C’è una pletora di allenatori giovanili che più che educatori sembrano cattivi maestri. Uomini (e spesso ragazzi travestiti da uomini) che confondono la propria frustrazione con la virtù pedagogica, convinti che urlare contro un undicenne equivalga a temprarne il carattere. Invece lo schiacciano, lo riducono a figurina tremante, mentre loro si gonfiano il petto.
Il fenomeno è antico come le raccomandazioni nei campetti: c’è sempre il figlio del dirigente che gioca titolare, anche se tocca la palla come un fabbro con i guanti da forno. Ma il peggio non è la raccomandazione, che fa parte della nostra italica paideia storta, bensì la pretesa “scientifica” di certi giovani allenatori laureati in Scienze Motorie, freschi di PowerPoint, poveri di cuore. Non hanno mai letto un manuale di pedagogia, ma sanno perfettamente come mortificare un bambino: lo fanno diventare bersaglio pubblico, magari per un passaggio sbagliato, col tono del gendarme frustrato che non è mai stato calciatore e nemmeno uomo.
Il guaio è che tanti adulti, genitori compresi, applaudono a queste sceneggiate. “Così si tempra il carattere!”, dicono. Ma un ragazzino non è un gladiatore al Colosseo. È lì per imparare, crescere, capire il gioco e, già che ci siamo, divertirsi. La differenza tra critica e umiliazione è sottile e chiarissima: la prima corregge, la seconda distrugge. Un conto è la partaccia, la cazziata sacrosanta per l’atteggiamento molle, la risposta presuntuosa o lo scarso impegno. Un altro conto è l’offesa gratuita, il sarcasmo, la teatralità di chi si sfoga sulle spalle di un dodicenne per mancanza di altro pubblico.
Paradossalmente, gli allenatori migliori non sono i ventenni rampanti col patentino fresco di corso, né i trentenni tronfi di un paio di slide su pressing e transizioni. Spesso sono i “vecchietti” di paese, senza laurea, senza retorica, che hanno imparato sul campo e sanno parlare ai ragazzini come padri o nonni. Magari borbottano, magari non sono maestri di eloquenza, ma sanno ascoltare, sanno toccare le corde giuste. Al contrario, molti loro giovani colleghi confondono la severità con la maleducazione e lo spirito competitivo con il sadismo spicciolo.
Il calcio giovanile, per chi ci mette testa e cuore, dovrebbe essere scuola di vita. Ma troppi allenatori si fermano alla superficie: non studiano metodologia, ignorano tattica e psicologia, vivono di schemi copiati e di improvvisazione nervosa. Sono allenatori senza cultura da allenatore e senza soft skills. La loro unica strategia è l’urlo. Alla fine, i ragazzini imparano solo una lezione: che il calcio, invece che un gioco, è un piccolo tribunale dove il giudice è un adulto frustrato che non sa farsi uomo, e allora si consola a fare il tiranno coi bambini.
Il cattivo maestro non dialoga: pontifica. Non accetta contributi, cancella sul nascere il desiderio di pensare. Si crede sophós ma è soltanto un tyrannískos: un piccolo tiranno che nutre la propria vanità impedendo agli altri di nutrire la loro mente. Ai ragazzini non chiede di ragionare, chiede di obbedire. E chi osa deviare dalla sua linea viene subito riportato all’ordine con lo strumento preferito: la paura. Paura della minaccia, della disistima, della punizione. Paura del fischietto che non corregge ma condanna. Questo sistema, che molti adulti ancora scambiano per “disciplina”, non educa: blocca la creatività e soffoca l’iniziativa. Il cattivo maestro dà già tutto pensato, già tutto deciso: i bambini devono soltanto eseguire. Non c’è spazio per la fantasia, eppure il calcio nasce da lì, da un dribbling inventato, da un passaggio imprevisto. Senza creatività non si gioca: si marcia come dei soldatini.
Il cattivo maestro non impone apertamente, sarebbe troppo banale. Cerca adesione col trucco della manipolazione. Ti fa credere che l’idea sia tua, quando in realtà è soltanto l’ennesima opinione precostituita, immutabile, mummificata. In questo modo anestetizza il desiderio stesso di sapere e di provare. Il ragazzino non esplora più, non rischia più: si limita a recitare.
