LA MISTIFICAZIONE DEL CALCIO: I PERICOLI, GIÀ IN ATTO, DELL’EVOLUTION PROGRAM

Non è un caso che a seguito della pubblicazione delle linee dell’Evolution program, siano cominciati a circolare video e pacchetti formativi dove vengono fatte molte affermazioni pericolose, alcune delle quali risultano addirittura false. Questo tipo di comunicazione non è neutra: rappresenta infatti il risultato diretto del messaggio veicolato dall’Evolution Program, un approccio che rischia di mistificare il calcio, la sua storia e la sua essenza autentica.

Al di là di tutto, quello che emerge dai video pubblicitari è un messaggio chiaro e disarmante: bastano 4 settimane di corso e si diventa esperti dell’1×1. Quanta tristezza. Non solo si mortifica il gioco nella sua complessità, ma si svilisce penosamente il ruolo dell’allenatore, lo studio, l’approfondimento e la ricerca di senso che dovrebbero essere alla base della formazione calcistica.

Il calcio, come ogni pratica sportiva autentica, non può essere ridotto a slogan commerciali né a ricette preconfezionate. L’1×1, nella sua essenza, non è un esercizio isolato, ma una configurazione che emerge nel contesto del gioco, all’interno di dinamiche di squadra, di spazi, di tempi e di intenzionalità.

Pensare che la sua “comprensione e il suo insegnamento” possano essere compressi in poche settimane di corso significa impoverire il patrimonio culturale dell’allenamento, oltre ad incantare giocatori e genitori con scorciatoie illusorie.

Absit iniuria verbis: il gioco e l’allenatore oltre la miseria del guadagno facile

«Absit iniuria verbis» – sia detto senza offesa. Ma il messaggio del guadagno facile, del “basta poco e si guadagna”, rappresenta una ferita per il gioco e per la figura dell’allenatore. Non è solo un problema etico: è un impoverimento culturale e formativo.

Quando il calcio viene ridotto a strumento di profitto immediato, si perde di vista la sua natura autentica. Il gioco non è mai un mezzo, ma un fine in sé: è spazio di crescita, di esperienza condivisa, di scoperta di sé e degli altri. L’allenatore, in questa visione, non è un gestore di interessi o un promotore di rendimenti rapidi, ma un educatore che accompagna

I giocatori in un percorso enattivo, fatto di corporeità, intenzionalità e apprendimento situato. La miseria del guadagno facile non è solo economica, ma esistenziale: impoverisce il senso del gioco, lo svuota della sua dimensione formativa e lo tradisce. È invece nel recupero della realtà autentica del gioco che allenatori e giocatori ritrovano dignità. Ogni gesto, ogni scelta, ogni configurazione di gioco porta in sé un valore che va oltre il risultato immediato, perché alimenta un processo di co-evoluzione tra giocatore, allenatore e contesto. Così, il calcio non diventa occasione di miseria, ma luogo di ricchezza. Una ricchezza che non si misura in moneta, ma in senso, significato e scopo: categorie fondamentali dell’approccio fenomenologico-enattivo. Ed è lì che il gioco e l’allenatore si incontrano, non per guadagnare, ma per crescere insieme. L’allenatore non è un consumatore di pacchetti didattici, ma un artigiano del sapere calcistico, un educatore capace di leggere la complessità del gioco e di abitarla con sensibilità, creatività e responsabilità.

Il mercato dell’1×1, così come viene proposto, non innova: involve. Non apre orizzonti: li chiude. Non arricchisce il gioco: lo svuota.

Falsificazioni e pericoli comunicativi

Quando si diffondono informazioni fuorvianti sul calcio, si corre il rischio di alterare non solo la percezione degli appassionati, ma anche la formazione delle nuove generazioni di giocatori e allenatori. Le affermazioni false, se non smontate criticamente, possono consolidarsi come ‘verità’ condivise, spostando l’attenzione da ciò che il gioco realmente è: un fenomeno complesso, storico e culturale.

