TRASFERIRE L’ALLENAMENTO ALLA PARTITA – COROLLARIO

Prima di scaricare nel blog l’imminente pacco di appunti sparsi relativi al prossimo argomento, provo ad archiviare definitivamente la questione TRANSFER .

La capacità dei giocatori di RICONOSCERE E RICORDARE PATTERN, frammenti di gioco e sequenze ricorrenti durante la partita, risulta questione indispensabile per anticipare azioni future, agire efficacemente e migliorare la propria prestazione Gli allenatori quindi, come più volte ribadito, dovrebbero utilizzare SCENARI DI ALLENAMENTO che riproducano il più possibile situazioni di gioco affinchè i giocatori possano sviluppare tali CAPACITÀ DI RICONOSCIMENTO e agire di conseguenza. Un “IO QUI CI SONO GIA’ STATO”. So che non mi perderò facilmente in questo ambiente spazio-temporale. E molto altro.

Il TRANSFER è indispensabile per l’identificazione di SEGNALI VISIVI UTILI e RELAZIONI tra i giocatori, come posizioni, movimenti, azioni e per comprendere il flusso tattico del gioco e ANTICIPARE, PREVEDENDO. Questa competenza si svilupperà attraverso ALLENAMENTI PROPOSTI in AMBIENTI SIGNIFICATIVI e RAPPRESENTATIVI che possano far emergere dal basso queste qualità tramite AUTOORGANIZZAZIONE

Un ambiente diventerà significativo per un giocatore quando riuscirà ad identificare con una certa chiarezza le AFFORDANCES EMERGENTI dalle relazioni e dagli schemi che scaturiscono dallo schieramento dei compagni e degli avversari in campo. Cosette mai statiche ma dinamiche e intrecciate tra di loro. Più esperienza il calciatore riuscirà a stipare nel suo bagaglio, maggiore e più competitivo sarà il suo repertorio e più numerosi i PATTERN RICONOSCIBILI. La qual cosa consentirà al giocatore di prevedere in maniera più rapida, di intuire e anticipare traiettorie, movimenti difensivi o offensivi degli avversari o dei propri compagni, generando movimenti di una manovra efficace e risolutiva.

Sfagiolando la teoria il ragionamento fila. Quando però l’allenatore si trova davanti il foglio della programmazione, tradurre nella pratica questi pensieri non è sempre facilissimo. E allora ci si rintana nelle preparazioni degli anni passati, lontane magari anni luce da quello che in teoria si condivide.

Protocolli che certamente non parlano di futuro ma che comunque rappresentano punti fermi per tirare a campare. Ce n’è uno, sfornato di fresco dalla FIGC. Esempio palese che si sta facendo l’imperdonabile errore di considerare il giocatore nella sua complessità immerso nell’ambiente gioco alla stregua dei pupazzi di un calciobalilla, bypassando lo sforzo che tutte le discipline hanno messo e stanno mettendo in campo per produrre risultati utili ed efficaci. Questi approcci nostalgici cancellano con un colpo di spugna tutti i progressi in campo neuroscientifico e neuropedagogico. Si va di retromarcia per scelta o perchè non si sa come andare avanti, scrive Andrea Menozzi in un commento. Certo, scrivere parole nuove è difficile ma se non ci prova la Federazione siamo spacciati. Infatti lo siamo, purtroppo, rispetto non solo ai nostri competitors europei e mondiali ma anche nei confronti delle altre discipline sportive. Certamente il futuro del calcio nessuno può conoscerlo però una consapevolezza diffusa ci impone il dovere di guardare la realtà da una angolazione diversa, relazionale, per il  gioco fatto di contrapposizioni transizioni e invasioni per eccellenza. Inoltre questa “nuova” pista in cui ci siamo incamminati, quella della complessità, che ci fa considerare le abilità da una prospettiva emergente, facilmente indurrà il giocatore all’acquisizione di abilità più forti, sostenute dall’entusiasmo. Un eccellente antidoto contro il burn-out. Questo si.

Tornando ai pattern il nostro cervello ha un modo per gestire tutte le informazioni: collega i singoli elementi in gruppi e forme e quando si rimuovono le forme, si può continuare a vederle. Il riconoscimento di pattern è quindi la capacità di organizzare le informazioni per vedere rapidamente il quadro generale, una specie di vista dall’alto.