Poi c’è il capitolo più odioso: quelli che vogliono soltanto vincere. Non insegnano a giocare, insegnano a sfruttare ogni mezzo per vincere subito, lecito o illecito. Premiano la vittoria comunque ottenuta, anche se sporca, e bollano la sconfitta come colpa, demerito, macchia da lavare con la vergogna. Così non si educa alla critica né alla riflessione: si alimenta soltanto il senso di colpa. E si crea la cultura tossica dell’alibi.
Il cattivo maestro che vuole soltanto vincere trasforma il gioco in uno strumento utile al proprio ego. Non lo considera un obiettivo, non lo custodisce come bene comune. Lo usa e basta. Usa i ragazzi come pedine per il proprio tornaconto: per alimentare il proprio narcisismo, per vantarsi con i genitori sugli spalti, per mostrare ai dirigenti che “porta risultati”. Non bada ai danni, perché non li vede: anzi, li considera effetti collaterali.
Alla fine, cosa rimane di questi allievi? Ragazzi che non hanno mai sperimentato la gioia di pensare con la propria testa, atleti che non sanno criticare né accettare la critica, giovani che vedono nel calcio soltanto ansia da prestazione e giudizio punitivo. Sono calciatori dimezzati e uomini mutilati. Il cattivo maestro non è un grintoso: è solo vuoto. E nel vuoto, nessun ragazzo impara a giocare né a vivere.

BIO: VINCENZO DI MASO
Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.
Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia.
Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.
Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.
Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.










18 risposte
Concordo pienamente punto su punto! Per uno come me che lavora e ha sempre lavorato sulla Crescita dei ragazzi, sull’individuazione dei loro lati deboli e cercare di migliorarli, mettendo al centro del progetto i ragazzi e i loro bisogni, è difficile lavorare nel contesto odierno del calcio giovanile.
Se dici ad una società che a te non interessa la vittoria settimanale, ma la crescita del ragazzo, nemmeno ti prendono in considerazione…. Ovunque!
Oggi sono Responsabile Tecnico dell’attività di base all’Affrico, a Firenze, ma grazie a Renato Buso, grande ex giocatore ma sopratutto un professionista che Vede il calcio come me!
Sto conducendo una battaglia, cercando di far capire ai miei mister la giusta metodologia da seguire…. Alcuni l’hanno sposata alla grande, altri hanno alcune difficoltà, abituati da questo ambiente a comportarsi diversamente… Ma la difficoltà è proprio questa, non solo a Firenze, ma dappertutto. Per tutti conta vincere, non la crescita dei ragazzi…. Per questo motivo si perdono molti ragazzi, anche bravi!
Fino a quando la Federazione non farà qualcosa di concreto per cambiare le cose, i problemi ci saranno sempre! Siamo troppo pochi coloro che si mettono dalla parte de ragazzi…
Ci sarebbe da dire molto, da scrivere libri, ma mi fermo qui, nella speranza che chi di dovere “apra gli occhi”….
La realtà attuale che condivido da ex allenatore professionista con tanti anni di settore giovanile. Argomenti che devono far riflettere…
Grazie per questo pezzo!
Da padre di ragazzi impegnati nello sport condivido ogni aspetto.
Andrebbe stampato e messo nelle bacheche delle società..
Caro Vincenzo.
Il tuo articolo è una fotografia assolutamente veritiera della situazione.
Se posso permettermi manca, nella tua descrizione, la fascia di dei “Cattivi Maestri” peggiore…. quella dei presidenti e dei Direttori Sportivi.
I primi, dopo aver affidato il budget, si voltano dall’altra parte mentre i secondi compiono scelte solo ed esclusivamente legate al “margine” che un giovane ragazzo può generare (a volte) per le Società e (sempre) per le loro stessi.
I danni di questi “cattivi maestri” sono giganteschi e stanno portando il nostro sistema calcio alla deriva. Uomini che dovrebbero saper riconoscere il talento, saperlo proteggere, prendersene cura per farlo crescere e sbocciare.. si vendono per pochi denari.. trattando questi giovani ragazzi come vecchie auto che, al massimo delle loro potenzialità, vengono indirizzati verso gli sfascia-carrozze….
Finché al comando ci saranno questi personaggi … difficilmente i “Buoni Maestri” potranno trovare spazio..
Cordialità
Alberto
Tutto giusto!