La mistificazione della storia del calcio

Il calcio non nasce in laboratorio, né è il prodotto di teorie imposte dall’alto. La sua storia è fatta di strade, di campi polverosi, di creatività spontanea e di apprendimento situato. L’Evolution Program, al contrario, tende a proporre un’idea artificiale del gioco, scollegata dalla sua origine e dalla sua natura collettiva..

Il rischio educativo

Se i giovani vengono educati attraverso modelli che falsificano la storia e l’essenza del calcio, non solo si impoverisce la loro esperienza, ma si priva il gioco stesso della sua capacità formativa. Il calcio autentico non è un manuale di schemi riprodotti, bensì un ambiente dinamico in cui emozioni, tecnica e intenzionalità si intrecciano. La mistificazione rischia di ridurre questo patrimonio a un insieme di procedure sterili.

CONCLUSIONI …PREOCCUPATE E PREOCCUPANTI

La rimozione storica del valore del gioco e del calcio di strada

Nell’ambito della riflessione delle operazioni in atto si inserisce una considerazione cruciale: la rimozione storica del valore del gioco e del calcio di strada. Tale processo non riguarda soltanto il calcio, ma si configura come una dinamica più ampia che attraversa il tessuto culturale, sociale ed economico contemporaneo.

L’operazione più sottile e al tempo stesso subdola, per questo più pericolosa è quella di “allevare”nuove generazioni prive di memoria del gioco nella sua complessità, sostituendola con un sapere ridotto a istruzioni, schemi preconfezionati e forme di omologazione. In questo scenario, il calcio di strada, luogo di esperienza autentica, di apprendimento situato e di creatività libera, rischia di essere relegato a un ricordo lontano, incapace di trasmettere il suo valore formativo.

Il calcio di strada non era solo improvvisazione, ma era soprattutto un laboratorio di intelligenza distribuita ed eterarchica, di gestione delle transizioni non lineari del gioco, di scoperta autonoma delle configurazioni locali e globali che emergono nella dinamica collettiva. Era lo spazio in cui l’individuo scopriva se stesso dentro la relazione con l’altro, in cui motricità, tecnica ed emozioni trovavano senso nell’agito intenzionale.

La sua cancellazione culturale equivale, dunque, alla perdita di una memoria incarnata del gioco, che invece rappresenta la radice su cui l’approccio fenomenologico-enattivo cerca di ricostruire un orizzonte di formazione calcistica autentica e complessa.

Se questa rimozione storica dovesse consolidarsi, il rischio maggiore sarebbe quello di generare giocatori senza profondità, allenati a eseguire ma non a comprendere, privi di quella capacità di anticipazione e di creatività che solo l’esperienza del gioco vivo e situato può sviluppare. Il compito dell’approccio fenomenologico-enattivo è allora anche quello di opporsi a questa deriva, recuperando e riattualizzando il valore del calcio di strada come memoria viva e come matrice educativa. Solo così sarà possibile formare giocatori che non siano meri esecutori, ma soggetti intenzionali capaci diimmergersi nella complessità del gioco e di co-costruirne i significati insieme ai compagni, agli avversari e al contesto.

Chi sono i timonieri e i marinai di questo definitivo naufragio?

I momenti di crisi non possono essere affrontati da poche persone. Il calcio italiano vive una fase di smarrimento che non può essere gestita unicamente da chi occupa ruoli istituzionali, ma necessita di un confronto aperto, partecipato e onesto. Le difficoltà sono molteplici: non riguardano solo i risultati sportivi, ma anche la formazione dei giovani, la qualità degli allenatori, la progettazione metodologica e persino la cultura calcistica diffusa nel Paese.

Il punto centrale è la formazione. Senza un rinnovamento profondo delle metodologie di allenamento e dei percorsi educativi, si continuerà a produrre un calcio ingabbiato nei vecchi schemi, incapace di adattarsi alle nuove esigenze del gioco moderno. La formazione non riguarda solo i calciatori, ma anche allenatori, dirigenti e formatori, i quali devono imparare a leggere il gioco nella sua complessità e a sviluppare percorsi di crescita che mettano al centro l’intelligenza, la creatività e la capacità di affrontare l’imprevisto.