E poiché l’ESPERIENZA MOTORIA influenza grandemente la capacità del giocatore di comprendere le informazioni rilevanti e di formulare una corretta osservazione dell’azione per anticipare le giocate successive, il compito dell’allenatore singolo o immerso nel suo staff non potrà esulare dal tema ma dovrà contribuire ad una PRATICA RAPPRESENTATIVA. Sarà orientato verso l’EXPERTISE del calciatore, perché IL GIOCATORE CHE HA ESPERITO sarà di certo più accurato e in grado di estrarre informazioni più ricche da un numero minore di indizi. Escluderà in tempo reale alcune soluzioni grazie all’attivazione delle zone cerebrali in cui sono archiviate le rappresentazioni motorie memorizzate. In sostanza come scritto in un precedente articolo, l’esperienza cambia il modo in cui il cervello elabora ciò che vede. Utilizzare dunque attività tipiche del calcio a 5 ma anche i pochi giochi di invasione qui proposti e tutti quelli reputati adeguati per il mcm- minimo comune multiplo a cui facevo riferimento nel precedente articolo oltre a infinite esercitazioni, SSG, LSG reperibili in rete o ideati ad hoc mai scomponendo la COPPIA PERCEZIONE-AZIONE, credo sia il sentiero da battere pensando sempre a Robert Frost.

Imparare a percepire le numerosissime affordances transitorie nel gioco ULTIMATE MODIFICATO sarà il fattore capace di modellare le dinamiche di interazione in tempo reale del giocatore. I giocatori, specialmente nella fase del turnover, cercando di ostacolare le opzioni degli avversari, abilitano, aumentano e modellano strategicamente le proprie. Impiegano sottili abilità di manipolazione percettiva, reindirizzano la forza, calcolano il rischio e cambiano le traiettorie. Le affordance a cascata definiscono l’emergenza interpersonale dal basso di comportamenti virtuosi. Nella dinamica di fasi transizionali rapide del gioco si presentano frequentemente opportunità decisionali non programmate. Il gioco, nell’ottica del TGfU TEACHING GAME FOR UNDERSTANDING è proposto globalmente e del tutto non pianificato. Prende forma attraverso l’incontro-scontro tra i giocatori e le due squadre, capaci di adattarsi fluidamente alle azioni in corso degli altri e all’ambiente. Mentre questo dialogo incarnato si sviluppa, sarà proprio il flusso delle percezioni e delle informazioni spazio-temporali che guiderà l’AUTORGANIZZAZIONE attraverso la generazione di dinamiche interpersonali

inaspettate. Essendo poi le affordances transitorie, “la loro incessante successione servirà al giocatore per cogliere tutte quelle micro-azioni che le generano.

Alcune affordance non si rivelano infatti a meno che altre non siano state attivate”( J.Gibson).

Ad esempio un giocatore, nella fase difensiva, può CONTROLLARE IL TIMING lasciando che l’energia si accumuli un po’ tramite svariati passaggi prima di intercettare l’attrezzo. E così tramite le fasi successive del gioco diventa possibile allenare le transizioni difesa/attacco in modo realistico. Sviscerando tutte le sotto-azioni che si annidano nelle fasi di transizione e che si inanellano allo scopo di portare a proprio vantaggio l’esito finale dell’incontro. Ogni momento è pieno di opzioni attraenti, ma anche rischiose o addirittura dannose. I giocatori saranno quindi indotti allo sforzo di creare, migliorare o preservare affordances specifiche per ogni fase, prestando attenzione a come gli avversari le limitano e rimanendo attenti alle alternative quando le affordances diminuiscono. E sempre facendo riferimento alle coppie, elemento essenziale nell’ottica della complessità, quasi sempre le affordance interagiscono in un campo condiviso e bidirezionale tra due calciatori avversari capaci di modulare strategicamente nel tempo-spazio la propria azione in base ai propri obiettivi. Saranno proprio questi obiettivi antagonistici a fornire benzina al serbatoio di tale dinamica. Un esempio tipico è il penalty.

Mi sono imbattuta in un interessante articolo: VAN DER KAMP, J., DICKS, M., NAVIA, J. A., AND NOËL, B.  del 2018: GOALKEEPING IN THE SOCCER PENALTY KICK. che mi ha incuriosito visto anche l’esiguo spazio che si dedica alla questione dell’allenamento dei N.1 nell’ottica della complessità.