Disamina pressochè realistica di una situazione largamente diffusa nei campi di calcio di tutta la penisola. Personalmente però sposterei il dito, puntato, nel comprensibile sfogo, verso i giovani allenatori, nella direzione dei formatori invece. Verso l’operare di enti che sfornano centinaia di operatori evidentemente inadeguati, a quanto si può riscontrare nella realtà. Allenatorifici e professorifici che stampano a ritmo continuo un elevato numero di documenti attestanti qualità utili per poi agire in campo professionale sportivo, che postano con certosina regolarità le foto dei futuri mister felicemente in posa davanti al portone dei blindatissimi luoghi del potere sportivo. Foto, da anni, sempre uguali a sè stesse. Di una fissità insopprimibile come bloccati e immutabili risultano i saperi che vengono trasmessi ad ogni nuova generazione di allenatori e il livello etico e pedagogico che ogni rapporto educativo sottende, nonostante l’apparente vernissage. Il calcio è stato sempre metafora e specchio della vita e oggi in Italia, questo ci è dato. Grazie per il contributo.
Splendido articolo, che fotografa fedelmente la realtà del coaching sportivo dei nostri giorni, non solo nel calcio. Da mental coach sportivo mi trovo a scontrami quotidianamente con tale realtà. Un mix di scarsa competenza, ego smisurato, empatia zero e conoscenze pedagogiche sconosciute producono danni a volte irreparabili alle giovani generazioni, ragazze e ragazzi, non solo per quanto riguarda l’aspetto sportivo agonistico. Complimenti!
Non capisco la necessità di incasellare i laureati in scienze motorie come rei di mortificare i ragazzini con rimproveri errati o come figure pedagogicamente non preparate, posso capire che avrà assistito o avrà avuto esperienze negative in tal senso, ma mi sembra sbagliato dare una specializzazione negativa a una categoria che le assicuro è già abbastanza penalizzata, senza doverci mettere il carico sopra definendoli senza cuore e poveri a livello empatico e rei di mortificare i bambini, non ha nulla a che vedere con l’essere laureati in scienze motorie, è un giudizio altamente negativo e fuori luogo e spero che il mister Galli intervenga……..l’esperienza negativa diretta ha poco a che vedere con l’oggettiva difficoltà della situazione calcio nei nostri giorni, sono molto deluso da questo articolo e dalla considerazione espressa su una categoria che è una risorsa e no un problema
Salve Luca, la Sua indignazione mi pare nasca da un fraintendimento: Lei si erge a paladino di una categoria, quando il bersaglio del mio scritto non era “i laureati in Scienze Motorie” in quanto tali, ma la caricatura di certi cattivi maestri che, come in ogni professione, si annidano e prosperano. Io descrivevo un tipo specifico, non una categoria. Un tipo che ha la smania della certificazione e dell’acronimo, ma non ha mai letto una riga di pedagogia, non ha mai visto un bambino come soggetto irriducibile e fragile, bensì come ingranaggio da redarguire.
E vede, qui sta il punto: confondere la critica a un atteggiamento con la denigrazione di un’intera classe professionale è un’operazione che ricorda quei sofismi da bar sport che nessuno prende più sul serio. È come dire che, se critico il maestro che picchia con la bacchetta, allora sto demolendo la musica classica. Lei combatte un fantasma, e lo fa con una certa enfasi che, lo ammetto, ha un suo fascino teatrale.
Quanto a Filippo Galli, è bene che Lei sappia che non solo è perfettamente in linea con il mio pensiero, ma ha espresso apprezzamento per la chiarezza con cui ho distinto il valore della formazione scientifica dal pericolo di una sua degenerazione “tecnocratica”. La sua autorevolezza e il suo avallo mi confortano, e Le garantisco che non mi permetterei mai di scrivere cose che tradiscano la sua visione didattica.
Forse, allora, più che erigere barricate verbali a difesa di chi non era attaccato, conviene accettare che esistano cattivi maestri, come esistono cattivi giornalisti, cattivi professori, cattivi chirurghi. Non c’è categoria che ne sia immune. La differenza sta nel riconoscerli e non legittimarli, affinché i bravi, che sono molti, non vengano offuscati.
Ha etichettato i laureati in scienze motorie come cattivi maestri, sarebbe bastato dire che ci sono cattive figure sul campo che adoperano un lessico sbagliato, senza citare i laureati in scienze motorie, poi può tranquillamente articolare la risposta ma la sostanza non cambia, l’articolo è chiaro e il passaggio lo è ancora di più, mi rammarico anche che ci sia stato l’avallo di un messaggio negativo a mio modo di vedere, mi dispiace quello che ho letto e me ne rammarico
Salve Luca, il Suo rammarico è legittimo, come ogni sentimento. Ma non è detto che, per il solo fatto di essere sinceramente provato, corrisponda alla verità delle cose. Lei continua a leggere come “etichetta di categoria” ciò che, nella mia intenzione, era un esempio paradigmatico: il giovane allenatore fresco di Scienze Motorie che, innamorato delle slide e sordo alla voce dei bambini, si trasforma in caricatura del sapere tecnico.