La crisi attuale impone di superare la logica dei circoli chiusi, dove poche figure decidono per tutti. Occorre dare voce e spazio a chi vive quotidianamente il campo: allenatori dei settori giovanili, educatori sportivi, tecnici delle scuole calcio. Sono loro che hanno la percezione reale della gravità della situazione e che possono proporre idee nuove, radicate nell’esperienza concreta.

Il rinnovamento metodologico è la chiave. Non si tratta solo di cambiare esercizi o schemi, ma di cambiare visione: dal calcio ridotto a esecuzione meccanica al calcio come processo formativo, esperienziale e intenzionale. L’allenamento deve diventare un laboratorio in cui il giovane calciatore impara a pensare, a leggere le situazioni, a prendere decisioni. Solo così si può creare una generazione di giocatori preparati ad affrontare le sfide del futuro.

Per questo, nei momenti di crisi, il compito non è quello di delegare tutto a pochi ma di costruire una comunità calcistica consapevole, aperta e partecipata. Solo coinvolgendo tutti i soggetti, anche coloro che sono fuori dai circuiti istituzionali, si può porre argine a questa deriva e restituire al calcio italiano un orizzonte di speranza e rinnovamento..

Denunciare le falsità e smascherare le mistificazioni non è una polemica sterile, ma un atto necessario per difendere la verità del calcio. Il gioco deve essere restituito alla sua autenticità: una realtà fatta di storia, cultura, passione e libertà creativa. Solo così possiamo proteggerne il significato più profondo.

11 risposte

  1. Mamma mia Raffaele, come sono d’accordo con quanto dici.
    Il proliferare delle “clinic”/campus estivi è una dimostrazione.
    L’affermazione della semplice tecnica sopra ogni cosa è una follia, perché il gioco di squadra, qualsiasi esso sia, è espressione di un’insieme di scelte singole e collettive che variano, spesso anche drasticamente, a seconda degli interpreti.
    Il gioco di squadra è un’esperienza collettiva in cui il pensiero singolo e collettivo devono convivere.

  2. Più che mistificazione, ormai si può chiamare “mercificazione” del calcio ormai ai più minimi livelli… manca il divertimento, la pazienza, il giocare per stare con gli amici… insomma… manca il calcio!