In pratica gli autori affermano che eseguire con successo un’azione intercettiva come la parata significa “arrivare nel posto giusto al momento giusto” e va bè, ma sostengono anche che gli scienziati che si occupano di portieri competenti nei calci di rigore si sono finora concentrati principalmente sul raggiungere il lato giusto della porta rivolgendo scarsa considerazione a come i portieri arrivino in tempo per fermare la palla. Di nuovo un focus sul TIMING. Cioè, secondo gli autori, i tentativi di capire come i portieri CRONOMETRINO l’inizio del loro tuffo sono assenti, nonostante un tempismo accurato sia fondamentale per il successo tanto quanto la scelta del lato corretto e adeguata abilità percettiva. Inoltre l’INTERAZIONE che si innesca tra i due giocatori ha ricevuto ben poca attenzione nella tempistica dell’allenamento. Il processo decisionale temporale dovrebbe essere preso in considerazione, non da solo, ma insieme agli aspetti spaziali. Esistono solo pochi studi, secondo gli autori, che analizzano come i portieri effettuano il loro tuffo per aumentare il proprio tasso di successo. O sulla decisione dei rigoristi di adottare strategie dipendenti o indipendenti dal portiere. Cosa che trovo inerente a quanto detto in precedenza relativamente alla complessità oltre alla proposta da parte degli autori di un training del portiere che utilizzi il controllo basato sull’affordance. Cosa guarda un portiere durante un penalty? Esistono, da parte del rigorista, movimenti tali da poter rendere i segnali del suo corpo fuorvianti o meno percettibili? “E’ infatti la PERCEZIONE PIÙ SOTTILE E RAFFINATADI CIÒ CHE UNA SITUAZIONE OFFRE a distinguere un portiere esperto da un principiante. Di conseguenza, l’abilità del portiere nei calci di rigore sarebbe concepita in modo più completo, e forse più accurato, in termini di controllo basato sulle affordances. Tali informazioni percepite, dovranno essere adattate alle capacità di azione e ai vincoli ambientali e situazionali.” (KIMMEL & ROGLER, 2018).

In sostanza, bypassando un ragionamento puntuale sostenuto da formule e dati che potrete riscontrare privatamente leggendo la fonte, per fermare la palla, il portiere dovrà iniziare a tuffarsi prima che la velocità richiesta superi la velocità massima raggiungibile. Il portiere cioè dovrà muoversi in modo da mantenere la percezione che la palla sia intercettabile, e quindi essere consapevole della propria VELOCITÀ LATERALE MASSIMA AL MOMENTO DEL TIRO. Il controllo basato su affordance sostiene che i portieri nella situazione del calcio di rigore devono agire in modo da sostenere la percezione che la palla sia intercettabile, mantenendo la VELOCITÀ LATERALE RICHIESTA ENTRO I LORO LIMITI D’AZIONE, inferiore alla velocità laterale massima che potrebbero raggiungere.

Se supererà questa velocità laterale massima infatti, il portiere non sarà in grado di arrivare nel posto giusto al momento giusto e la situazione non consentirà più di fermare la palla. Il dato che salvo è che la percezione dell’affordance da parte del portiere nella situazione del calcio di rigore EMERGE DALL’INTERAZIONE CON IL RIGORISTA. UN PASSO A DUE che l’allenatore dovrà provare a calibrare. Il rigorista agirà in modo da dissolvere la percezione del portiere che la palla sia intercettabile e il portiere esperto potrà agire per indurre sottilmente il rigorista a calciare in una certa direzione. Le dinamiche interattive sono molto complesse ma il controllo basato sull’affordance le renderà visibili.  Studiare e progettare infiniti ambienti interattivi tra portiere e rigorista è quello che gli autori suggeriscono agli allenatori e agli staff anche per scoprire su quali informazioni i portieri sono sintonizzati e se le loro azioni sono adeguatamente calibrate in base alle massime capacità d’azione. Molto probabilmente, i più abili non solo saranno meglio calibrati in base alle loro capacità d’azione, ma si distingueranno utilizzando informazioni più adattive e più strettamente correlate alle PROPRIETÀ CHE COSTITUISCONO LA VELOCITÀ LATERALE RICHIESTA. Nei Mondiali FIFA e nei Campionati Europei UEFA 289 (73,2%) rigori sono stati trasformati con successo, mentre i restanti 106 (26,8%) sono stati parati dal portiere o hanno mancato la porta. Valutare se il controllo basato sull’affordance migliori la comprensione delle competenze del portiere nei calci di rigore è in attesa di ulteriori indagini alle quali gli autori si apprestano. A noi non resta che seguire le indicazioni di Robert Frost. STAY TUNED

BIO: SIMONETTA VENTURI

Insegnante di Scienze Motorie.

