz’altro di qualche unità.
    La seconda, riguarda quello che ha scritto il lettore Massimo: vorrei fargli i miei complimenti per la passione che mette e a mio avviso questo fa la differenza.
    Ovviamente il mio è un parere personale.

  3. Buona sera, leggendo attentamente l’articolo, mi sfugge il criterio con cui vengono assegnati o associati i compensi/rimborsi degli allenatori dei vari settori giovanili; si parla di cifre legate prettamente ad un mondo dilettantistico, ma oggi chi seleziona, forma, insegna e/o gestisce il “calciatore” del futuro non è certo il mondo dilettantistico…….non ho mai visto, in Italia, esordire un giovane nella massima serie da un settore giovanile dilettantistico, passano tutti attraverso club professionistici, con allenatori qualificati e altamente remunerati per ciò che fanno.
    Sinceramente, mi sfugge come possano essere implicate in questo ragionamento, figure che si adoperano con o senza qualifica, ma con grande passione e in un contesto che il più delle volte si manifesta nel sociale più che all’agonismo. Credo che i problemi sulla qualità del calcio in Italia siano da ricercare altrove, ad esempio, mettere un limite agli stranieri nei campionati professionistici e tornare a selezionare sui campi anziché appoggiarsi a procuratori senza scrupolo.
    Con rispetto.

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