  3. Grazie Roberto.
    La tecnica e la motricità immerse nel giocatore: la centralità della realtà autentica del gioco. La tecnica e la motricità non vanno considerate semplicemente come abilità isolate da acquisire e ripetere, ma emergono come aspetti profondamente immersi nella persona del giocatore, che a sua volta nasce e si sviluppa attraverso la realtà autentica del gioco stesso. Il calcio è un fenomeno complesso, dove il giocatore non è un semplice esecutore di schemi, ma un essere che emerge dal gioco stesso. Questa prospettiva capovolge la tradizionale sequenza didattica che parte dall’esercizio tecnico per arrivare poi alla partita. Al contrario, partendo dalla realtà autentica del gioco, si riconosce che è proprio attraverso l’esperienza situata che il giocatore costruisce la propria tecnica e motricità, in modo integrato e finalizzato.
    La tecnica, intesa come capacità di gestire la palla, dribblare, passare o tirare, si lega indissolubilmente alla motricità, ovvero al controllo e alla gestione del proprio corpo nello spazio e nel tempo. Questi aspetti non sono mai isolati: si manifestano e si affinano all’interno del contesto di gioco, dove le condizioni ambientali, le interazioni con compagni e avversari e gli scopi da raggiungere influenzano costantemente l’azione. Evidenze scientifiche hanno convalidato un principio fondamentale: ciò che viene appreso fuori dal contesto reale di gioco difficilmente sarà disponibile in partita. Se un gesto tecnico viene “insegnato” in modo astratto, senza riferimenti alla situazione concreta, sarà difficile per il giocatore richiamarlo efficacemente durante il gioco. La riproduzione meccanica di un movimento non tiene conto della complessità e imprevedibilità del gioco, dove la capacità di adattarsi rapidamente è cruciale.Ogni comportamento del giocatore è sempre finalizzato a uno scopo: mantenere il possesso, creare un’opportunità di tiro, difendere uno spazio, leggere l’intenzione avversaria. Dal contesto si sviluppano quindi comportamenti intenzionali che non sono semplici reazioni, ma azioni cariche di significato e di finalità.
    Questa consapevolezza orienta l’allenatore a progettare attività che non si limitino a ripetere gesti tecnici, ma che stimolino la comprensione e la ricerca del senso nell’azione. Si passa così da un allenamento basato sul “faccio e ripeto” a un apprendimento situato e significativo, dove la tecnica e la motricità si plasmano dentro l’agito intenzionale del giocatore.La tecnica e la motricità immerse nel giocatore che emerge dal gioco rappresentano un cambio di paradigma nel calcio contemporaneo. Partire dalla realtà autentica del gioco significa considerare il contesto come matrice imprescindibile di ogni comportamento, valorizzando l’intenzionalità e lo scopo che guidano ogni azione.
    Solo così è possibile curare ogni aspetto della preparazione senza trascurarne nessuno, garantendo un apprendimento profondo e duraturo, che si traduce in prestazioni efficaci e in una crescita armoniosa del calciatore.
    Garantire che gli ambienti di allenamento siano simili a quelli di gara. La ricerca in questo ambito è molto solida. Più “fedele e coerente con la complessità della partita” riusciamo a rendere l’allenamento in termini di richieste cognitive, emozioni, stress, ecc., migliori saranno l’apprendimento e gli adattamenti. Se tutto questo allora ha senso, non ci si può allenare in un modo e aspettarsi di ottenere risultati in un altro.

  4. Il gioco; trovare la soluzione per giocare meglio. Fare goal, difendere, contrastare, lottare con quello più forte e più grande… Ostacoli, marciapiedi, terreno disconnesso e irregolare…etc.. lotto per dimostrare che sono in grado… Così il gioco si arricchisce di agonismo e complicità….

  5. Grazie Simone del tuo intervento che accolgo con molto piacere. Ho visto il link. Tu fai riferimento alle linee guida del 2021, rispetto alle quali ho sempre avuto grande rispetto perché le ritenevo un significativo impegno culturale e metodologico.Noi mettiamo in discussione l’ultima versione e soprattutto il relativo protocollo che puoi leggere nell’articolo di Filippo di qualche settimana fa, dove si ripropone il paradigma riduzionistico-deduttivo isolando la tecnica e la motricità dal gioco, relegandolo a partitella finale Ed è questo che non mi convince perché rappresenta un passo indietro rispetto a tutti ciò che si sosteneva nell’impianto precedente. Dalla sua analisi derivano le ” preoccupazioni “. D’altronde, basta fare un giro per costatare quanto siano ” legittime”. La profilazione di pacchetti preconfezionati dei maestri di tecnica (?) e di esperti di 1×1.La preoccupazione è tutta qui: mettere la relazione del giocatore con la realtà autentica del gioco ai margini, invece di porla come aspetto cogente del processo formativo.Inoltre, sai benissimo che le parole che si utilizzano quando si comunica sono fondamentali. Esse non sono neutre, designano concetti, e onestamente ” ricettario e partitella finale ” è quanto dire. Già questo dovrebbe allertare tutti coloro che guardano alla formazione come un processo.La preoccupazione è tutta qui: mettere la relazione del giocatore con la realtà autentica del gioco ai margini, invece di porla come aspetto cogente del processo formativo.È questo il motivo per cui in altri articoli ho parlato di ” INVOLUTION PROGRAM ” rispetto ai principi di cui il link, con i quali ravvedo una notevole ” distopia”