Tecnico condi-coordinativo in diverse scuole calcio e prime squadre del proprio territorio ( Marche ) Ha collaborato con il periodico AIAC L’Allenatore, con le riviste telematiche Alleniamo.com, ALLFOOTBALL.

Tematiche: Neuroscienze, Neurodidattica

7 risposte

  1. Bellissima estrazione di molti concetti importanti che andrebbero approfonditi ai corsi federali, vorrei aggiungere a tutto questo un approccio metodologico da cui prendere spunto che il Constraints Led Approach – dove il coupling perception action e attivato da tre elementi fondamentali che sono Individual constraints- task constraints e environmental constraints – la maestria del tecnico di manipolare questi tre aspetti creando ambienti emergenti di perception-Action dove la creatività viene stimolata da una continua differenziazione del contesto gioco , mini partite variando numeri di giocatori e spazi – ma anche regole e fattori ambientali saranno da precursori a quel processo di Storage ( long term memory) che si forma solo con esperienze ( affordance) e questo meraviglioso processo si ripete all infinito! Voglio condividere un’esperienza, leggendo mi sono imbattuto in questa cosa “ l’ informazione calcistica intesa come gesto tecnico/tattico e come un segnale radio e sempre presente e li , il giocatore deve fare un lavoro di attuning ( Sintonizzazione) per carpirla e trasformarla in azione”
    Grazie per questo articolo
    Dopo anni di studi e prove sul campo leggerlo mi dà un po’ di speranza
    Grazie

    1. Gangemi Dom la ringrazio davvero. Conforta me il constatare che i pensieri sparsi che propongo per gli allenatori che avranno la bontà di leggerli le siano di conforto. Pensieri gratis perchè la cultura deve transitare il più possibile. Pensieri originali che scaturiscono da uno studio quotidiano e rigoroso. Come dice Calvino in un’intervista, la creatività può nascere solo da un lavoro fatto bene. Anche su Newell ha ragione, ci ha scaraventato avanti di decenni. E non è il solo, la compagnia è buona. Purtroppo queste menti fervide capaci di rivoluzionare metodologia, pedagogia, neurodidattica dovranno sempre più fare i conti con questa maledetta IA che genera immagini orribili, da voltastomaco, informazioni inappropriatamente scorrette, articoli e trattatelli già pronti per un ingannevole copia incolla, praterie sterminate di luoghi comuni, proprinati come propri ai malcapitati lettori. Il trash sportivo è alle porte se non già dentro il sistema. Ben contenta quindi di aver fornito affordances ad un head coach per sottolineare e puntualizzare alcuni aspetti utili per tutti, la saluto e le auguro buon lavoro

  2. Ho letto, molto interessante, anche i commenti molto validi. Molto spesso mi capita di osservare nell’allenamento giovanile che tipo di comunicazione si instaura tra allenatore e giocatori è fondamentale per far interiorizzare il processo di apprendimento, utilizzare una comunicazione efficace stimolando l’allievo ad una risposta personale all’azione. Troppo spesso i problem solving vengono dati dai “mister.” Questo non permette all’allievo di interiorizzare durante l’allenamento l’apprendimento problem solving incentivare le funzioni esecutive come la memoria di lavoro e l’inibizione., durante la partita non ritroviamo ciò che pensavamo chiaro ma era chiaro solo per il mister. Quindi ritroviamo i famosi mister radiolina che durante la partita continua a dare soluzioni ai giocatori.. questo è veramente deleterio per la creatività per l’apprendimento interiorizzato. Quindi è tutto molto bello quello spiegato, ma se poi il mister non fa una semplice domanda.” ok hai perso palla come potevi fare?” e si ferma aspettando la risposta dell’allievo a soluzioni che forse a volte anche il mister non conosce. Unte nei corsi, quindi ha un’attenzione alla comunicazione efficace, circolare e empatica con attenzione ai feedback..

  3. Grazie per il commento molto utile come tutti le riflessioni che emergono da una esperienza vissuta. Certamente come abbiamo scritto altre volte, il mister essendo parte lui stesso del sistema, nella complessità deve imparare a stare, oltre che essere un vero progettista di scenari e riassumere in se il ruolo di scaffolding che sostiene e non telecomanda. Spargiamo nel blog questi pensieri per riempire il bagaglio dei mister che sono disponibili a farsi interpellare dalla realtà. Certamente i protocolli sono più semplici da applicare. Grazie ancora e buon lavoro.

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