Non ho mai scritto che tutti i laureati in Scienze Motorie coincidono con questa figura. Se Lei lo ha inteso così, mi permetto di dire che non è il testo a essere “chiaro”, come Lei afferma, ma la Sua lettura a essere fuorviata da un bias. Non è un dettaglio da poco: la differenza tra un esempio e un’asserzione universale è il fondamento stesso del ragionamento critico.
Quanto all’“avallo” di Filippo Galli, Lei se ne rammarica; io, al contrario, ne sono lieto. Evidentemente Filippo ha colto, come altri, che il mio bersaglio non erano i professionisti seri, ma i cattivi maestri, categoria che non ha lauree, perché esiste in ogni mestiere.
Il punto, vede, è che se togliessimo al discorso la possibilità di nominare le forme in cui il sapere degenera, finiremmo per produrre un linguaggio talmente anodino da non offendere nessuno e da non dire più nulla. Forse il vero rammarico, non è che io abbia scritto quel passaggio, ma che Lei non voglia concedersi il lusso di leggerlo nel suo bersaglio circoscritto.
Il passaggio e’ scritto in maniera chiara, citando alcuni laureati in scienze motorie con problemi di comunicazione e con l’aggiunta di fresco di laurea, quindi il riferimento è chiaro e preciso non ci sono bias fuorvianti, il concetto è chiaro e condivisibile l’associazione resta per me un surplus inutile
Il rammarico è mio personale e sicuramente non va ad intaccare minimamente la stima per il fondatore del blog, figurarsi se il mio pensiero debba influenzare l’andamento del blog o il pensiero del mister Galli, detto ciò resto della mia idea e non la cambio, ho una buona comprensione del testo italiano e ripeto, ho trovato inutilmente negativa l’associazione fatta, sarà un dettaglio, ma per me è un dettaglio importante
Luca ciao, perdonami ma non capisco cosa intendi quando dici: “ho trovato inutilmente negativa l’associazione fatta”.
Sensazionale la profondita’ e verita’ dei concetti.
Mi inchino.
In questi giorni il Guardian ( tra i massimi giornali Inglesi ) ha titolato che il Guardiolismo sta finendo; io credo addirittura per presa di coscienza e totale “sconfessione” dello stesso artefice, Pep Guardiola, che ha finalmente capito che il calcio non e’ infilare dentro la testa dei giocatori miliardi di irricevibili informazioni. Il calcio e’ altra cosa.
Come si fara’ ora a detossificare e riportare alla normalita’ migliaia di allenatori dei settori giovanili e delle attivita’ di base, profondamente intossicati dalle abnormita’ di quel falso mito?
Però c’è anche una pletora di genitori che scambia tutta sta gente che strilla a vanvera per uomini di carattere, e addirittura cerca l’allenatore che urla di più e si compiace quando lo sente sbraitare.
Eh però a tantissimi genitori (e società a dirla tutta) il mister urlante e “che non deve chiedere mai” piace eccome … un po’ di mea culpa dobbiamo farlo.
bensì la pretesa “scientifica” di certi giovani allenatori laureati in Scienze Motorie, freschi di PowerPoint, poveri di cuore. Non hanno mai letto un manuale di pedagogia, ma sanno perfettamente come mortificare un bambino: lo fanno diventare bersaglio pubblico, magari per un passaggio sbagliato, col tono del gendarme frustrato che non è mai stato calciatore e nemmeno uomo
Mister il passaggio è quello sopra, copiato dall’articolo in questione
che si scriva “certi” e quindi non valga per tutta la categoria, è una “acrobazia”, siccome l’articolo doveva evidenziare le carenze a livello umano, comunicativo, pedagogico ecc….ecc… se non si citavano gli scienze motorie come esempio negativo penso che l’articolo potesse raggiungere lo stesso l’obiettivo, tutto qui
con stima immutata Mister
Complimenti segui questi temi da anni e ci siamo trovati anche con Filippo Galli a parlarne… Bell’artivolo che ho letto con piacere.
Ti allego il mio ultimo blog
https://www.francobertoli.com/allenatori-di-giovani/
Grazie un saluto Franco Bertoli