    1. Ciao e grazie per la risposta. Mi scuso ma, guardando sul sito FIGC, ho trovato quello e credevo fosse il più recente. Mi indichi per favore dove trovare quello di cui parli?
      Per il resto sono d’accordissimo con te però voglio essere fiducioso perchè, ad esempio, una nota squadra di serie A con la quale la mia società è affiliata Elite, quest’anno ha introdotto, nella sua programmazione, il Constraints led approach. Rimane ancora, purtroppo, una marcata propensione agli 1 vs 1 ancora in situazioni non reali o poco reali, ma è già un passo avanti

  6. Ciao Raffaele complimenti per l’articolo, in alcuni tratti il grigiore della realtà che racconti mi ha toccato profondamente.
    Sembra che a volte ci sia quasi una mania dell’avere il calciatore sotto controllo, come fosse un vaso da riempire o un armadio a compartimenti (stagni e stagnanti).
    Ciò che dici riguardo la formazione (zoppicante o addirittura mancante) degli adulti deve essere il punto di partenza che può ricondurre ad una visione, un modo di vivere il calcio giocato dai giovani, coerente con la natura implicita del gioco. Il calcio giocato è fatto di inganno, improvvisazione, intelligenza, creatività, movimenti anticipatori naturali, tutti aspetti che non possono prescindere dalla tranquillità mentale necessaria a esprimere se stessi (come singoli e gruppo squadra indissolubilmente) sul terreno gioco.
    Talvolta (per non dire sempre) tali mancanze sono proprio da ricondurre ad una cattiva educazione che i ragazzi ricevono riguardo al vivere il Gioco. Manie di controllo, urla, schiamazzi, scarsa capacità di osservazione, superficialità nelle analisi, mancanza di umiltà e scarsa fiducia nei calciatori danno vita a proposte di allenamento scarsamente stimolanti, fortemente prevedibili, poco dinamiche ed eccessivamente ripetitive.

    Il gioco è, e sarà sempre, del giocatore. Noi possiamo, e dobbiamo, saper Comprenderlo e Sostenerlo

  7. L’1×1 che emerge dalla realtà autentica del gioco: dalle unità minime
    generative
    di Raffaele Di Pasquale
    L’1×1 non è un esercizio isolato, non è una prova di forza o tecnica individuale, ma un
    evento emergente della realtà autentica del gioco. Nell’approccio fenomenologico-enattivo,
    ‘1×1 si manifesta là dove le relazioni si densificano, dove la palla diventa nodo di significatc
    dove il tempo si stringe e lo spazio si contrae
    t nel cuore delle unità minime generative – come il 4×4+2P e il 5×5 palla meta – che l’1×1
    autentico si rivela, non come esercitazione programmata, ma come **necessità situata**. ll
    giocatore non è chiamato a ‘fare’ un 1×1, ma a **immergersi in una situazione che lo
    richiede**.
    Nel 4×4+2P, ad esempio, le situazioni che generano 1×1 emergono quando un giocatore
    riceve palla sotto pressione e deve proteggere, superare o collegare. Immagina un giocatore
    centrale che, ricevuta palla dal jolly, si trova di fronte a un avversario in zona intermedia: è
    lì che si attiva l’1×1, ma dentro una rete di relazioni e intenzionalità. Non è un duello, è un
    frammento del gioco complesso.
    Nel 5×5 palla meta, gli 1×1 emergono nei momenti di transizione: un difensore recupera
    palla e fronteggia l’attaccante in un contesto dove la meta è prossima, oppure un giocatore
    tenta di raggiungere la meta ma si trova contrastato da un avversario in uno spazio
    delimitato. Anche qui, l’1×1 è **immerso in un orizzonte collettivo e intenzionale**
    Questi esempi evidenziano che l’1×1, se fatto emergere dalla realtà del gioco, permette lo
    sviluppo di competenze non solo tecniche ma anche cognitive, emotive e decisionali ll
    corpo del giocatore non si muove ‘per eseguire” ma per **agire dentro una situazione viva e
    significativa”.
    Ecco alcune **unità minime** all’interno del 4×4+2P e del 5×5 palla meta che generano 1×1
    autentici:
    Nel 4×4+2P:
    Uscita dal pressing in zona laterale con avversario in chiusura.
    Ricezione in interspazio con avversario in marcatura stretta
    Attacco diretto dopo rotazione palla, con difensore in contrasto.
    Nel 5×5 palla meta:
    Recupero e ripartenza con avversario in pressione diretta.
    Raggiungimento della meta in conduzione palla contro un difensore frontale.
    • Situazione di parità numerica nei pressi della zona meta.Allenare 1’1×1 in questo modo significa **superare la logica della simulazione** e **abitare
    la logica della realtà**. I1 giocatore si allena a leggere, decidere e agire in contesti autentici,
    diventando ogni volta un soggetto attivo e consapevole del gioco.
    L’1×1 che emerge dal gioco è **relazionale, situato e intenzionale**. E solo così può davvero
    formare giocatori capaci di incidere nelle situazioni vere della partita.

  8. Caro Simone, ti posto il mio pensiero sull’1×1.
    L’1×1 che emerge dalla realtà autentica del gioco: dalle unità minime
    generative
    L’1×1 non è un esercizio isolato, non è una prova di forza o tecnica individuale, ma un evento emergente della realtà autentica del gioco. Nell’approccio fenomenologico-enattivo, l”1×1 si manifesta là dove le relazioni si densificano, dove la palla diventa nodo di significato dove il tempo si stringe e lo spazio si contrae
    t nel cuore delle unità minime generative – come il 4×4+2P e il 5×5 palla meta – che l’1×1 autentico si rivela, non come esercitazione programmata, ma come **necessità situata**. ll
    giocatore non è chiamato a ‘fare’ un 1×1, ma a **immergersi in una situazione che lo richiede**.
    Nel 4×4+2P, ad esempio, le situazioni che generano 1×1 emergono quando un giocatore riceve palla sotto pressione e deve proteggere, superare o collegare. Immagina un giocatore
    centrale che, ricevuta palla dal jolly, si trova di fronte a un avversario in zona intermedia: è lì che si attiva l’1×1, ma dentro una rete di relazioni e intenzionalità. Non è un duello, è un
    frammento del gioco complesso.
    Nel 5×5 palla meta, gli 1×1 emergono nei momenti di transizione: un difensore recupera palla e fronteggia l’attaccante in un contesto dove la meta è prossima, oppure un giocatore
    tenta di raggiungere la meta ma si trova contrastato da un avversario in uno spazio delimitato. Anche qui, l’1×1 è **immerso in un orizzonte collettivo e intenzionale**
    Questi esempi evidenziano che l’1×1, se fatto emergere dalla realtà del gioco, permette lo sviluppo di competenze non solo tecniche ma anche cognitive, emotive e decisionali ll corpo del giocatore non si muove ‘per eseguire” ma per **agire dentro una situazione viva e significativa”.
    Ecco alcune **unità minime** all’interno del 4×4+2P e del 5×5 palla meta che generano 1×1 autentici:
    Nel 4×4+2P:
    Uscita dal pressing in zona laterale con avversario in chiusura.
    Ricezione in interspazio con avversario in marcatura stretta
    Attacco diretto dopo rotazione palla, con difensore in contrasto.
    Nel 5×5 palla meta:
    Recupero e ripartenza con avversario in pressione diretta.
    Raggiungimento della meta in conduzione palla contro un difensore frontale.
    • Situazione di parità numerica nei pressi della zona meta.Allenare 1’1×1 in questo modo significa **superare la logica della simulazione** e **abitare
    la logica della realtà**. I1 giocatore si allena a leggere, decidere e agire in contesti autentici, diventando ogni volta un soggetto attivo e consapevole del gioco.
    L’1×1 che emerge dal gioco è **relazionale, situato e intenzionale**.
    E solo così può davvero
    formare giocatori capaci di incidere nelle situazioni vere della partita.

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